IL RIMEDIO – 20 – Il rovo e la rosa

di FEDERICO DE FAZI 

20 – Il rovo e la rosa

Quel dì della Luna fu un secondo dì del Sole per Sizara. In breve tempo, la notizia che un gruppo di uomini guidati dal Capitano della guardia cittadina e un mago surranso aveva praticamente sbaragliato la tanto temuta banda del bandito Koschmar si sparse in tutta la città e nei contadi vicini. Dopo che le ossa degli sfortunati abitanti di Dolsok furono sepolte nell’ossario del tempietto degli déi dell’oltretomba Aite e Manto, le campane della chiesa di Zarateo suonarono a festa e tutti gli abitanti arricchirono il premio di milleduecento Ruggeri offerti dalla Gilda dei mercanti con una quantità incredibile di doni, ovazioni e omaggi.

Le teste dei briganti vennero impalate due su ogni porta principale della città, a parte quella orientale e qualche soldato commentò che, se il mago surranso non avesse deciso di risparmiare Petalo e lo Sfregiato, si sarebbe potuta ornare altrettanto bene anche quella.

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Bogatir intervenne subito su queste dicerie, spiegando che era intenzione di Samaele assicurarsi che Koschmar fosse consapevole della sua imminente sconfitta, costringendolo alla fuga o a un’azione avventata. Inoltre Samaele aveva intenzione di rintracciare attraverso quei due farabutti il nascondiglio di Koschmar utilizzando la sua magia. Non era vero, ma era vitale che i suoi uomini non perdessero la fiducia nell’uomo senza il quale non sarebbe stato possibile un simile successo.

Bogatir e Samaele si incontrarono alla taverna di Eponia, dove ai soldati che avevano partecipato all’impresa era stato concesso di bere a metà del solito prezzo e che già poche ore dopo mezzogiorno erano piuttosto brilli.

“Avete fatto bene a raccontare questa storia ai vostri uomini” disse il mago.

Bogatir si versò un altro abbondante boccale di birra.

“Per i miei uomini voi siete un eroe e a me questo sta bene, ma non mi piace mentirgli. Anche se vi sono riconoscente, voglio che sappiate che la cosa mi pesa”.

“Alleggerite la vostra coscienza, Capitano” disse Samaele con un sorriso conciliante. “Non avete mentito ai vostri uomini”.

Bogatir guardò il mago sbalordito. “Avete modo di seguirli fino al loro nascondiglio?”.

“Non è necessario. So benissimo dove si trova Koschmar”.

“E dove si trova?”.

Samaele indicò in basso. Bogatir si guardò intorno attonito.

“In questa taverna!?” sussurrò.

“No” rise Samaele “se c’è un posto dove non si trova è qui. Intendevo dire che si trova qui a Sizara”.

Il capitano si allungò, avvicinando il suo volto a quello di Samaele, che tossì leggermente sentendo il suo fiato alcolico.

“Cosa!? E come fate a dirlo?”.

“Ragionate: il nostro uomo non si cura più degli affari della sua banda da diverso tempo, ma si premura che i suoi uomini lascino, nella loro ultima scorribanda, vivo qualcuno per poter avvisare voi e tendervi una trappola. In questo modo, chiaramente, conta di togliere alla guardia di Sizara buona parte dei suoi uomini e il suo carismatico capitano, in modo da gettare la città nel panico”.

“Ci ha già provato una volta, però. Non è che poi ce lo siamo ritrovato in città”.

“Che giorno era quando vi ha tenuto l’ultima imboscata?”.

Bogatir si strinse le tempie, cercando di sforzare la memoria leggermente adombrata dall’alcol, poi disse: “Il dì di Marte, credo. Il secondo giorno. Me lo ricordo perché alcuni miei uomini erano al tempio della caserma”.

 “Un normalissimo giorno feriale. E ditemi, lo incontraste?”.

Bogatir pensò alla risata crudele, che ancora gli rimbombava in testa, mente i suoi uomini venivano massacrati, poi ringhiò: “Sì”.

“Ecco il punto: non si sarebbe perso la vostra disfatta, se non fosse stato per il fatto che aveva qualcosa più importante da fare. E ora l’ultimo tassello: che cosa succede oggi? Ve lo dico io: è l’ultima settimana utile prima dell’inverno e molti mercanti sono arrivati in anticipo per trovare posto nelle locande e iniziare trattative importanti tra di loro in modo da ottenere le concessioni migliori dalla Gilda locale. Insomma, un gran marasma. In questo giorno la milizia cittadina viene privata del suo capitano e di cinque dei suoi migliori effettivi, cosa che probabilmente avrà allentato le maglie dei controlli per quanto riguarda gli ingressi in città. Non sarei sorpreso se scoprissi che due o tre mercanti leveransi, magari di Sentra, siano entrati ieri pomeriggio, portando con loro merci esotiche e magari una buona dose di piastre d’argento con cui ungere qualche strettoia, per passarvi più agilmente. Non mi stupirebbe poi che uno di quei mercanti abbia sapientemente modificato i suoi lineamenti per nascondere quelli naturali, troppo facilmente riconoscibili”.

