IL RIMEDIO – 24 – Il Consiglio

di FEDERICO DE FAZI 

24 – Il Consiglio

“Maestro…” disse Pavel con uno sbadiglio.

“Cosa c’è?” chiese Samaele.

“Mi avevate detto che rimanendo qui potrei diventare un membro del  Consiglio degli Ottimi”.

“Certo”.

Pavel sorrise.

“Adesso che collaboro con voi sono già chiamato a partecipare al Consiglio Ristretto. Ci sono tra i Maghi azzurri maestri che in queste sale non ci hanno mai messo piede”.

Il mago ricambiò il sorriso nella penombra della sala, illuminata da sparute candele, che facevano sembrare gli arazzi una sorta di danza di rossi, bianchi e azzurri appena intellegibili.

“Fai uno sforzo di modestia, fratello. Diciamo che hai avuto questa fortuna. E chissà, forse avrai anche la fortuna di parlare al Consiglio, ma ora non ci sbilanciamo”.

Pavel guardò Samaele e cercò di scrutare nella penombra delle candele una traccia di fierezza o di alterigia. Qualcosa che rendesse l’idea del grande onore che era stato loro concesso, ma il volto del mago era disteso dalla stanchezza. Tanto disteso, che il sorriso che aveva fatto era poco più che un lieve ripiegamento delle labbra e socchiusura delle palpebre.

Anche Pavel era stanco. Era talmente stanco che, quando Samaele gli aveva proposto di andare al Consiglio, il ragazzo aveva inizialmente pensato che, forse, sarebbe stato meglio andare a dormire. Ma partecipare al Consiglio Ristretto, vale a dire quello a cui partecipano solo le personalità più importanti del Consiglio degli Ottimi, era qualcosa che non voleva perdere, dopo tutte le volte che i suoi maestri gli avevano detto che non avrebbe combinato nulla nella sua vita. Ora invece il destino di Sizara dipendeva anche da lui, perché era a lui che Samaele, Marzio e Bogatir, avevano affidato la gestione dei razzi che avrebbero portato i “semi di pioggia” verso le nuvole.

All’inizio il capitano della guarnigione si era opposto fermamente.

“Ma come, a momenti questo moccioso non ci faceva ammazzare a Dolsok e adesso gli affidate una cosa così importante?” aveva tuonato. Ma Samaele era stato più fermo di lui. Aveva spiegato al capitano che gli unici a poter assolvere a quel compito erano lui e Pavel. Samaele doveva fronteggiare direttamente i soldati di sale o qualunque altra cosa Koschmar e i Sinarchi gli avrebbero messo contro e quindi solo Pavel poteva posizionare i razzi e spararli contro il cielo nella giusta sequenza e nella giusta direzione. Alla fine Bogatir non aveva avuto altra possibilità se non quella di acconsentire, anche perché Pavel aveva spiegato così bene la sua parte del piano di battaglia, che il capitano della guanigione non ebbe niente da controbattere, anzi, alla fine si era congratulato con lui e con Samaele per il lavoro che avevano fatto.

Quindi ecco che né Marzio, né Bogatir avevano trovato nulla da obiettare qualora al ragazzo fosse stato chiesto di dire la sua ai membri del Consiglio degli Ottimi, individui di cui Bogatir, Pavel l’aveva intuito, non aveva grande stima.

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Probabilmente era per il fatto che fosse quasi notte inoltrata e le grandi finestre che davano sulla piazza del mercato riflettevano solo la luce delle candele, ma la sala del Consiglio degli Ottimi, dove si riunivano le più importanti personalità di Sizara, non fece a Pavel alcuna impressione.

Il soffitto composto da due volte a crociera era basso e affrescato grossolanamente con scene di miti di scarsa rilevanza. Vi era poi sul lato opposto alle finestre una serie di arazzi raffiguranti una panoramica della città, scene del ciclo agricolo e allegorie delle varie corporazioni. Sotto gli arazzi, ad abbracciare tutta la sala, si trovavano una fila di panche e scranni poggiati alla parete. Un banale salotto, se messa al confronto con l’imponente sala consigliare dell’Accademia.

