IL RIMEDIO – 26 – Il giorno di mercato

di FEDERICO DE FAZI ♦

26 – Il giorno di mercato

Samaele doveva essere avvezzo alla tensione che si presenta prima della battaglia. O almeno non aveva fatto intendere a Pavel alcun cenno di nervosismo. Durante la giornata, era apparso incredibilmente calmo e gentile, a tratti gioviale con le guardie e gli automi. Avevano predisposto tutto nei minimi dettagli e tutto doveva avvenire come in un meccanismo ben calibrato, pena la morte di decine o addirittura di un centinaio di persone, oltre che la perdita, per Sizara, della sua libertà.

A Pavel spettava la preparazione e l’armamento degli ordigni a propulsione che si sarebbero dovuti librare verso le nuvole, rilasciando i semi di pioggia. I razzi erano stati disposti sul tetto dell’Accademia, uno dei punti più alti della città e, a detta di molti, il più sicuro e discreto. Per evitare problemi, ad assistere Pavel c’erano l’automa Ran Tre, Valmero ed Adso, i due soldati che erano sembrati più tolleranti e gentili verso il ragazzo e che ora lo stavano aiutando a preparare gli ordigni. Si trattava di lunghi cilindri di carta pressata, al cui interno si trovavano il corpo propulsivo a base di polvere pirica, la testata, composta di ioduro d’argento e altre sostanze, e un complesso meccanismo giroscopico in grado di far mantenere l’assetto al razzo durante il volo verticale. Il tetto era spiovente, ma aveva dei camminamenti lungo i contrafforti, che consentivano di passare e posizionare gli ordigni.

Samaele e Bogatir si trovavano invece nella piazza insieme a Marzio, gli altri automi e il resto delle guardie. Era lì dove probabilmente sarebbe avvenuto lo scontro più duro.

Il mago dei nodi era l’unico ad avere un abito che lo rendesse riconoscibile. Indossava infatti la tenuta completa con mantello e cappello e si aggirava per la piazza gremita di gente, annusando l’aria.

Ci sarebbero dovuti essere caos e confusione di voci e di odori, ma quello che Samaele sentiva in quel momento erano il sangue che scorreva nelle sue vene e il lento ticchettio di ordigni nascosti nei vari angoli della piazza. Fece un gesto di assenso a un passante incappucciato, che si avvicinò a lui con movimenti talmente fluidi e puliti da sembrare che non poggiasse i piedi per terra.

Insieme si incamminarono verso il centro della piazza, mentre Samaele continuava a tenere l’orecchio teso, questa volta rivolto alla fitta rete di incubi che aveva sparso tra le ombre dei passanti.

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Con un incantesimo per il quale un monaco cacciatore lo avrebbe ucciso sul posto, Samaele ordinò alle creature del Piccolo Popolo, raccolte durante la notte precedente, di instillare in tutti i presenti angoscia e paura.

In breve tempo lo schiamazzo si affievolì; i venditori gridavano il prezzo delle loro merci a voce più bassa, mentre i compratori si guardavano in giro guardinghi, senza capire il motivo di quella loro tensione, che li spingeva ad essere meno aggressivi nel contrattare, a tenere ben nascoste le loro scarselle e a non soffermarsi troppo a vedere le merci più esotiche, affrettandosi invece a comprare il necessario e a tornare ai loro alloggi.

Anche Bogatir, che non era stato interessato direttamente dall’incantesimo, avvertì un senso di minaccia incombente e feroce, quando Samaele fece sì che le creature del Sogno al suo servizio compissero il loro dovere con maggior veemenza. Addirittura al capitano parve che la temperatura fosse scesa drasticamente, tanto da fargli battere i denti, e che i colori delle stoffe e delle spezie affondassero tutti in una foschia azzurra.

L’ex cavaliere beteno aveva visto portenti ben più vistosi compiuti dai negromanti delle sue terre e quindi non si lasciò influenzare da quanto avveniva, ma dovette constatare che, quello che poteva essere considerato poco più di un banale gioco di oniromanzia spicciola, aveva avuto  in brevissimo tempo l’effetto di quasi dimezzare la quantità di passanti presenti.

