L’ALBA DELLA CIVILTA’ NEL TERRITORIO DI CIVITAVECCHIA

di CARLO ALBERTO FALZETTI 

Un paesaggio non è solo natura. E’ in esso incorporata una dose di cultura più o meno elevata.

Quando ammiriamo il nostro entroterra civitavecchiese  guadagnando, in breve tempo, livelli di altitudine attraverso strade sinuose, fitte di macchia e di rocce sedimentarie,  può sembrarci che quello sguardo intercetti  un paesaggio incontaminato, tutto e solo natura. Ma se osserviamo con più attenzione, l’opera del lavoro umano è fortemente presente. Bisogna aver cura di vedere con occhio attento la storia che tenta di sortire dal suo occultamento per rendersi manifesta, ovunque. Bisogna disporsi ad un ascolto di suoni, di voci sopite dal tempo. Bisogna riuscire a comprendere quanto il  paesaggio, ricco di presenze e di antiche forme non del tutto svanite, abbia  l’ardore di  riapparire per il nostro tramite. Noi possiamo essere la “coscienza” del luogo. Il paesaggio si rivela a se stesso utilizzando il prestito del nostro sguardo interessato e appassionato!

I Monti della Tolfa ed il litorale roccioso.

 Due poli attraverso i quali la storia ha oscillato.

Ci fu un tempo nel quale la preminenza del monte era netta. Il vulcanismo Sabatino e vichiano aveva, in tempi geologici lontanissimi, eruttato  lava trachitica raffreddatasi in formazioni di domi sparsi o in estese nubi di fuoco adagiatesi,  repentinamente per il peso, su un basamento preesistente di roccia sedimentaria. Il contatto fra le pesanti ignimbriti ed il sedimento aveva generato una preziosa genìa di minerali  di rame, ferro, argento.

Alla fine del Bronzo, attorno al 1000 a.c., tutta la fascia del bacino minerario era occupate da villaggi d’altura: l’Oliveto di Cencelle, Monte Rovello, l’Elceto, la Tolfaccia, la Rocca di Tolfa. Villaggi minerari che esportavano materia prima convogliando i traffici nello snodo portuale della Castellina del Marangone.

Arroccamento, incinerazione dei cadaveri, commercio egeo in espansione. Erano i parametri  di base di una cultura che caratterizzava tutta la penisola italica nella parte finale dell’Età del Bronzo. Il surplus economico che la struttura produttiva in atto determinava aveva, già da tempo, condotto ad una sovrastruttura sociale caratterizzata da un accesso alle risorse diseguale. Il potere, in presenza di stabili differenziazioni reddituali, cominciava sempre più ad accentrarsi presso famiglie di rango che, attraverso meccanismi redistributivi, allargavano il dominio verso numerosi clientes.

Ma, con il passar del tempo, l’intensità dei commerci marittimi e la forte competitività fra le famiglie di rango cominciò a creare una tensione insopportabile tra una struttura produttiva sempre più dinamica e la sovrastruttura istituzionale ancora improntata ad antiche norme come l’uso collettivo dei terreni a pascolo.

Come uscire dalla contraddizione se non provocando una “serrata” delle classi aristocratiche più effervescenti?

L’Etruria, e dunque il nostro territorio, sperimentò la serrata nella modalità di un abbandono dei siti d’altura per conquistare terre nuove dove innestare sovrastrutture normative in armonia con i modi di produzione  perseguiti.

 Era la fine dell’arroccamento d’altura.

 Ma come si poteva indirizzare il flusso delle genti che miravano a fuoriuscire dai siti storici per inaugurare uno spazio di libertà economica improntato su una logica che sempre più insisteva sulla appropriazione privata dei fattori produttivi?

I centri territoriali, che potevano attrarre il flusso di genti e risorse, dovevano disporre di una forza di attrazione proporzionale ad una specifica “massa” che, naturalmente scemava al crescere della distanza.

La forza attrattiva della “massa” era basata su tre fattori: il possesso di un ampio pianoro di almeno 100 ha,  una distanza dal mare che permettesse  la realizzazione dei traffici marittimi ma tale da garantire una prudente lontananza, una possibilità di disporre di vallate per lo sfruttamento agricolo al di là dei terreni coltivabili nel pianoro.

