IL RIMEDIO – 21 – Sericolma

21 – Sericolma

A  dorso di cavallo percorsero la città, mentre il cielo, da rosso, passava al cobalto. All’uscita della porta orientale, le guardie li avvertirono del pericolo di avventurarsi fuori città col buio che stava venendo, ma Samaele insistette perché lo lasciassero uscire. Una volta fuori, il cavallo galoppò verso Oriente. Il sole sempre più basso rendeva indistinti i contorni spogli degli alberi, che facevano un filare lungo la larga strada che i mercanti normalmente percorrevano per giungere da Gevena e le altre città più a Oriente, a Sizara. Il grigiore del giorno plumbeo era ormai scomparso e restava solo una lieve luminosità azzurra lungo l’ampio orizzonte. Intorno al cavallo, a Pavel parve di vedere con la coda dell’occhio delle increspature, come quelle lasciate da una barca che attraversi uno specchio d’acqua ferma. Intorno a quelle increspature sembravano muoversi figure simili a pesci o altri esseri, che si contorcevano con riflessi vaghi e opalescenti. Quando però uno di loro attirava particolarmente la sua attenzione, e il suo occhio si girava per guardarlo direttamente, questo scompariva come se non fosse mai esistito. Pavel ricordava bene di aver già visto qualcosa di simile quando Samaele aveva usato il sigillo adico per mettersi in contatto con Licio attraverso il mondo del Sogno, quindi sapeva come quelle cose che vedeva fossero in realtà gli abitanti di quel mondo che, approfittando di Solstizio, entravano e uscivano dal mondo della Veglia, proprio come fanno le creature marine quando un’imbarcazione fende l’acqua.

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Era ormai buio quando Pavel iniziò ad intravedere un rialzamento dell’orizzonte. Era Sericolma, la Collina Grigia, come si diceva in Beteno, così chiamata perché buona parte della sua sommità era coperta da nuda roccia arenaria di colore grigio. Ma ora l’unica cosa che Pavel distingueva erano le fiamme lontane dei fuochi accesi intorno alle mura del piccolo borgo, dove i contadini si rifugiavano durante la notte. Da quei fuochi, se ne innalzavano altri più in alto, dove si trovava la rocca abitata dai Cavalieri di Fios a cui l’Imperatore in persona aveva affidato Sericolma come feudo, togliendolo ai contadi di Sizara.

Il cavallo salì la collina che portava alle mura, che erano protette da palizzate acuminate, atte a fermare le cariche dei cavalli o l’avanzata di macchine d’assedio. I Cavalieri di Fios erano famosi per la cura con cui fortificavano i loro avamposti, ben consapevoli della vitale importanza che avevano le loro torri e i corrieri che dentro vi riposavano per il corretto funzionamento della burocrazia in tutto l’Impero.

“Chi va là?” chiese la guardia dall’alto della torre.

Samaele si presentò, vantando la dispensa del Capitano di Fios, barone Galvano Brenik, ad accedere al borgo a qualunque ora del giorno o della notte.

La saracinesca che proteggeva il pesante portone si alzò e la guardia aprì una porta al lato.

“Bentornato, maestro” disse l’uomo, il cui petto era protetto da una piastra sulla quale c’era l’insegna araldica di Sericolma, costituita da un uccello ippocefalo azzurro con corona baronale in campo rosso sulla metà destra e una torre grigia sormontata da un volto con le guance gonfie in campo giallo sulla sinistra.

“Abbiamo ricevuto la notizia della vostra vittoria sugli sgherri di Koschmar. Sua Signoria il Barone in persona voleva congratularsi con voi”.

“Il Barone Galvano avrà modo di congratularsi di persona. Ho alcune questioni urgenti da discutere con lui”.

Il guardiano si aggiustò l’elmo a bacinetta che aveva sulla testa.

“Certamente, maestro. Vogliate perdonarmi se non vi accompagno sino alla capitaneria, ma ci hanno imposto dei turni di guardia piuttosto rigidi e…”.

“Nessun problema, buon uomo” disse Samaele facendo scendere da cavallo Pavel, per poi scendere a sua volta. “Tornate pure alle vostre mansioni”.