Bogatir divenne paonazzo e sbatté la pesante mano contro il tavolo. Samaele spostò le gambe per timore che il mobile potesse venire spezzato a metà.

“Giuro che farò rivoltare sotto sopra questa città finché non li avrò trovati e poi…”.

Il mago poggiò la mano sul braccio gigantesco del capitano.

“Calmatevi, non ha senso. Con tutto questo baccano Licio ha sicuramente mangiato la foglia e si sarà andato a nascondere in qualche buco. Ricordatevi che una città offre buone opportunità per un’imboscata quante ne offre un bosco”.

Bogatir annuì pensieroso.

“Quindi ora cosa suggerite di fare?”.

“Intanto” disse Samaele alzandosi “intendo far visita alla poveretta sopravvissuta al massacro di Dolsok, poi parlare con il Primo Maestro dell’Ordine azzurro per chiarire alcune cose e infine farmi un bel bagno e una dormita. Se conosco bene Licio, si atterrà al piano, che probabilmente è quello di sferrare un violento attacco durante il giorno di mercato, quando è sicuro di danneggiare gravemente la città e i suoi affari in maniera irreparabile. Fino a quel momento cercherà di dare il meno possibile nell’occhio e così faremo noi. Prepareremo le nostre mosse nel più assoluto riserbo. Ma adesso val bene festeggiare, credo”.

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Come già detto, Samaele andò a far visita alla sopravvissuta del massacro di Dolsok, una ragazza poco più giovane di lui, arbitrariamente risparmiata per essere usata come esca. Gli dissero che stava riposando e che non era il caso di disturbarla. Samaele fu d’accordo e scambiò due parole col tirocinante anziano che coordinava il lavoro dei cerusici e dei tirocinanti di grado inferiore.

La giovane aveva perso molto sangue dalle varie ferite che gli avevano inferto, ma adesso stava relativamente bene, anche considerando le ferite più profonde, quelle dell’animo. Per quelle il tirocinante aveva prescritto un rimedio provvisorio a base di oppio, che presto però si sarebbe dovuto interrompere per evitare che divenisse esso stesso il male.

Samaele si chiese se avesse ragione Bogatir a dire che quegli uomini che avevano ridotto così quella poveretta non meritassero la pietà che gli era stata concessa. Se lo chiedeva tutte le volte che succedeva una cosa simile e ogni volta si rispondeva che non stava a lui giudicare della vita e della morte delle persone. Si rispose in quel caso che probabilmente neanche Bogatir si era comportato diversamente quando, alla fine del lungo assedio o di una dura battaglia, o peggio, in un duro inverno, spinto dalla fame, dalla stanchezza o dalla noia, o ancora dai più bassi istinti umani che la guerra risveglia e alimenta, non aveva concesso ai suoi uomini di saccheggiare un villaggio tessone o anche mittranso, magari con sistemi non tanto diversi di quelli dei banditi.

Alla fine anche gli uomini di Koschmar erano stati soldati e, sicuramente, era stato sotto le armi che avevano imparato e affinato quelle orride tecniche di morte e saccheggio.

Samaele si domandò se anche i soldati della guarnigione cittadina, messi nella stessa condizione, non avrebbero avuto il desiderio di dare anche loro sfogo alla stessa cieca voglia bestiale.

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L’odore di piante esotiche, ma anche di rosmarino, salvia e mirto, lo ristorarono dopo essere stato immerso in quello di sangue, vomito, cloro e zolfo dell’ospedale. Il Primo Maestro Palavici era impegnato ad ammirare un cespuglio di bellissime rose bianche, che riflettevano ora la luce ambrata del giorno.

“Non vi piacciono le rose, maestro Samaele?” chiese Palavici.

“Non ne vado pazzo. L’unica rosa che cresce dalle mie parti è la rosa canina”.

“E la rosa imperiale?”.

“Quella cresce solo nel giardino dell’Imperatore, che l’Uno lo preservi. Nonostante io possa vantare alcune amicizie tra i membri della sua corte, esse non arrivano al punto da consentirmi di entrarvi”.

Palavici fece spallucce rammaricato.

“Speravo che mi poteste confermare le voci di coloro che raccontano della capacità di quelle rose di cambiare colore a seconda dell’ora del giorno”.

“Queste rose la sera sono arancio, come ora sono bianche e immagino che all’alba possano essere giallo pallido, mentre di notte, quando la luna è alta, assumano una tonalità azzurrina. Sono forse queste le famose rose imperiali?” chiese Samaele.

Joanni Palavici tese leggermente le labbra.

“In effetti, è possibile che le rose imperiali siano comuni rose bianche, che semplicemente riflettano la luce del sole e niente di più. Comunque, mi piacerebbe vederle”.

“Vi affascinano così tanto le rose?” chiese Samaele avvicinandosi, mentre Palavici potava delicatamente le sue piante.

“A voi no?”.

“Se devo essere sincero, preferisco le rose canine o i rovi”.