Sugli scranni più imponenti, posti su uno dei lati più corti della sala, si trovavano i due Consoli, fiancheggiati dal Primo Maestro Palavici, e i quattro Starosta. Andando verso l’altro lato corto della sala, si sarebbero dovuti trovare i Patrizi della Gilda dei Mercanti, seguiti dagli Anziani delle varie corporazioni. Quella notte però buona parte dei posti dedicati alle rappresentanze erano vacanti, eccezion fatta per il Patrizio più anziano della Gilda dei Mercanti.

Samaele, Pavel, Marzio, Bogatir  e un uomo incappucciato furono invitati ad entrare quando la riunione era già iniziata. I cinque si sedettero e Pavel già sapeva che cosa sarebbe successo quando l’incappucciato avrebbe scoperto il volto.

Il Patrizio spalancò la bocca, mentre gli starosta iniziarono a parlare tra di loro ad alta voce. A rimanere calmi erano i due Consoli, due uomini di mezza età con una notevole pinguedine, e Palavici, che invece sembrava magro e denutrito messo a confronto dei notabili della città.

“Onorevoli signori!” disse il Primo Maestro per portare la calma, mentre l’automa, a volto scoperto, rimaneva immobile. “Questi è Ba Quattro Ran Tre, uno degli ultimi superstiti della Quarta Matrice. Anche egli come noi, ha subito gravi perdite dalle macchinazioni efferate dei Sinarchi di Sentra, del Duca di Mittransia e delle crudeli azioni del bandito noto come l’Incubo. Io chiedo a tutti voi di considerare lui e i suoi omologhi non solo come esseri con i quali condividiamo un nemico e una minaccia comuni, ma come alleati e, forse, anche fratelli”.

Uno degli Starosta, aggiustandosi il ricco e pomposo copricapo chiese: “In che senso fratelli?”.

Dal corpo dell’automa uscì una voce: “Onorevole Primo Maestro, onorevoli Consoli, permettete di rispondere alla domanda del vostro onorevole Starosta”.

Uno dei Consoli fece un silenzioso cenno di assenso, mentre l’altro disse: “Parla pure, automa”.

“Vedete, onorevole Starosta e tutti voi, onorevoli membri di questo consesso…” iniziò a dire Ran Tre.

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Pavel notò come l’automa fosse cambiato dall’ultima volta che l’aveva visto. Non solo, nel raccontare usava in minor misura termini come “omologo” o “alleato”, sostituendoli spesso con “fratello” e “amico”, così come “matrice”, era diventato “madre”. Ma soprattutto, nel parlare, compiva brevi gesti con le mani, spostando con intervalli irregolari il proprio peso da un lato all’altro.

“Sta cercando di imitare i nostri modi” notò a bassa voce Samaele, quasi a fare eco ai pensieri di Pavel. “Gliel’hai insegnato tu, Anatra?”.

“Per niente. Ha fatto tutto da solo. Tre ha sempre dimostrato una certa predisposizione all’interfacciarsi con noi umani”.

Non che Pavel sapesse molto sugli Automi, ma era credenza comune che fossero poco più che macchine. Macchine con una volontà, certo, ma non con un’identità autonoma o con una propria personalità unica.

“Di sicuro la distruzione della matrice ha incentivato queste sue predisposizioni. Non ho mai visto un automa così desideroso di omologarsi agli umani” continuava a discorrere Samaele.

“Ha dei buoni motivi per farlo” intervenne Pavel. “Ne va della sopravvivenza sua e dei suoi compagni”.

Il ragazzo notò anche che lo sguardo di uno dei Consoli stava passando dall’ammirare l’automa a fissare stizzito loro.

“Non ho mai sentito di automi che sopravvivessero alla morte della loro matrice” disse Samaele. “Questa scelta di continuare a vivere nonostante l’esaurimento della loro funzione ha di per sé dello straordinario”.