Il guardiano sorrise, mostrando una fila incerta di denti mal curati.

“Vogliate scusarmi, ma la dispensa del barone riguarda voi e voi soltanto. Temo che il ragazzo dovrà aspettare …”.

“Il ragazzo fa parte della questione che devo discutere col Barone e il trattenerlo sarebbe solo una perdita di tempo. Vi prego, abbiate di me la fiducia che ha il vostro signore e vi do la mia parola d’onore che non ne sarete danneggiato”.

Il guardiano annuì, storcendo le labbra.

“E va bene, passate pure” disse, facendosi da parte. “Portate i miei omaggi al Barone”.

I due si incamminarono lungo uno stradello scosceso e stretto, che conduceva alla piazza del borgo. La strada era illuminata da qualche sparuta candela e dalla lanterna di Samaele.

“Come mai quella guardia si fida così tanto di voi?” chiese Pavel, che era risalito a dorso del cavallo, mentre Samaele, a piedi, lo guidava con le briglie in mano.

“Tra Maghi dei nodi e Cavalieri di Fios c’è un’amicizia stretta, che risale ai tempi della fondazione dei nostri ordini. C’è chi dice che senza i Maghi dei nodi i Cavalieri di Fios non sarebbero mai esistiti e viceversa”.

Arrivarono alla piazzetta ben lastricata, con una piccola fontana gorgogliante sul lato lungo della cappella di Zarateo.

“Fame?” chiese Samaele, guardando Pavel che si massaggiava la pancia.

Il ragazzo annuì.

“Speriamo che Galvano ci abbia lasciato qualcosa da mangiare”.

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Superata la piazza, al termine di una strada che si inerpicava verso la cima della collina, i due si fermarono di fronte a uno strapiombo, scavato per separare l’alta torre di Fios dal resto del borgo. A collegare il borgo alla torre, c’era un ponte levatoio abbassato, alla cui fine si ergeva un largo portale di pietra chiuso. La torre era alta e maestosa, costruita come le torri di Fios meridionali. Benché fosse chiamata comunemente “torre”, sarebbe stato più opportuno definirla “rocca” o “castello”, in quanto era in realtà costituita da un grande corpo centrale a base ottagonale, circondato da piccole torri anch’esse ottagonali, poste ad ogni angolo della base.

All’ennesimo “Chi va là?”, Samaele si presentò e immediatamente si aprirono le porte. Il mago fu accolto da alcuni servitori la cui livrea riproduceva l’araldica del Barone.

“Bentornato, maestro. Prego, lasciate a noi cavallo e bagagli”.

“Grazie, Venedigo” rispose Samaele, a cui il volto paffuto e gioviale del servitore non era estraneo.

“Il ragazzo è il vostro scudiero?” chiese l’uomo, mentre Samaele faceva scendere Pavel da cavallo.

“In un certo senso. Avete avvertito il Barone del mio arrivo, spero”.

“Abbiamo ricevuto un segnale luminoso dalla torre di guardia della Porta di Sizara. Sua Signoria vi sta aspettando nella grande sala. Desidera avervi come ospite a cena”.

Un altro servitore prese il cavallo e lo accompagnò verso le stalle interne.

“Lo scudiero cena con voi?” chiese Venedigo.

“Naturalmente. Vogliate accompagnarmi alla grande sala”.

Il servitore condusse i due attraverso uno scalone, che si attorcigliava intorno al corpo centrale della torre, fino a una sala costruita sulla lunghezza del lato a Sud. La sala era riscaldata da grandi camini e decorata con maestosi arazzi, rappresentanti le più importanti torri di Fios e le gesta mitiche del dio farigio del vento, da cui l’ordine cavalleresco prendeva il nome.

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“Bentornato, Samaele!” disse un uomo imponente dai lunghi capelli biondi e il viso dai tratti duri tipici della Norransia più profonda.

“ Vostra Signoria “ disse Samaele con reverenza “ vi presento Pavel Borodan, allievo dell’Ordine azzurro e mio attendente. Pavel, ti presento Sua Signoria Galvano Brenik, Barone di Sericolma, Cavaliere di Fios e Maestro di Torre”.

