A proposito di “furbetti”…è il cartellino a non essere “furbo”.

di PIERO ALESSI 

Un episodio di cronaca mi porta a dire che la misura è colma e che forse vale la pena di lasciarsi andare ad affermazioni controcorrente, per stimolare una discussione che stia al merito, lasciando pascersi di demagogia chi di questa ha necessità per conquistare potere e consensi.

Leggo che, in questi giorni, il Comune di Roma ha licenziato una propria dipendente rea di aver consumato una camomilla in un bar posto appena fuori dall’edificio nel quale lavorava, senza aver timbrato l’uscita.

Altri fatti analoghi anche se molto più clamorosi, per il numero dei coinvolti e per le circostanze, hanno fatto urlare allo scandalo. Unanime è stata la condanna di questi comportamenti colpevoli. Si è parlato con disprezzo di truffa e si è dileggiato, apostrofando i dipendenti accusati di essere dei “furbetti del cartellino”. Si è straparlato dei dipendenti pubblici che avrebbero profittato del “privilegio” di lavorare in una condizione protetta, evocando le drammatiche condizioni in cui versano disoccupati e precari e adoperando la abusata contrapposizione tra i poveri.

Io vorrei provare a riportare la discussione a quelli che mi sembrano i suoi termini reali, scontando sacche di incomprensione e forse anche di disapprovazione.

In questa guerra Santa ai “furbetti del cartellino” ho trovato nelle retrovie e talvolta anche in colpevole silenzio persino i sindacati, con la testa piegata dal fardello della riprovazione popolare.

Non voglio selezionare i termini o edulcorare i significati delle parole.

A mio avviso si tratta di una campagna dal sapore demagogico, priva di effetti pratici, dannosa per la pubblica amministrazione e del tutto fuorviante.

L’aggressione demagogica è nel far ritenere che questa offensiva possa avere un risvolto che renda più efficace l’azione dei pubblici uffici.

Enorme sciocchezza.

Mai come oggi, nei tempi della digitalizzazione, è falsa l’affermazione che la produttività possa dipendere da quanto tempo trascorri ad una scrivania o all’interno dell’edificio dove si svolge il tuo lavoro, o ancora dal tempo minuziosamente registrato che poni a disposizione.

Sia chiaro che non vado sostenendo che ciascuno possa, al di fuori da ogni controllo, fare ciò che reputa più opportuno.

Affermo l’esatto contrario.

Ritengo che ci si debba muovere verso una effettiva riforma della Pubblica Amministrazione, che abbandoni gradualmente metodiche dell’altro secolo e misuri l’efficacia e l’efficienza della propria azione in ragione di precisi obiettivi di carattere generale, sino ad arrivare a progetti di comparto, di servizio ed infine di ufficio.

Questo comporterebbe una reale responsabilizzazione dell’intero sistema.

Al contrario il mero controllo “ispettivo” per il tramite di un cartellino è deresponsabilizzante. Non si richiede altro che di essere seduti al proprio posto. Nessuno si preoccupa di cosa realmente si stia realizzando a pubblico beneficio. E’ deresponsabilizzante per la politica, per le tecnostrutture, per i quadri dirigenti, per tutti gli operatori e persino per le organizzazioni sindacali.

Ben altro sforzo si richiederebbe a tutti gli attori se venisse cambiato il paradigma. Si dovrebbero impostare  obiettivi, controllarne la effettiva realizzazione, e costruire piattaforme rivendicative che abbiano a parametro le competenze ed una forma di produttività che si possa misurare, in relazione ai risultati e al maggior benessere che si crea nella comunità nella quale si esercita il proprio ruolo. Questo presupporrebbe una generale e complessiva crescita qualitativa, processi formativi autentici ed una flessibile gestione delle risorse e del personale che possa mettere ciascuno nelle condizioni di esprimere al meglio le proprie potenzialità.

La “guerra” del cartellino è ancora demagogica perché inefficace anche dal punto di vista delle sanzioni.

La mia esperienza mi porta a ritenere che la maggior parte dei provvedimenti di licenziamento porterà consenso ai fustigatori dei vizi pubblici ma finirà per seppellire gli Enti  sotto un cumulo di ricorsi che, in gran numero, a mio giudizio o, come dicevo, non avranno efficacia, o si concluderanno con la  condanna delle amministrazioni e relativi dispendiosi risarcimenti accompagnati da notevoli spese legali.

Tutta buona legna per i focolai degli avvocati.

Traggo questa convinzione dalla elementare constatazione che vi deve sempre essere, almeno nella nostra idea di civiltà giuridica, una proporzionalità tra il danno, la colpa ipotizzata e la sanzione inflitta.

Risulta di tutta evidenza che procedere con dei licenziamenti in tronco può talvolta essere frutto di frettolose decisioni e che la sanzione, in tal caso, rischia di essere di gran lunga più pesante dell’eventuale danno arrecato.

Questo modo di procedere può apparire, a certo popolo sempre affamato di vittime sacrificali, come la spada della giustizia che si abbatte sui malfattori; in realtà deresponsabilizza, ancora una volta i dirigenti. Questi dovrebbero invece di volta in volta valutare le violazioni e imporre un percorso sanzionatorio graduale (a parte le inadempienze più gravi, che non ho alcuna intenzione di difendere  e per le quali sono  comunque previste adeguate sanzioni già in tutti i Contratti di lavoro pubblici o privati, che siano) intervenendo con interventi disciplinari più lievi,  meno costosi, più concreti ed esigibili, meno esposti a contenziosi  per la pubblica Amministrazione e indubbiamente con un alto effetto dissuasivo.

La verità è che i servizi resi al cittadino sono di qualità scadente, l’efficienza della intera Pubblica Amministrazione non è in grado di migliorare la vita collettiva delle persone. La piena digitalizzazione è lenta, sono ancora forti i lacci burocratici che imbrigliano il lavoro, il sistema è sottoposto ad una pressione fortissima per cui talvolta è meglio evitare di fare. Inviare il cittadino ad un altro sportello o rinviare ad altre responsabilità è ancora una buona pratica per evitare di avere solo sulle proprie spalle l’inefficienza di tutto il sistema.

Ora, si pensa davvero di risolvere questa condizione di epocale arretratezza spostando l’attenzione sul solito ultimo anello della catena?

In conclusione muoviamoci con rapidità non tanto per punire in maniera esemplare, e naturalmente con maliziosa esposizione mediatica, i cosiddetti “furbetti” ma per rendere più “furbo” il modo con cui lavora l’intero comparto pubblico.

PIERO ALESSI