IL RIMEDIO – 22 – I sintachi

di FEDERICO DE FAZI ♦

22 – I sintachi

Il materasso di piume di sintaco era qualcosa che pochi potevano dire di aver provato e, ora che Pavel ci si era sdraiato, lo trovava troppo morbido rispetto alle sue normali abitudini. Il dormitorio dove si trovavano non era riscaldato e quindi ora il ragazzo dormiva, o cercava di dormire, avvolto in pesanti coperte di lana.

Samaele dal canto suo aveva cominciato a russare appena aveva poggiato la testa sul guanciale. Del resto era normale, visto che non aveva avuto un attimo di tempo per riprendersi dal dì del Sole.

Pavel avrebbe voluto parlare un po’ con il mago. Voleva chiedere cosa poteva imparare un mago dei nodi della sua età, com’era vivere al Sud o di sentire qualcosa di più sui maghi dei nodi che cavalcano sintachi e se anche lui sarebbe potuto diventare uno di loro. E poi avrebbe voluto chiedergli cosa fossero quegli strani versi a tratti simili a cornette sfiatate, a tratti come cinguettii incredibilmente rallentati che sentiva provenire dal piano di sopra.

Soprattutto gli sarebbe piaciuto essere rassicurato perché, se suo padre si fosse opposto al suo abbandono dell’Accademia, non sapeva davvero cos’avrebbe fatto.

Non sopportando oltre di stare sdraiato ad aspettare il giorno che veniva, decise di alzarsi. Mise i calzari e si avvolse nel mantello a ruota che Samaele aveva lasciato piegato vicino al suo letto. Muovendosi al buio, tremante dal freddo, raggiunse la porta. Lungo il breve corridoio che portava allo scalone più vicino, una lampada di sego illuminava la stanza con una fiamma tremolante, mentre dal lato opposto, da una feritoia a bocca di lupo, entrava l’aria gelata della notte. Stringendosi ancora di più nel mantello di Samaele, volle avvicinarsi alla finestra per cercare di vedere qualcosa, ma quello che si stendeva davanti a lui, attraverso la stretta apertura obliqua, era solo il velluto nero della notte.

Cap 22 Img 1

Una luce saliva lo scalone. Pavel si schiacciò contro il muro, ma il fascio luminoso lo colpì. Era talmente forte che dovette farsi schermo con la mano, in attesa che gli occhi si abituassero alla luce.

Riconobbe la voce di Antinea dire: “Tutto bene, ragazzo?”.

La maga spostò il fascio di luce verso il basso, lasciando che questa, riflettendosi sul pavimento di pietra bianca, illuminasse il corridoio. Il ragazzo abbassò la mano, senza dire niente.

Antinea indossava una lunga giacca imbottita, simile a quelle portate dai nomadi vesperansi. Anche il cappello che aveva calcato sulla testa, un largo e basso tronco di cono fatto di pelliccia, ricordava quelli dei Vesperansi o di certi Beteni.

Lei si avvicinò, ripetendo: “Dico, tutto bene?”.

Pavel non disse di nuovo nulla. Lei sorrise.

“Soffriamo d’insonnia, eh?”.

Un grido acuto si propagò dall’alto dello scalone. Antinea sbuffò disturbata: “Dai, vieni con me. Ti faccio vedere una cosa”.

La giovane afferrò delicatamente il ragazzo per il braccio, facendolo discostare dal muro, poi lo accompagnò verso lo scalone.

“Che sono quei suoni?” chiese lui.

“Sono i sintachi. A parte il mio sono tutte femmine ed è normale che non vadano sempre d’accordo”.

Salirono fino ad una grande stanza, forse grande come tutta la torre. Un forte odore di aceto colpì il nao di Pavel, ma il ragazzo si accorse di potercisi abituare rapidamente.

Vi fu un grido così forte e vicino da rompergli i timpani. Voltandosi, illuminato dalla lanterna di Antinea, un gigantesco muso oblungo della creatura più assurda che avesse mai visto lo guardava con enormi occhi gialli.

Gonfiando le piccole ma fitte penne verdi e purpuree, l’animale digrignò gli affilati denti anteriori, per poi battere il becco corneo sulla punta del muso e i grandi molari in fondo alla mascella, emettendo contemporaneamente un verso gutturale.

“Vuoi stare calma, Tempestosa?” disse Antinea, avvicinandosi.

La  femmina di sintaco si avvicinò alla ragazza, poggiandosi sulle ali membranose e allo stesso tempo piumate che aveva al posto delle zampe anteriori.

Cantando una canzone dalle parole incomprensibili, ma dal suono incredibilmente dolce, Antinea appoggiò la mano sul muso della bestia, lasciando che l’animale si abbassasse per farsi grattare lungo la cavità nasale e sulla fronte. Poi il sintaco ebbe un sussulto, aprendo e chiudendo la bocca rapidamente e sollevando la testa con uno scatto.