Pavel abbozzò un inchino.

“È un vero piacere, giovanotto” disse il Barone, poggiando la mano sulla testa del ragazzo e scompigliandogli copricapo e capelli. “Ma prego, prendete posto a tavola e siate miei graditi ospiti”.

La lunghezza della sala era occupata da un’ampia tavolata, di cui però erano stati presi solo i posti nei pressi del capotavola, dietro i quali si trovava un arazzo dove erano riportati in una mappa tutte le torri di Fios dell’Impero. Pavel guardò verso l’alto, ammirando l’enorme scheletro di sintaco appeso al soffitto. La creatura aveva un’apertura alare di ben più di sei spanne e lunga più di tre dalla testa alla coda. La testa effettivamente poteva ricordare quella di un cavallo per via delle grandi mascelle e le ampie cavità olfattive, ma la sua parte anteriore aveva una prominenza cornea tagliente e dei denti simili a canini.

Pavel però dovette distogliere lo sguardo, perché qualcosa di caldo e umido gli aveva sfiorato la mano.

Erano due grossi cani grigi dal pelo irsuto, che lo stavano perquisendo con i loro nasi.

Il ragazzo, che non aveva mai avuto gran confidenza con i cani, fece un passo indietro. Galvano richiamò gli animali, che andarono a sedersi accanto al camino.

Un po’ schifato, Pavel si strofinò le mani umide contro la sopraveste.

“Non dovrebbero tenere degli animali dove si mangia” mormorò a Samaele.

“I Cavalieri di Fios sono rimasti indietro di un’era per molte cose” ridacchiò il mago sottovoce. “Penso che dovrai farci l’abitudine a cose del genere, se vuoi venire con me al Sud”.

Uno dei cavalieri, un ometto calvo, disse con voce stranamente stentorea per le sue dimensioni: “Samaele, smettila di confabulare e vieni a sederti”.

Il mago dei nodi fece le dovute presentazioni dei quattro cavalieri che aveva conosciuto quando aveva pernottato a Sericolma durante il viaggio di andata, ma il quinto di loro non l’aveva mai visto prima.

Era una giovane donna e, a differenza degli altri, era vestita come lui. Li distinguevano il fatto che dal berretto spuntava una lunga treccia di capelli corvini che scendeva sulla spalla e che la sua Prima Corda, oltre ad avere colori differenti, era priva di una cordicella color tortora che indicava lo status di maestro dei nodi di Samaele.

“L’Uno illumini la tua via, sorella” disse il mago, presentandosi con tutti i suoi titoli e chiedendo alla consorella di fare altrettanto.

“L’Uno illumini la tua, fratello. Sono Antinea Gufoambizioso, Mano di nuvola, Navigatrice della tempesta, raminga presso il Capitolo di Altopoggio”.

Il volto del mago si illuminò.

“Hai detto Altopoggio? Mia madre viene da Roccalta, poco distante da lì”.

Uno dei cavalieri disse divertito: “Com’è piccolo il mondo!”, ma la giovane maga dei nodi scosse la testa imbarazzata. “Ti sbagli, non c’è nessuna Roccalta nei pressi di Altopoggio”.

“Antinea viene da Altopoggio nella baronia di Corento”  intervenne Galvano, sedendosi e facendo così sedere gli altri.

“Ah, scusa!” rise Samaele. “Io pensavo venissi da Altopoggio nella contea di Bosconero”.

Il Barone batté le mani e un gruppo di servitori entrarono con un cinghiale cotto alla brace, causando il languido uggiolare dei cani.

“Spero abbiate fame, graditi ospiti, perché oggi abbiamo anche il pesce. Mi rivolgo specialmente a te, Samaele, che l’ultima volta hai mangiato come un uccellino”.

Entrò un altro cameriere con un pesce siluro, seguito da un altro che sorreggeva un vassoio con una gran quantità di verdure marinate. Poi finalmente arrivarono le vaschette per sciacquare le mani.

Samaele intinse le dita nella ciotola.