“Forse è stata la loro matrice ad infondergli la volontà di sopravvivere” suppose il ragazzo, ignorando l’occhiataccia del Console.

“Probabile. La tua è un’ipotesi interessante”.

“Potrebbero aver ricevuto questa volontà quando hanno preso la memoria da quell’unità manipolatrice senza averne coscienza…”.

“Ehi!” sibilò Marzio, facendo con la testa un cenno nervoso verso il Console, che li fissava fortemente accigliato.

Pavel, in una reazione istintiva, si irrigidì e divenne pallido come una statua di marmo. Samaele invece arricciò la bocca divertito e si sedette composto sullo scranno, attendendo che Tre finisse di narrare la triste storia della sua stirpe.

“Onorevoli Consiglieri” concluse l’automa “io e i miei fratelli siamo giunti nella vostra città e siamo stati così generosamente accolti che non possiamo non sentirci in debito con voi. Pertanto a nome della mia gente vi prometto, se sarete così generosi da accettarci come vostri concittadini, di combattere al vostro fianco contro chiunque vi minacci. Saremo disposti a considerare Sizara la nostra matrice e i suoi cittadini come nostri omologhi”.

Terminato questo discorso, l’automa smise di gesticolare e muoversi, rimanendo fermo.

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“Che sta facendo?” chiese uno statorsa.

“Attende una vostra risposta” disse il Primo Maestro.

“Tre, vieni a sederti” sussurrò Marzio. L’automa obbedì, mettendosi a sedere vicino al mago azzurro.

L’assemblea rimase in silenzio per un tempo che a Pavel sembrò interminabile, finchè alla fine uno starosta disse: “È una decisione importante questa. Non vedo perché non siano stati convocati anche gli altri Maestri di Gilda”.

“Suvvia, onorevole Teodoro!” sbottò il Patrizio della Gilda dei Mercanti, con un sommovimento di trippe e pieghe di stoffa. “Mi stupisco di voi, che tanto bene conoscete il nostro statuto, il quale prescrive chiaramente che per questioni di grave entità le decisioni vengano prese dal Consiglio ristretto”.

“Mi permetto di dissentire con quanto detto da voi, in quanto le decisioni del Consiglio ristretto riguardano…”.

Samaele emise un sospiro che sembrava quasi il ringhio di un cane.

“Eccoli che cominciano” mormorò a denti stretti.

Pavel non aveva capito quali fossero gli ambiti di competenza del Consiglio ristretto, ma non gli interessò più di tanto. Certo, quando un altro starosta gridò con voce stridula: “E quando avete convocato il Ristretto perché il villaggio di Pittaco non pagava il pescatico? Avanti, Teodoro, non siate ipocrita!” Pavel non potè non sentirlo.

“Ma guarda se dobbiamo perdere tempo con queste baroccate!” ringhiò ancora Samaele.

“Che è successo? Certe lagne me le aspettavo da Bogatir” lo rimproverò Marzio, ridacchiando.

Il mago dei nodi indicò il capitano, la cui gigantesca mole era incastrata sullo scranno alla sua destra mentre, con la testa strategicamente sostenuta dal braccio poggiato al bracciolo, dormiva silenziosamente.

“Scommetto che anche i consigli dei maestri dei nodi sono così”.

Pavel vide che entrambi i Consoli stavano fissando i maghi che parlottavano e il loro sguardo non era certo dei più rassicuranti.

“Per questo non faccio parte del Gran Consiglio” mormorò di risposta Samaele. “Adesso però mi sono veramente stufato”.

Il mago si alzò e di risposta lo sguardo dei Consoli divenne a dir poco omicida.

“Ho il permesso di prendere la parola?” chiese Samaele ad alta voce. Per tutta risposta, e con grande sorpresa di Pavel, che si aspettava un secco “No”, il Console disse con voce roca: “L’avete”.