Cap 22 Img 2 e Titolo

Disegno di Carlo Cianflone

Pavel arretrò spaventato, ma si accorse che l’animale aveva fatto così per consentire ad Antinea di grattargli il collo.

“Che cos’ha?” chiese Pavel.

“Un po’ di inquietudine. Credo che sia normale visto che è un sintaco molto anziano”.

“Non dovrebbe esserci uno stalliere a controllarli di notte?”.

Non fece in tempo a dirlo che da un angolo spuntò fuori un giovane piuttosto alto.

“Ah, siete voi, signora” disse, abbassando un roncone, che forse contava di usare come arma da difesa.

“Il ragazzo chi sarebbe?” chiese lo stalliere.

“Una bestia simile non andrebbe lasciata da sola a lungo” disse Antinea.

Lo stalliere abbassò la testa.

“Il mastro Girone ha le coliche e quindi sono rimasto solo a guardare gli animali. Mi sono assentato per andare alla latrina”.

Antinea continuò a guardare lo stalliere, accarezzando delicatamente il capo della bestia, che con un sospiro di soddisfazione, invase Pavel con una zaffata di alito fetido e nauseante.

“Vi prego, signora, non dite nulla al Barone” supplicò lo stalliere.

“Questo mastro Girone è il maestro di stalla, giusto?” chiese Antinea.

“Sì”.

“E siete solo voi due a prendervi cura dei sintachi?”.

Lo stalliere arretrò imbarazzato.

“Be’, no … sì, siamo noi due a prendercene cura di notte”.

La maga annuì lentamente.

“Sembra essersi calmata. Te la lascio” disse, prendendo Pavel e allontanandosi.

La stalla dei sintachi comprendeva l’intero ultimo piano del palazzo, dove le torri esterne ospitavano le nicchie con i sintachi e le pareti più lunghe avevano tutte una grande apertura, chiusa per la notte da una pesante saracinesca di legno. Tutto intorno c’erano strani strumenti a uncino, argani a catena e bassi carrelli, fatti per muoversi su binari scavati nella pietra del pavimento.

“Andiamo a vedere Zefiro come sta”.

“Non avevo mai visto un sintaco così da vicino” disse Pavel eccitato, ma allo stesso tempo intimorito da tutto quello che vedeva.

“Quello era il sintaco del Barone. Giustamente il più grande”.

Entrarono in un’altra nicchia. Lì si trovava un sintaco dal piumaggio cobalto con striature gialle. Era più piccolo di Tempestosa e appariva anche più attivo nei movimenti, benché notevolmente più silenzioso.

Riconosciuto il suo cavaliere, Zefiro la colpì energicamente col muso, emettendo brevi schiocchi gutturali. Antinea abbracciò prontamente la testa dell’animale, che la spinse indietro, allungando il collo, mentre lei opponeva resistenza, piegando le ginocchia e ridendo sommessamente.

“Ma come si fa a restare senza di te?” diceva, accarezzandolo.

Zefiro poi si staccò dalla maga e guardò Pavel con i suoi grandi occhi gialli.

“Resta lì” disse Antinea. “Lascia che ti annusi”.

L’animale si avvicinò e annusò il ragazzo con le froge poste dietro la parte cornea del suo muso, da cui uscivano densi fiotti di condensa.

Pavel rimase immobile, nonostante l’alito fetido dell’animale, che strusciava lo strano muso contro di lui, dandogli lievi spinte, che il ragazzo cercava di contrastare col suo scarso peso. Poi la bestia lo colpì con il lato del muso sul fianco, facendolo cadere. Mentre il ragazzo si rialzava, Zefiro lo sospinse di nuovo col muso verso l’alto. Pavel arretrò per acquistare l’equilibrio, mentre Zefiro continuava ad emettere lievi schiocchi gutturali.

Cap 22 Img 3

“Gli piaci” disse Antinea sorridendo.

“Perché, che cos’avrebbe fatto se non gli fossi piaciuto?” chiese Pavel, intimorito dai movimenti serpentini dell’animale.

“Ti avrebbe spezzato a metà” rispose la maga senza mezzi termini. “I sintachi dei Maghi dei nodi non sono docili come quelli dei normali Cavalieri di Fios, che si fanno avvicinare da chiunque o quasi”.

Il ragazzo rimase immobile, aspettandosi che il sintaco lo potesse colpire di nuovo, ma l’animale si rivolse di nuovo verso Antinea, colpendola leggermente col muso ed emettendo un cinguettio basso e lungo.

“Avanti, avvicinati” disse, prendendogli la mano.