Posizionato al centro della piazza, bene avvolto in una cappa che nascondeva la sua natura inorganica, Ran Cinque attendeva il momento opportuno. I suoi sensori uditivi avevano facilmente compreso la natura del ticchettio che proveniva dagli angoli della piazza, generato dagli stessi macchinari che avevano messo fuori uso i suoi omologhi posti a guardia della matrice. Koschmar, come aveva previsto Samaele, li aveva modificati perché potessero arrecare grave danno agli umani.

I suoi omologhi automi avevano quindi predisposto una contromisura a quei congegni mortali, sia che fossero stati rivolti contro gli organici, che contro gli inorganici.

Cinque attese quindi che il meccanismo ad orologeria degli ordigni terminasse la sua corsa, poi, mettendosi in perfetta sincronia con i suoi omologhi, alzando il braccio, attivò il suo.

La volontà dell’automa agì sulle piastre di oricalco che costituivano la sua superficie esterna, facendole vibrare all’unisono secondo una frequenza ben calibrata. La frequenza entrò in risonanza con gli altri automi sparsi per la piazza, amplificandosi e reiterandosi allo scopo di neutralizzare quella degli ordigni di Licio.

I relativamente pochi abitanti della piazza rimasti vennero investiti da un’assordante cacofonia di suoni bassi e alti, che gli facevano sbattere i denti e vibrare le ossa, ma che  li lasciò vivi.

Le guardie cittadine, cogliendo il braccio alzato di Ran Cinque come il segnale convenuto, si turarono rapidamente le orecchie, attesero che la vibrazione terminasse e poi imbracciarono larghi scudi da balestriere per formare un corridoio che consentisse alla folla di uscire rapidamente.

Samaele si mise sul volto una maschera di stoffa composta da un sacchetto all’altezza della bocca e da due lenti di mica o di vetro per gli occhi e così fecero Bogatir e i soldati.

Le uniche tre persone rimaste sulla piazza erano Licio e due uomini dalle dimensioni imponenti e lo sguardo perso nel vuoto, vestiti con abiti da mercante.

“Tu lo sai che è finita, vero fratello?”  disse Samaele da dietro la maschera. Licio gli rispose sorridendo: “Ti sbagli. È appena cominciata” e, falcione alla mano, tagliò le braccia dei due uomini vicino a lui, che rapidamente si dispersero in una nuvola di sale, raggrumandosi nei pressi dei banchi dei generi alimentari e del sale.

Samaele estrasse da sotto il mantello una mazza da guerra, imitato dalle guardie, che imbracciarono mazze, martelli e azze d’arme, preparandosi allo scontro.

Cap 26 Img 2 Ludovico Serra

Disegno di Ludovico Serra

Da sopra il tetto, anche Pavel attendeva il segnale dato da Ran Cinque per far partire i razzi. Si era seduto sul camminamento, in modo che le gambe gli penzolassero nel vuoto.

“Dov’è Valmero?” chiese ad Adso, che era vicino a lui.

“È andato a controllare che nessuno salga”.

“Mi permettete un’indiscrezione, amico Adso?” chiese Tre.

“Che genere di indiscrezione, automa?” disse il soldato, un po’ a disagio a rivolgere la parola a qualcosa di così strano come poteva essere una macchina senziente.

“Il vostro omologo, Valmero, è assai diverso dagli altri vostri simili”.

“Che vuoi dire?” chiese Pavel, girandosi verso l’essere di oricalco.

“Intendo dire che è stranamente silenzioso”.

“Non era quello che ha cantato a squarciagola per tutta la notte?” commentò il ragazzo, che non volendo dare la colpa al nervosismo, aveva imputato alla gran caciara fatta dai soldati il motivo per cui aveva passato una notte insonne.

“Non è a questo che mi riferivo” si corresse l’automa. “Intendevo dire che non fa i rumori che voi umani fate di solito”.