“Vostra Signoria può stare tranquillo, perché ho saltato il pranzo e ho una fame da lupi”.

“Benissimo” tuonò il Barone” ma prego, servitevi”.

Samaele fece delle porzioni di pesce per sé e Pavel, accompagnandole con le verdure. Chiese a un mescitore se poteva portare del vino diluito per tre quarti o più nell’acqua.

“Non ci sono posate!” si lamentò Pavel.

“Indietro di un’era…” ripeté Samaele tra i denti.

Il mago prese il filetto di pesce con le mani e, spinandolo con attenzione, se lo portò alla bocca.

“Dimmi, sorella” disse, rivolto ad Antinea. “Qual è la ragione che ti ha portato così a nord? Non speravo di incontrare un altro mago dei nodi dopo Sentra”.

“Dovevo consegnare un dispaccio imperiale”.

“Ti chiederei di che cosa si trattava, ma credo che tu sia legata dal nodo del silenzio”.

La ragazza sorrise, mandando giù un boccone.

“In effetti sì. Nulla che non sia contrario ai Dieci Nodi, comunque, altrimenti il Gran Consiglio non avrebbe accettato di inviarmi”.

“Ovviamente”.

“E tu, invece, Samaele” chiese uno dei cavalieri, battendo con forza una coppa di vino. “Hai finito di spiegare ai Maghi azzurri quel tuo strano libro?”.

“Sì, racconta un po’” disse Antinea. “Qui mi hanno detto qualcosa di quel tuo grimorio che stai portando in giro per Leveransia. Come va?”.

“Abbastanza bene” rispose. “I Maghi Azzurri apprendono in fretta e…”.

“… E intanto hai avuto anche il tempo di dare due schiaffi agli uomini di Koschmar, da come abbiamo sentito” lo interruppe stentoreo Galvano.

Il cavaliere di taglia più piccola sollevò il calice e propose un brindisi: “A Samaele, al suo valore e alla sua mano pesante!” gridò, seguito dagli altri.

Il mago sollevò il calice e ringraziò.

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“Cavaliere Rotulio, perché mano pesante?” chiese, dopo aver finito il pesce.

Rotulio indicò Pavel: “Be’, visto come hai ridotto il tuo scudiero…”.

Samaele guardò Pavel, che aveva ancora i segni vistosi delle percosse ricevute dai briganti. I volti di entrambi divennero rossi, ma nessuno dei due volle ridere sul malinteso.

“A noi può dirlo che ha combinato il ragazzo” disse Galvano. “Già dalla faccia lo vedo che dev’essere una peste…”.

Antinea era visibilmente imbarazzata. Anche se il Codice non si esprimeva chiaramente contro la violenza, essa era considerata universalmente come un sintomo di incapacità o incompetenza ed era una grave macchia per l’Ordine che un maestro ne facesse uso. Anche Pavel aveva il volto turbato, poiché non doveva essere piacevole essere riconosciuto da tutti come un poco di buono.

Ma Samaele, dando al ragazzo un’amichevole pacca sulle spalle, disse: “Non siate precipitosi nelle vostre conclusioni, nobili amici. Il ragazzo è stato vittima degli uomini della banda di Koschmar contro i quali mi sono scontrato”.

Galvano mandò giù con soddisfazione un robusto sorso di vino, poi aggiunse: “Allora devi essergli grato, figliolo, perché è grazie al tuo maestro se sei ancora tutto intero”.

Pavel non disse nulla, ma da quel momento in poi non toccò più cibo. Samaele invece spazzolò il suo piatto con un’abbondante porzione di pane.

“Da queste parti ci è arrivata notizia che ti sei gettato nella mischia lanciando fulmini e palle di fuoco” disse un altro cavaliere, di cui Samaele non ricordava il nome.

“Non sono un tipo da palle di fuoco e fulmini” si schernì Samaele. “Quello che è successo è stato molto più crudo e decisamente meno spettacolare”.

“Racconta, allora” disse Antinea, che sperava di veder smentita l’immagine di mago e guerriero che era stata ricamata intorno a Samaele.