Pavel lasciò che lei gli facesse toccare il muso di Zefiro, che inizialmente fece uno scatto in avanti, ma si fermò subito quando Antinea emise un “No” cupo. Pavel poté quindi poggiare la mano sull’animale.

“Che cosa ti preoccupa?” chiese secca la maga.

“Potrebbe staccarmi la mano con un morso” rispose lui.

Antinea rise sommessamente. “Quella non è preoccupazione. Quella è paura ed è meno forte di quanto tu creda. C’è qualcosa di più profondo che ti tormenta da un po’ di tempo. Zefiro lo sente e lo sento anch’io attraverso di lui”.

“Be’… tra qualche giorno partirò per una terra lontana …” continuò Pavel pensieroso. Il sintaco sollevò leggermente la testa per poi abbassarla di nuovo.

“Tu vuoi partire. No, non è questo che ti rode dentro. Certo, sei preoccupato come chiunque si appresti ad intraprendere un lungo viaggio, ma nel profondo sai già che le cose andranno per il meglio. Ci stiamo forse sbagliando?”.

Pavel scosse la testa.

“Avete ragione, onorevole maestra…”.

“Non sono maestra e non darmi del voi … Ma scusami, ti ho interrotto. Ti prego, continua”.

Pavel fece mente locale, poi disse: “E se mio padre si rifiutasse? Cosa succederebbe?”.

Zefiro poggiò delicatamente il muso sul fianco del ragazzo ed emise una specie di sommesso uggiolio, poi strusciò contro di lui il lungo setto nasale. Antinea annuì.

“Certo, il Cavaliere degli Incubi è sicuro di aver predisposto ogni cosa perché tu possa andare ad abitare nelle Terre Meridionali, ma da quello che vedo mi sembra una persona istintiva, che ripone molto nella fiducia che ha in se stesso, nelle capacità sue e dei suoi confratelli, oltre che nelle sue preghiere. E tutti noi sappiamo che l’Uno non sempre ci dà il posto che ci aspettiamo nel suo Grande Nodo”.

Pavel, scosso da un brivido di freddo, sospirò pensieroso, mentre Antinea si avvicinava a lui.

“È normale essere preoccupati per questo e scommetto che anche Samaele lo è, ma stiamo facendo del nostro meglio perché vada tutto bene e sono sicura che questa volta sarà così”.

Pavel annuì, mentre il sintaco gli diede un lieve colpetto sul fianco.

“Che cos’ha?” chiese preoccupato.

“Sente solo che c’è qualcos’altro che ti turba”.

“Cos’è, devo raccontargli la storia della mia vita?” chiese Pavel spazientito.

Cap 22 Img 4

Antinea sorrise mettendo il suo braccio intorno a Pavel. Era più piccola di lui per dimensioni e più grande di meno di quattro anni, ma l’atteggiamento sicuro con cui si muoveva la facevano sembrare agli occhi di Pavel più alta, quasi imponente.

Il ragazzo mal sopportava l’atteggiamento così supponente della maga, che gli ricordava quello altezzoso dei maestri quando lo esaminavano, già sapendo che non l’avrebbero trovato preparato o comunque meno meritevole degli altri. Fosse stato in un’altra circostanza, l’avrebbe scansata e se ne sarebbe andato, ma invece rimase fermo.

Non si sapeva bene spiegare perché quella volta non aveva fatto così. Forse era il timore che un movimento brusco avrebbe potuto far reagire violentemente il sintaco, o forse era la sicurezza che la maga gli infondeva, nonostante tutto, o magari era il freddo che lo intontiva.

Antinea gli disse:  “È giusto che sia chiara con te, allora: sto per intraprendere un lungo viaggio per portare questo messaggio. Nulla di strano per me, che volo con Zefiro da quando avevo la tua età ma, allo stesso tempo, sarebbe veramente più facile per me lanciarmi in quest’impresa, se conoscessi meglio la persona per cui la sto facendo”.

“Voi Maghi dei nodi siete tutti così strani?”.

“Ce ne sono di tutti i tipi di Maghi dei nodi, ma sì, siamo tutti piuttosto strani. O forse è il mondo che è strano”.

Pavel fece per indietreggiare, ma il collo flessuoso del sintaco lo bloccò.

“Basta, Zefiro” disse Antinea, spingendo l’animale a lasciare andare il ragazzo. “Vieni, ti accompagno al dormitorio”.

Antinea si mosse, superando Pavel, che invece rimase fermo.

“Tu poi tornerai qui?” chiese. Non voleva tornare al buio del dormitorio. Non voleva rimanere solo. In fondo stava bene con lei. Si era accorto che dai suoi capelli si spandeva un odore caldo di grano e rosa canina, che riusciva ad allontanare anche l’alito fetido del suo animale.