“Del tipo?” lo incalzò Pavel.

“Non mi intendo della vostra fisiologia, ma di solito voi emettete gas di fermentazione piuttosto regolarmente, oltre a cambiare spesso le pulsazioni della pompa che mette in circolo quel vostro fluido vitale”.

Pavel scattò in piedi allarmato.

“Ti riferisci al sangue? Vuoi dire che non hai sentito il sangue scorrere nelle sue vene? Non hai sentito il suo cuore battere?”.

Adso, che intanto aveva visto Valmero sporgersi da un contrafforte, lo chiamò ridendo.

“Ehi, qui dicono che non ti scorre sangue nelle vene!”.

“È vero” ammise il soldato con aria lugubre, puntando una balestra manesca contro il commilitone.

Dall’arma partì un verrettone che trapassò il torace di Adso, facendolo cadere sul camminamento, accasciandosi contro la balaustra di legno.

Valmero armò la balestra senza mettere il piede nella staffa e la caricò con un altro verrettone. Stava per tirare di nuovo, quando Tre gli fu addosso con passi rapidissimi.

Una lama di oricalco sgusciò dall’avambraccio dell’automa e tagliò con un colpo solo l’acciaio dell’arco. In quel momento si udì la cacofonica vibrazione emessa all’unisono da Cinque e dagli ordigni piazzati da Licio.

“Fa’ partire i razzi!” gridò l’automa, infilzando Valmero, che però non sembrò curarsene.

Percependo che anche quello che credevano fosse Valmero doveva essere di una natura non molto dissimile dalla sua, Tre iniziò a far vibrare incessantemente la lama, finchè non raggiunse una frequenza che fece perdere compattezza al corpo del soldato. La pelle di Valmero iniziò a smagliarsi, aprendosi in più punti da dove, dopo una prima fuoriuscita di sangue, emersero protuberanze opalescenti.

Il falso Valmero allora poggiò le mani sul petto dell’automa. Rapidamente le estremità del costrutto inorganico si contorsero e si deformarono fino a rompersi, facendo fuoriuscire una sabbia opalescente tanto compatta e fina da sembrare un liquido viscoso. La sabbia entrò nelle fessure tra le piastre che ricoprivano il corpo di Tre, erodendolo da dentro.

Gli automi non sentono dolore come lo possono percepire gli esseri umani, ma la sensazione di venire maciullato dall’interno, mista alla consapevolezza che di lì a poco sarebbe giunta la fine, fu per Ran Tre lancinante e impossibile da sopportare.

Durò poco più di un istante, ma gli sembrò un’eternità, prima che Pavel sfoderasse lo scramasax che gli aveva dato Samaele per l’occasione e lo usasse per tranciare di netto i polsi del costrutto di sabbia opalescente.

La lama dello scramasax, magistralmente incantata dal monaco cacciatore che l’aveva forgiata e potenziata con un unguento da Samaele, generò a contatto con la sabbia un’eplosione rossastra, che sbalzò il costrutto contro la balaustra. Pavel, mosso da qualcosa che non sapeva bene se fosse rabbia o paura, si gettò con tutto il suo peso contro l’impostore, cercando di affondare la lama violacea nel suo gambesone.

Ma l’armatura imbottita di crine di cavallo era molto resistente e la punta del coltello scivolò verso destra, offrendo al costrutto la possibilità di spingere il ragazzo contro la parete sul lato opposto.

Pavel non fece in tempo a riprendersi dal forte colpo che gli era stato dato allo sterno, che il costrutto abbatté il moncone del suo braccio contro la caviglia del ragazzo.

Il dolore fu accecante.

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L’azza d’arme di Bogatir roteò sopra al proprietario e si abbattè con la sua testa di martello contro il grumo di sale che aveva preso la forma abbozzata di un essere umano privo di lineamenti. Il sale si scompose in una nuvola arancione, ma mentre Bogatir stava già colpendo un altro di quei grotteschi costrutti, con la coda dell’occhio vide che quello colpito in precedenza stava già prendendo forma.