“Sì, racconta, ma non dimenticarti del cinghiale” le fece eco Galvano, che come tutti i Cavalieri amava le storie di eroismo e non disdegnava che i suoi ospiti si alzassero da tavola più che satolli.

Samaele si fece servire un taglio succulento, ma non eccessivamente grande, di carne ed iniziò a raccontare la vicenda di Dolsok, stando bene attento a omettere del rapporto tra lui e Licio e del piano escogitato per intercettare le azioni di Bogatir. In poche parole, il suo intervento sembrò qualcosa di casuale e, fatta eccezione per ciò che non poteva assolutamente negare, buona parte del merito se lo presero la perizia di Marzio e il pronto valore dei soldati. Non scordò però di dire di Pavel, della prontezza con cui lo aveva avvertito e la bravura che aveva avuto nel guidarlo fino al villaggio, ma non scese nei dettagli sulla sua cattura.

Galvano annuiva soddisfatto per la storia di prima mano e per il buon appetito di chi la raccontava, poi aggiunse: “E quei due che avete deciso di risparmiare? Non erano gli stessi che stavano per fare a fette il tuo scudiero?”.

“Vostra Signoria conosce di sicuro i modi di fare di noi Maghi dei nodi” rispose Samaele, rivolto in realtà ad Antinea. “Sapete bene che se schiacciamo una zanzara, poi chiediamo scusa” concluse, guardando il Barone con ironia. L’uomo proruppe in una sonora risata, seguito dai suoi cavalieri.

La conversazione andò a vertere su altre azioni simili, che i cavalieri presenti a tavola avevano visto ad opera di altri confratelli di Samaele, sempre accompagnate da sonore risate, più dettate dall’ebbrezza del vino che dall’effettivo umorismo dei commensali. L’ultimo racconto, fatto da un cavaliere arrivato da poco, riguardava un’altra maga cavaliere di Fios, la quale una volta si era trovata nella spiacevole situazione di essersi recata al cospetto del boiardo mittranso Nicolao di Solgora, il quale non aveva mai visto prima una donna parlargli in quel modo.

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“Oh, poveretta!” gridò Rotulio, che era la prima volta che sentiva questa storia. “Immagino che quel porco del Solgora abbia cercato di approfittarsi di lei e magari di trasmettergli quell’orrida malattia di cui soffre anche il suo Duca”.

“Quando è successo questo?” chiese Samaele preoccupato. Era noto infatti lo scarso riguardo che i boiardi e i malgravi di Mittransia e Betenia avevano nei confronti degli editti imperiali, specie quelli riguardanti la protezione degli emissari.

Nessuno però rispose alla domanda di Samaele. Un cavaliere più ubriaco degli altri disse invece con voce sguaiata: “Scommetto che si è concessa passivamente a quel sifilitico e ai suoi cortigiani per rispetto del suo codice”. Esplose in una risata, ma nessuno lo seguì.

“Dicono che quando le guardie sono entrate nelle camere private del Boiardo, hanno trovato gli uomini della sua corte stesi a terra privi di sensi e il Boiardo appeso a testa in giù al baldacchino del suo letto, legato come un salame” chiarì il cavaliere che aveva raccontato l’aneddoto.

Questa volta ci fu una risata collettiva, seguita da una serie di: “Ben gli sta a quel vecchio porco!”… “Certo ora ci penserà due volte ad allungare le mani su un Cavaliere di Fios”.

Samaele cercò di attirare l’attenzione del cavaliere che aveva raccontato l’aneddoto, chiamandolo forte. Finalmente il cavaliere si accorse di lui.

“Quando è successo?”.

“Oh, neanche un quarto di luna fa” gridò forte il cavaliere, cercando di superare il fragore delle risate dei suoi compagni. “Ero presente anch’io alla torre di Solgora, e sono dovuti intervenire un vicario imperiale e un paio di boiardi vicini per impedire a Nicolao di raderla al suolo”.

“E chi era la maga?” lo incalzò.

“Se uno dei nomi con cui ti fai chiamare è Cavaliere degli Incubi, la conosci di sicuro. Era Gea di Valtagliata, detta anche Nocchiera dei fulmini. Sei tu il Cavaliere degli Incubi?”.