“Vi ringrazio, onorevoli Consoli. Immagino sappiate ormai, onorevoli consiglieri, chi io sia e quali vicissitudini mi abbiano portato qui” cominciò a dire, con voce bassa e stentorea. “Immagino sappiate altrettanto bene quanto conosca il pericolo che minaccia la vostra città e, qualora qualcuno di voi dubitasse delle mie intenzioni, il vostro Capitano e il Tirocinante anziano dei Maghi dei Gran Calice azzurro qui presenti possono dimostrare quanto abbia fatto per ostacolare Koschmar e la sua banda e a quali rischi mi sia esposto per farlo…”.

“Andate al dunque” intervenne lo starosta Teodoro spazientito.

“Certamente. Ebbene, io non voglio entrare nelle vostre legittimità statutarie, in quanto non ne ho l’autorità. Tuttavia, mi preme di informare voi tutti che, mentre siamo qui, i nostri avversari hanno già disposto sullo scacchiere le loro pedine e si accingono a muovere. Posso garantirvi che il prossimo quinto giorno la vostra città verrà violentemente attaccata e, se non saranno poste misure opportune, vi assicuro che sulla piazza dove si affaccia questa sala avverrà una carneficina pari se non peggiore a quella di Dolsok e, molto probabilmente, non ci sarà più un balcone o una finestra da cui affacciarsi”.

I consiglieri si incupirono tutti.Cap 24 IMG 4

“E cosa intendete suggerire?” chiese Palavici.

“Si sono messi d’accordo, Lontra e il Primo Maestro, secondo te?” chiese Marzio a Pavel. Il ragazzo non rispose. Probabilmente, se l’ora non fosse stata così tarda, avrebbe ribattuto con un certo sarcasmo. Ma ora era veramente intontito dal sonno e, dopo aver passato una giornata intera a studiare con Samaele e gli automi una strategia vincente per affrontare Koschmar e le diavolerie che potevano avergli fornito i Sinarchi, l’unica cosa che voleva fare era stendersi sul suo pagliericcio e dormire.

Ma Samaele lo chiamò per nome e la cosa lo costrinse a scrollarsi di dosso il sonno.

“Mi avete chiamato, maestro?”.

Il mago, in piedi al centro della sala, gli sorrise dando le spalle ai dignitari.

“Puoi venire qui, per favore?”.

Il ragazzo si alzò quasi d’istinto, ma venne fermato da un console.

“Perdonatemi, maestro Samaele, ma l’autorità di parlare è stata concessa a voi e non al ragazzo, fermo restando che la sua presenza qui è già di per sé una grave irregolarità”.

Fu a quel punto che lo starosta Teodoro esplose di nuovo, asserendo che il Consiglio ristretto non aveva alcuna legittimità di prendere decisioni riguardo alle attuali contingenze, soprattutto quando era stata ammessa la parola e la presenza di certi individui che non avrebbero avuto neanche il diritto di partecipare a una seduta ordinaria del Consiglio.

“Ora quel vecchio trombone ne avrà per qualche ora” si lamentò Bogatir, che evidentemente dormiva con un occhio aperto. “E io che speravo di andare a dormire presto!”.

Pavel si trattenne da fare una battuta sul fatto che il capitano avesse dormito fino a quel momento. Marzio e Samaele invece si sussurrarono qualcosa e, terminato lo scambio di battute a un volume sufficientemente basso da non essere udito tra le grida dei litigiosi membri del Consiglio, si scambiarono un gesto d’assenso.

“Capitano” disse Samaele sottovoce, attirando l’attenzione di Bogatir. “Che interessi ha uno starosta a tergiversare tanto, vista la situazione di emergenza?”.

“Teodoro è un mercante beteno che si è arricchito con il commercio di pelli. In generale è sempre stato considerato come inferiore agli altri e non ha mai perso tempo per mettere i bastoni tra le ruote al Consiglio, così come il Consiglio per mettere i bastoni tra le ruote a lui” disse Bogatir con uno sbadiglio assai vistoso. “E così ogni volta che si deve prendere una decisione si finisce sempre per fare le due di notte”.