“Zefiro non è mai stato così lontano da casa e neanch’io, del resto. Quando è così, quello che si vuole di più e stringersi con chi ci è amico e fratello”.

Quello che Antinea disse colpì Pavel nel profondo. Ricordava le prime notti passate nelle fredde e buie stanze del dormitorio all’Accademia, quando rannicchiato nel letto, tremando per il freddo, piangeva sommessamente fino ad addormentarsi, desiderando l’abbraccio della sua nutrice. Ricordò quando sentiva altri che singhiozzavano come lui e quella notte che uno di loro prese il coraggio di avvicinare i letti e di stringersi vicini. Furono scoperti dall’allievo anziano di turno, che l’aveva detto a un tirocinante, che l’aveva detto a un maestro, il quale aveva dato ordine al tirocinante di dare ordine all’allievo anziano di dare ordine ai servitori di prendere i ragazzi e metterli in piccoli sgabuzzini di legno separati per la notte successiva.

Pavel si accorse di essersi avvicinato ad Antinea, che a sua volta si era di nuovo messa a fianco del sintaco. L’animale aveva messo le sue ali in avanti, come per abbracciarli.

“Va tutto bene, fratello?” chiese Antinea. Pavel non rispose, ma si accovacciò insieme a lei nell’abbraccio caldo dell’uccello ippocefalo.

Cap 22 Img 5

Sì, Antinea e Samaele erano la cosa più vicina a dei fratelli che Pavel avesse mai avuto da quella notte di quasi quattro anni prima. Entrambi odoravano delle erbe che usavano per i loro saponi. Un odore ben diverso da quello della saponata a base di sego usata dagli abitanti di Sizara. Adesso anche lui aveva quell’odore, avendo usato lo stesso sapone di Samaele.

Era un odore di melissa e menta. Più freddo di quello di Antinea, ma comunque accogliente e dolce, che lo riportava alle colline assolate e al mare dov’era stato nel sogno di qualche notte prima.

Il calore che provava in quel momento era molto più piacevole e incredibilmente più raggiungibile della fredda vendetta, che sognava nei confronti del luogo dove era stato costretto a vivere da quattro anni, i cui abitanti avevano deciso di allontanarlo e tenerlo in disparte.

Perché avessero iniziato a fare così faceva fatica a spiegarlo. In principio aveva dato la colpa a loro, che non erano in grado di perdonare i suoi errori, né di assecondarlo quando riteneva fosse il caso di ribellarsi. Sì, certo, lo incitavano, lo incoraggiavano, poi ridevano dei suoi scherzi e delle sue bravate, ma alla fine di tutto era sempre e solo lui, mentre tutti gli altri scappavano, i vigliacchi.

Che fosse un poco di buono se ne era convinto anche lui e in parte gli stava bene. Si era sempre immaginato come quello di cui tutti hanno paura per via di quello che poteva fare. Pensava che un giorno tutti l’avrebbero temuto e magari si sarebbero pentiti per averlo lasciato solo.

Ma, nonostante il calore, quella fredda vendetta continuava a sognarla e, nella mezza strada tra una cosa e l’altra, si sentiva vuoto e spaventato.

“Antinea” disse.

“Mmmm…” fece lei dal dormiveglia.

“Vuoi sapere la cosa che mi turba?”.

La maga aprì gli occhi e drizzò lentamente la schiena.

“Ti ascolto”.

“Io non lo so se posso diventare un mago dei nodi come Samaele. Non lo so se saprei essere così fedele al vostro Codice o alle vostre regole. E se invece a un certo punto diventassi qualcuno come quel Licio …”. Si fermò. Quasi si vergognò di aver tirato fuori un pensiero simile, così irrazionale e lontano dal realizzarsi.

Ma Antinea, con espressione rilassata, rispose: “Tutti noi abbiamo paura di quello che saremo. È normale. E non sempre abbiamo la possibilità di scegliere chi saremo. Ma forse possiamo decidere se essere tristi o felici e fare il possibile per essere l’uno o l’altro”.

A Pavel quella non sembrò una risposta soddisfacente, ma quando Antinea si avvicinò a lui passando sotto il collo del sintaco, si sentì ugualmente rassicurato all’odore di grano e rosa canina che spandeva dai suoi capelli.

“Tu come vuoi essere, Pavel?”.

“Felice” rispose lui senza pensare.

Antinea sorrise dolcemente.

“Faremo il possibile perché tu lo sia” disse, chiudendo gli occhi.

A Pavel non bastava. Anche a Licio era stata promessa una cosa del genere e si conosceva il risultato. Allo stesso tempo però sentiva quel ragionamento come qualcosa di leggero, che andava sfaldandosi lentamente nelle correnti del sogno.

FEDERICO DE FAZI

 

Il disegno del titolo è di Carlo Cianflone