A prima vista lo scontro sembrava in una fase di stallo. I soldati avevano chiuso le marionette di sale in un angolo nei pressi della chiesa di Zarateo, tenendole a bada con gli scudi e con le armi. Di tanto in tanto dallo schieramento uscivano gli automi ed alcuni uomini guidati dal Capitano, che allentavano la pressione esercitata dai costrutti contro il muro di scudi, per poi rientrare al sicuro. Se fosse stata una battaglia tra umani, la cosa sarebbe potuta andare avanti fino al tramonto, probabilmente concludendosi con la ritirata degli assalitori, ma i soldati di sale, benchè lenti e impacciati, sembravano non conoscere né fatica, né requie e l’unguento, con cui Samaele e Marzio avevano cosparso le armi, sembrava perdere di efficacia.

I due maghi, posti nelle retrovie, facevano di tutto per ungere nuovamente le armi che perdevano la loro protezione, ma presto il loro preparato sarebbe terminato e comunque non erano in grado di ridare efficacia alle armi con la stessa rapidità con cui queste la perdevano. In aggiunta, le maschere indossate dagli uomini per proteggersi dai miasmi dei soldati di sale, tendevano ad appannarsi e alla lunga accaldavano gli uomini, accelerando la loro fatica. Le guardie in prima linea si scambiavano di posto con le linee più arretrate continuamente, ma questo non era sufficiente a far loro recuperare le forze.

Gli unici che potevano efficacemente contrastare i costrutti di Licio erano gli automi, che potevano sfruttare la vibrazione delle loro lame retrattili per sbriciolare i legami dei soldati di sale senza temere i miasmi a base di cloro. Ma anche gli automi avevano una disponibilità di forze limitata ed erano comunque destinati a soccombere, se gli alleati umani non avessero contribuito a pareggiare i numeri delle forze in campo.

Cercare di colpire Licio con una balestra, poi, era impossibile. Oltre al rischio di colpire i propri compagni, il tiratore non riusciva mai ad evitare che qualche soldato di sale si ponesse tra lui e il suo bersaglio.

La situazione iniziò a precipitare quando alcuni soldati persero la loro maschera. A due di loro era stata strappata via dalle marionette di sale, ma altri se l’erano tolta perché, per la distrazione dovuta all’esasperazione della stanchezza, avevano voluto privarsi di quell’ingombro che impediva loro di respirare e vedere correttamente, ma che impediva anche di non venire soffocati dalle esalazioni che ormai appestavano la piazza.

Marzio dovette occuparsi di loro, lasciando Samaele da solo a gestire la manutenzione delle armi, mentre diversi soldati, tra un cambio e un altro, continuavano a chiedergli esasperati dalla fatica: “Non dovevate già far venire la pioggia, mago?”.

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Una volta un allievo anziano aveva spiegato a Pavel che, nei momenti concitati, gli umori di fuoco secreti dalle ghiandole surrenali possono ridurre la percezione del dolore e dilatare quella del tempo. Si trattava di una chiacchiera pericolosa, dato che solo i maestri possono insegnare agli allievi e Pavel aveva pensato che l’allievo anziano gli avesse raccontato una sciocchezza col solo scopo di metterlo nei guai. Ora si accorgeva che non era vero.

Nonostante la caviglia maciullata, era abbastanza lucido da notare che Adso era ancora vivo e che, ignorando la copiosa emorragia, che gli faceva sputare continui fiotti di sangue, stava cercando di raggiungere lo scramasax, caduto poco distante da lui.

Anche Tre era ancora vivo e cosciente, ma riusciva a muovere solo la testa e il braccio sinistro. Proprio con quel braccio riuscì a passare a Pavel una delle sue lame di oricalco.

“L’armatura. Devi allargare il buco…” gli disse l’automa, mentre il costrutto si girava, con l’intenzione di andare verso i razzi per distruggerli.