Ecco, come diceva il nome della maga, lei era il tipo da fulmini e palle di fuoco.

A Samaele tornò in mente la tempesta, il vento gelato e la pioggia che battevano sul suo volto e sulle lenti di vetro che gli proteggevano gli occhi, mentre i lampi illuminavano le nubi così spaventosamente vicine e a volte balenavano lungo la speciale bardatura del sintaco dal piumaggio opalescente.

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Ricordò della lunga treccia rossa, zuppa, che gli frustava il volto, mentre lui era aggrappato a lei per evitare di cadere nell’abisso.

Era stato innamorato di Gea? Non sapeva darsi una risposta precisa, ma quello che provava per lei andava ben oltre la semplice intesa, di quello era certo.

“Dico, sei tu il Cavaliere degli Incubi?” insistette l’altro, gridando più forte.

Samaele si riprese.

“Sì, sono io”.

Il cavaliere disse: “Gea ti è grata per averle insegnato l’incantesimo che le ha consentito di scappare”.

Samaele annuì, pensando che anche lui era grato a Gea per davvero molte cose.

La cena era ormai diventata una baraonda forsennata, a cui presto si aggiunse anche un cavaliere più brillo degli altri, che prese a gridare sguaiatamente una canzone in dialetto gevenano, di cui Samaele riusciva a capire solo poche parole sparse, dal significato chiaramente licenzioso.

A rimanere sobri rimasero un intontito Pavel, che non avrebbe sopportato di restare ancora in quell’allegra quanto roboante gazzarra, seguiti da Samaele ed Antinea, che condividevano il volto autentico della stanchezza.

“Vostra Signoria” ebbe finalmente il coraggio di dire Samaele “se non vi dispiace vorrei proferire con voi”.

“Si tratta di una faccenda importante, Cavaliere degli Incubi?”.

L’uso di quel titolo inusuale da parte del Barone lusingò Samaele. Era indice dell’attribuzione di valore non comune che il feudatario dava al mago dei nodi, nonostante le sue umili origini.

“In effetti è una faccenda importante, ma lo è solo per me e per il mio amico Pavel. Perdonate l’impudenza, quindi, di sottoporvela”.

L’ampollosità di Samaele dovette divertire molto il Barone, che proruppe in una sonora risata: “Certo, certo” disse. “In effetti penso che tra poco nessuno di noi sarà più abbastanza lucido da proferire alcunché di importante” continuò, alzandosi.”Prego, seguitemi nelle mie stanze”.

“Se a Vossignoria non dispiace” ne approfittò Antinea, alzandosi anche lei “vorrei anch’io ritirarmi nelle mie stanze. Ho bisogno di lavarmi e, soprattutto, di riposare”.

Il Barone annuì imponente, contrastando il coro dei suoi goliardici cavalieri, che invece iniziarono a protestare, reclamando la compagnia del feudatario e degli ospiti.

“Tornerò presto da voi, amici miei” li rassicurò il nobile.

Galvano diede ordini alla servitù e poi condusse i maghi attraverso un grande corridoio, che portava alla torre e poi a un piano sopraelevato, fino a una stanza più piccola, ma comunque imponente. Ampi e alti scaffali di legno occupavano ne tre pareti su quattro, con dentro pergamene e tomi di ogni genere. La parete libera era quella dove si aprivano tre alte finestre a feritoia coperte da vetro piombato, davanti alle quali c’era lo scranno dove il Barone svolgeva i suoi uffici.

Su richiesta di Samaele, anche Antinea era venuta con loro. La giovane sorrise dolcemente a Pavel, per contrastare il viso lungo di lui.

Galvano si sedette sullo scranno.

“Allora, Cavaliere degli Incubi, cosa intendi sottoporre alla mia attenzione?”.

“Ho un messaggio che deve essere consegnato a Gevena prima del dì di Percunno. Sono giunto qui appunto per chiedere il permesso a Vostra Signoria di spedirlo, sempre che uno dei vostri cavalieri sia disposto a consegnarlo”.