“E se invece lo facesse apposta?” chiese Pavel. Bogatir guardò il ragazzo divertito.

“No, vuole sono strillare un po’. Vedrete che alla fine il Consiglio approverà di comune accordo di accogliere le istanze del nostro amico automa”.

Pavel si rivolse a Samaele.

“Ma qui non si sta mettendo in discussione una decisione” disse, in modo che anche Bogatir potesse sentirlo. “Si sta mettendo in discussione la legittimità di questo Consiglio. Si sta prendendo tempo per convocare un’altra assemblea. E qual è il giorno in cui si convocano le assemblee del Consiglio degli Ottimi?”.

Bogatir rispose quasi d’istinto: “Be’, il sesto giorno… Peste!”.

“Il ragazzo ha intuito e malizia da vendere” disse Samaele sorridendo, mentre il Primo Maestro Palavici stava sussurrando qualcosa a uno dei Consoli, il quale a sua volta confabulò con il suo collega, ignorando il confusionario battibecco che si era creato tra gli Starosta.

Terminato il breve scambio di battute tra i due primi cittadini di Sizara, quello più lontano da Palavici si alzò, attendendo che il silenzio calasse nella sala. Non ci volle molto. Appena il suo sguardo si posò sugli Starosta, questi interruppero immediatamente le loro discussioni.

“Signori ospiti, vogliate perdonarci ma, considerata la natura di quest’assemblea, non ha senso trattenervi oltre. Vi chiedo quindi di tornare alle vostre dimore e riposare, con l’assicurazione che domattina sarete informati di quanto abbiamo deliberato”.

“Andiamo, Tre” disse Marzio all’automa, che per primo si alzò e si diresse verso la porta.

Quando tutti e cinque furono usciti, Bogatir sbottò con: “Che perdita di tempo! Spero che Teodoro sia davvero un traditore come dite voi, Samaele, perché avrei veramente piacere a vederlo su un palo del supplizio”.

“Da queste parti avete il supplizio facile” ribatté Samaele disgustato.

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“Perché, dalle vostre parti non si processano così i traditori?”.

“Dalle nostre parti cerchiamo di evitarlo”.

“Io non capisco” intervenne Tre. “Perché alcuni membri del vostro consesso dovrebbero avere interesse che la propria città subisca un tale danno?”.

“Gli interessi collettivi alle volte possono non coincidere con quelli personali” spiegò Samaele. “Probabilmente quelli di Teodoro vanno contro quelli degli altri notabili di Sizara, o sono gli interessi degli altri notabili di Sizara ad essere contro quelli di Teodoro. Ad ogni modo queste sono solo supposizioni, che potrebbero benissimo essere sbagliate”.

“Potrei far seguire Teodoro e vedere se è vero quello che dite” propose Bogatir.

“La situazione è delicata” disse Samaele, mentre da dietro la porta continuavano a rimbombare le grida concitate dei Consiglieri. “Non abbiamo prove per fare una cosa del genere e se venissimo scoperti, potrebbe essere un problema”.

“Che fai, tiri il sasso e poi nascondi la mano, fratello?” lo incalzò Marzio. Samaele lo squadrò irritato.

“Io non ho accusato questo Teodoro di nulla. Sto solo sospettando che in seno al Consiglio possano esserci persone con interessi tali da far sì che Sizara cada nelle mani del Duca. Non sarebbe la prima volta che succede una cosa del genere. Basti ricordare della presa di Acalia ad opera di Parrennio…”

“Risparmiatemi le lezioni di Storia, per favore” lo interruppe Bogatir.

“E se il Consiglio decidesse di dar ragione a Teodoro?” chiese Pavel.

“È altamente improbabile” rispose Marzio. “Teodoro è in minoranza e Samaele ha fatto un discorso che ha preoccupato troppo gli altri consiglieri. Le cose andranno come previsto, vedrai”.

FEDERICO DE FAZI