In seguito Pavel, ripensando all’episodio, si sorprese della lucidità e del coraggio che aveva avuto nel dire al costrutto: “Ehi, sinarca! La libertà di Sizara per l’Arciduca imperiale”.

Il costrutto, il cui volto ricordava ancora quello di Valmero, ma era composto da sola sabbia, si girò verso il ragazzo. Le sue mani si erano riformate e, perso lo strato superficiale di pelle, erano anch’esse di colore opalescente

“Ho sentito bene? E come puoi sapere dove si trova il nipote dell’Imperatore?”.

Pavel fece in modo che la lama di oricalco bucasse il lato posteriore della sua giornea, rimanendovi appesa.

“Me l’ha detto Samaele. Mi ha spiegato tutto quello che è successo dopo Colle del Fico, quando hanno messo in fuga l’Architetto d’Occidente Ransaldo dei Canossi”.

Adso aveva in mano lo scramasax e tentava di rialzarsi.

Il costrutto afferrò Pavel per il collo della giornea e lo sollevò.

“E dimmi un po’, dov’è che l’hanno portato?”.

“Andatevene via da Sizara e io ve lo dirò”.

Il costrutto afferrò l’avambraccio destro di Pavel, avvolgendolo dolorosamente con la sabbia dalla metà fino al polso.

“Tu dimmi dov’è l’Arciduca e io lascerò integro il tuo braccio”.

Adso era riuscito ad alzarsi.

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“Quando il tuo capo è scappato a gambe levate, i Maghi dei nodi hanno affidato il nipote dell’Imperatore ai Cavalieri di Fios, che l’hanno portato fino in Betenia. Lì è stato allevato come il figlio illegittimo di una nobile, finchè non è stato portato a Sizara sotto la protezione dei Maghi del Gran Calice azzurro. Samaele non è venuto per il vostro Licio. È venuto per me. Sono io il nipote dell’Imperatore”.

Il volto di sabbia colorata del costrutto rise.

“Bel tentativo, ragazzo, ma hai commesso due errori. Primo: io non sono al comando di Canossi, ma è lui che obbedisce a me” e così dicendo, strinse il braccio di Pavel con tale forza che il ragazzo potè sentire le sue ossa rompersi, seguite da un dolore forse peggiore di quello della caviglia.

Il costrutto lasciò che Pavel si accasciasse a terra, per poi afferrarlo per il collo.

“Secondo errore, il più grave: Il figlio di Baiardo e della contessa di Piandorata adesso dovrebbe avere non più di cinque anni e tu…”.

Non fece in tempo a finire la frase, che Adso gli fu sopra, piantando la lama violacea del coltello da cacciatore nella fessura tra il gambesone e il collo della marionetta di sabbia.

La sabbia iniziò a ribollire e ad assumere un colore incandescente, emettendo un grido simile a quello fatto dalla marionetta di Canossi, quando Samaele l’aveva distrutta.

Pavel, desideroso di vendicarsi per il dolore subito, afferrò la lama  di oricalco con il braccio buono e la infilò nella fessura del gambesone fatta in precedenza dall’affondo di Tre.

Con quello che restava dell’altro braccio, il ragazzo si appoggiò alla lama, che scese, tagliando il farsetto imbottito. A quel punto Tre, poggiandosi al ragazzo, spinse il suo unico arto funzionante nel corpo del costrutto, consentendo così a Pavel di mettersi di lato per evitare gli schizzi di sabbia incandescente.

Il ragazzo si trascinò allora fino ai razzi, tirando la cordicella collegata al meccanismo di innesco degli ordigni. Così, mentre Tre, sfruttando il peso del suo corpo inerte, afferrava il cristallo di coscienza posto nel torace della marionetta per strapparlo via, Pavel fu invaso dal fumo rovente a base di zolfo e salnitro dei razzi in partenza verso le nubi.

Si girò e vide il costrutto dei sinarchi trasformato in un ammasso di sabbia grigia e vestiti affastellati.