L’Eta del Ferro apriva le sue porte e la storia si caricava di attese molto promettenti. Alla forma pre-urbana dei siti di altura si stava sostituendo, nel giro di poche generazioni, un assetto proto-urbano. La velocità con cui avveniva tutto questo era strabiliante.

Nel nostro territorio tutti i siti del bacino minerario venivano abbandonati . Influiva di certo la concorrenza elbana e delle Colline Metallifere ma l’abbandono era dovuto alla forza attrattiva del pianoro ideale: Tarquinia, il pianoro della Civita.

Sorgevano nel contempo siti costieri. Una fitta rete di villaggi marini da Santa Severa all’Arrone, senza soluzione di continuità. Il polo attrattivo della Civita, mentre faceva spopolare le campagne, creava un importante sbocco sul mare: per il sale prezioso, per la portualità, per l’avvistamento precauzionale.

Se contiamo i presumibili siti costieri nell’area occupata dal porto traianeo, si arrivava a circa 20 approdi: il primato del monte cedeva il passo al primato del mare.

Tutto ciò accadeva attorno al 900 a.c. Quasi due secoli prima dell’inizio della polis greca. Il nostro territorio sperimentava, assieme a tanti altri siti dell’ Etruria Meridionale, una formazione urbana “aurorale” concentrando a Tarquinia il polo attrattivo. Le città proto-urbane di Veio, Cere, Tarquinia, Vulci non erano frutto di una contaminazione  esterna ma apparivano quale sbocco finale di un lungo processo di sviluppo le cui radici affondavano nei secoli dell’Età del Bronzo.

Descrivere il processo del nostro territorio in età proto-urbana come si è fatto nelle righe precedenti significa accettare il venir meno del “diffusionismo”,  teoria che voleva la nascita dell’urbanizzazione in Etruria quale effetto della diffusione della civiltà greca o delle colonie greche del meridione. E’ a vittoria del modello “autoctono”.

Questo ci rivela il nostro paesaggio!

Un modello elaborato grazie a rilevanti contributi accademici che si sono avvalsi di tecniche sempre più sviluppate ed intersettoriali.

Ma, all’origine delle sintesi accademiche esiste un’opera appassionata, certosina, caparbia di “specialisti dilettanti”. All’inizio, in anni ormai remoti,  si dispone solo di una manciata di cocci d’impasto rozzo mischiati tra tanti ciottoli di fiume trascinati da un cono di deiezione e posti al contatto con il mare. E’ da poco terminata la Guerra e alla foce del Marangone Fernando Barbaranelli si impegna quotidianamente a selezionare, catalogare, ripulire i reperti mischiati tra le pietre levigate del fiume. Prima della Guerra  i luoghi del mare e del monte erano stati oggetto di una meticolosa esplorazione del “Maestro” dell’archeologia cittadina: Salvatore Bastianelli.

Con il tempo s’ affianca a Barbaranelli un giovane instancabile, meticoloso, inebriato dal ricercare: Franco Capuani. Torre Valdaliga, la Buca di Nerone, la Mattonara, Acque Fresche, la Frasca, la Punta del Pecoraro. Luoghi in parte scomparsi, salvati nella memoria dalle ricerche di questi appassionati. Nei suoi appunti di ricercatore Barbaranelli annoterà come questi luoghi costieri siano caratterizzati da un “affollamento demografico”. Con il lavoro successivo di Antonio Maffei, di Francesco Nastasi di Massimo Sonno il luogo comincia ad apparire nella sua vera realtà. Perché non pensare che la grande successiva talassocrazia degli etruschi abbia avuto in questo litorale uno dei suoi punti di inizio? Nel contempo l’interno diviene il luogo di azione di Odoardo Toti. Con lui si inaugura un periodo ricco di metodo scientifico per taluni versi anticipatore di metodi oggi ben diffusi. Il bacino metallifero con i suoi villaggi industriali, con le tracce dei ricchi commerci con l’Egeo deve molto all’opera professionale di questo nostro concittadino, archeologo, geologo, naturalista, storico.

E’ l’opera di questi pionieri che apre uno spazio insospettato e stimola l’attenzione a chi è capace di trarre conclusioni  autorevoli. Il paesaggio, così come lo abbiamo delineato all’inizio, deve molto ai nostri concittadini della “Centumcellae”.

CARLO ALBERTO FALZETTI 

 

La foto del titolo è stata tratta dall’Archivio Storico Capitolino. L’autore è Giovanni Maria Cassini e la mappa risale al 1782.