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Chiamato in causa nella sua veste di Maestro di Torre, il Barone assunse un atteggiamento solenne, mentre Samaele gli porgeva la pergamena estratta dal cilindro di legno. Galvano prese il rotolo e lo mise sotto la luce della candela, leggendo con aria ponderata. Poi guardò Samaele.

“Quindi, detta in termini spiccioli, questo messaggio ha lo scopo di indurre Sua Eccellenza Manlio Borodan, Patrizio della Gilda dei Mercanti di Gevena e Ottimo Consigliere della stessa città, di lasciare che suo figlio entri a far parte dei Maghi dei nodi sotto la tua protezione. Ho inteso bene, Samaele?”.

“Perfettamente. Abbiamo ragione di credere, io e l’onorevole Primo Maestro del Gran Calice azzurro e Magnifico Rettore dell’Accademia di Sizara Johanni Palavici da Vibona, che il destinatario di questa missiva non abbia motivo di rifiutare una simile proposta”.

Galvano guardò di nuovo la pergamena, su cui erano già stati posti i sigilli dell’Accademia, e poi guardò Pavel.

“E tu, ragazzo, rinunceresti a una sicura carriera di guaritore, che potrebbe portarti a divenire membro del Consiglio degli Ottimi, per divenire un mago del Sud?”.

“Il consigliere più fidato di Sua Maestà Imperiale è un mago dei nodi” rispose l’interessato.

Galvano annuì di nuovo con il suo fare solenne.

“E se l’onorevole Borodan si dovesse rifiutare, per qualsivoglia ragione?”.

Samaele porse al Barone altri tre rotoli di pergamena, anch’essi recanti il sigillo dell’Accademia. Nel più piccolo dei rotoli il sigillo era posto in modo che non potesse essere aperto senza che si rompesse.

“Ho quest’altra missiva, rivolta al Primo Maestro di Gevena, in cui si ricorda dell’impegno preso dall’Ordine azzurro di ripagarmi con un equo compenso. Il secondo documento è firmato e sigillato da me, che definisco l’ingresso di Pavel nell’Ordine dei Nodi come equo compenso. Il terzo documento è invece rivolto a voi”.

Galvano ruppe il sigillo di ceralacca azzurra della pergamena più piccola e la lesse con una rapida occhiata, poi emise un verso di stupore.

“Accidenti! Devono aver bisogno davvero di te questi Maghi azzurri per affidarti il loro sigillo e la loro ceralacca ed autorizzarti ad usarla”.

Samaele sorrise.

“Vostra Signoria, non è necessario nascondere che anche voi conoscete il vero motivo per cui sono qui e la delicatezza della mia missione”.

“E sarebbe?” chiese Antinea.

Galvano spiegò rapidamente alla maga di Licio e del rischio che Sizara aveva di cadere direttamente sotto il giogo beteno. Antinea annuì, garantendo la riservatezza riguardo quanto udito. Detto ciò, il Barone si fece dare il cilindro di legno.

“Antinea” disse poi “immagino che tu abbia capito qual è il motivo per cui sei qui. Quello che ti chiedo è: sei disposta a metterti in volo per consegnare questo messaggio?”.

“Comprendo che la richiesta è gravosa” aggiunse Samaele “e le condizioni non sono favorevoli. Se sei disposta ad accettare, io e Pavel te ne saremo enormemente grati”.

“Ma se tu rifiuti” concluse Galvano “nessuno potrà recriminartelo”.

“Non ho problemi a volare fino a Gevena. Anche se l’inverno si avvicina e il tempo va peggiorando, ho compiuto voli più lunghi in condizioni meno opportune e di sicuro Gevena non è il posto peggiore in cui ho atteso la primavera. Posso partire domattina”.

Il Barone tirò fuori da un cassetto un bastoncino di ceralacca nero e si sfilò l’anello col sigillo. Samaele prese anche lui la ceralacca e l’anello da una scarsella.

“Sbrighiamo queste faccende” disse Galvano cordiale “così io potrò tornare ai miei ospiti e voi potrete finalmente godere di un meritato riposo”.

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FEDERICO DE FAZI