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Samaele vide i razzi partire e li udì deflagrare sopra la sua testa. Senza indugio chiamò Marzio e Bogatir.

“Perché questo ritardo?” chiese il mago azzurro.

“Non lo so” rispose Samaele “ma deve essere successo qualcosa. Capitano, mandate una guardia a controllare”.

“Una guardia ora?” ringhiò Bogatir, esasperato dalla battaglia che si faceva sempre più dura. “Non credo che abbiate afferrato la situazione. Abbiamo già un quarto degli uomini fuori combattimento e quelli che restano sono allo stremo. Non possiamo permetterci che…”.

“Capitano” lo interruppe il mago dei nodi “tra neanche una mezz’ora sarà tutto finito, ve lo garantisco. Voi preparatevi a rientrare nella mischia insieme a me. Cercheremo di prendere Licio prima che tiri fuori qualche altro trucchetto”.

Detto ciò, Samaele si alzò in piedi, si mise la maschera ed iniziò ad avanzare verso lo schieramento di soldati che tenevano a bada i costrutti di sale.

“Ma che sta facendo?” chiese Bogatir a Marzio, quando il mago dei nodi iniziò a pronunciare parole in una lingua gutturale e minacciosa.

“Preparatevi ad entrare nella mischia con gli automi, Capitano” gli disse Marzio. “Palladio!” chiamò poi, rivolto a uno degli uomini a riposo “Vai all’Accademia a controllare cosa è successo sul tetto”.

Il soldato rimase interdetto, guardando il suo capitano.

“Fa’ come dice” si arrese Bogatir.

Palladio iniziò a correre.

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Samaele continuò la sua avanzata e, a pochi passi dalla fila di soldati, fu come trasportato a velocità appena percepibile dall’occhio umano. Si sarebbe dovuto schiantare contro la schiena di una delle guardie, ma invece scomparve e riapparve avanti agli scudi con un rombo sordo, che sgretolò i soldati di sale nelle vicinanze, volatilizzando i piccoli cristalli di cui erano fatti.

Bogatir si gettò nella mischia, seguito dagli automi e dagli uomini di riserva. Il combatimento fu serrato e feroce. I soldati di sale, forse spinti da una qualche istruzione di Licio, si fecero più aggressivi e più rapidi.

Anche le guardie però, incoraggiati dal vedere il loro comandante, Samaele e gli automi nella mischia a combattere con tanto fervore, ripresero a colpire i loro avversari con la stessa veemenza che avevano all’inizio della battaglia.

Samaele, combattendo spalla a spalla con Bogatir e i suoi uomini, faceva roteare la sua mazza contro le teste e gli arti dei costrutti, non disdegnando però di colpirli con corde ignee, gemme esplosive e altri incantesimi meno conosciuti, sapendo bene quanto ciò fosse positivo per il morale degli uomini.

Quando vide che la pressione sulle fila delle guardie si era allentata, il mago dei nodi tentò di raggiungere Licio uscendo dallo schieramento.

Con una corda ignea modificata, fece una frusta infuocata di due o tre tese e iniziò a sferzare i soldati di sale intorno a lui, aprendosi un varco.

Non bastò e presto fu circondato dai soldati di sale, in un cerchio tanto serrato che dovette farsi strada per tornare indietro.

Dopo quel momento di inusitata aggressività, i soldati di sale ridussero drasticamente la veemenza dei loro attacchi. Sembrava che il tempo con cui si rigeneravano si riducesse costantemente e Samaele potè tentare di nuovo di avanzare.

Bogatir! Dite ai vostri uomini che possono togliersi la maschera” disse il mago dei nodi, strappandosi la sua. “Sta piovendo!”.

FEDERICO DE FAZI

 

Nota dell’Autore:

A causa di impegni estivi, la pubblicazione del romanzo sarà sospesa per due settimane.

Spero di ritrovarvi tutti al mio ritorno per l’avvincente conclusione dell’avventura di Samaele, Pavel, Marzio e i loro amici.

A Presto

Federico De Fazi