“Male piante” disse grave il Primo Maestro.

“Ma donano buoni frutti. Ad ogni modo anche la rosa può essere considerata una mala pianta e, se non coltivata accuratamente, può risultare infestante e difficile da sradicare quanto un rovo”.

Palavici sorrise di nuovo, dicendo: “”C’è una scintilla di luce anche nel più oscuro degli uomini”. Lo diceva il vostro fondatore, Vesperio”.

“Vedo che la vostra erudizione copre ambiti inaspettati. Comunque è presa da una frase contenuta nella Sedicesima Rivelazione di Zarateo”.

“”Occorre cercare la luce anche nella più fitta oscurità”. In pochi la conoscono”.

Samaele annuì, capendo di aver trovato in Palavici una persona che meglio di tutti comprendesse le sue intenzioni.

“Penso che non ci sia un vero modo per distinguere la mala dalla buona pianta” continuò Palavici, con fare conclusivo. “Rovo e rosa canina ci possono donare frutti, mentre la rosa comune, con le sue fragranze e i suoi fiori, può rinfrancare il nostro animo dopo una giornata passata a contemplare gli orrori del mondo. Tutto sta a come ci si accosta a loro. Ma questo discorso è piuttosto pleonastico e poco utile al fine della nostra conversazione, concordate?”.

“Concordo pienamente. Dunque, qual è un discorso utile alla nostra conversazione?”.

Gli occhi vispi di Palavici incontrarono quelli di Samaele. Anche se la bocca era ferma in una riga orizzontale, il mago dei nodi poteva scorgere un sorriso felice nel profondo degli occhi dell’altro.

“Questa città vi deve molto, Samaele. Noi vi dobbiamo molto. Immagino che molti vi considerino un eroe, e forse hanno ragione, come immagino che voi abbiate rifiutato buona parte dei doni che la città vi ha offerto, con il disinteresse che si addice a un cavaliere errante” Palavici alzò la voce, per non essere coperto dal clangore proveniente dai piani inferiori, provocato dai preparativi del giardino d’inverno per accogliere tutto il sole del pomeriggio. “Tuttavia, e vi chiedo di perdonarmi l’ardire, ritengo di aver inteso che c’è qualcosa che vorreste tanto chiedere. Qualcosa che questa città e quest’accademia può darvi, in risarcimento a quanto fatto per noi”.

Samaele annuì, guardando dritto negli occhi sorridenti del Primo Maestro.

“In effetti c’è una cosa che mi piacerebbe richiedere e di sicuro voi avete il potere di esaudirla. Ma, e vi chiedo anch’io di perdonarmi l’ardire, non sta a voi l’ultima parola”.

Il Primo Maestro non cambiò la sua espressione, ma nei suoi occhi Samaele ebbe l’impressione che la luce che li contraddistingueva venisse turbata da un’improvvisa corrente d’aria. Quando la luce riprese a brillare come prima, Joanni Palavici annuì leggermente.

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“Spetta a Pavel, dite? Certo, mi sembra giusto. Gliene avete parlato?”.

“Ho accennato qualcosa mentre viaggiavamo verso la città, ma intendo affrontare l’argomento non appena si sarà riposato”.

“E una volta appurato il suo assenso a venire via con voi e a divenire mago dei nodi, come intendete procedere?”

“Voi date per scontato che lui accetti e di certo siete sicuro che io sappia trattare quella che voi considerate una mala pianta come voi ora trattate le rose. Dal canto mio, io spero capricciosamente che quel ragazzo possa essere per me una sorta di rivalsa, facendo in modo che possa riuscire dove abbia fallito con Licio, facendo di lui una pianta in grado di donare i frutti che ora vedo solo come piccoli baccelli che desiderano divenire fiori. Ebbene, questi desideri, sia i miei che i vostri, sono solo velleità, che non hanno nulla da invidiare al capriccio del padre di Pavel, da voi di sicuro giudicato pernicioso e immorale, ma che il vostro ordine non ha esitato ad accontentare”.

Le parole di Samaele erano come un vento che faceva traballare la fiamma negli occhi di Palavici.

“Se intendete accusare il mio ordine di spregiudicatezza, non vi biasimo. Una cosa che invidio di voi Maghi dei nodi è quella di non essere mai costretti a scendere a compromessi. Ma Leveransia non è come le terre meridionali; ogni scelta fatta da noi esige un prezzo morale. Ma immagino voi questo lo sappiate già”.

“Non crediate che anch’io non abbia dovuto fare le mie scelte difficili, ma questa scelta non è giusto che la faccia io. Consideratelo anche questo un risarcimento per le tante scelte controverse che ho dovuto fare e, se volete, potete considerarlo un risarcimento per la scelta fatta dal vostro ordine”.

Palavici fece una lunga ispirazione, seguita da un altrettanto lungo sospiro.

“E sia, accetto le vostre riserve. Del resto è il minimo che possa fare per averci ridato la speranza. Ad ogni modo, vorrei ancora sapere qual è il vostro piano, che immagino coinvolga anche la mia persona”.

“È il minimo che possa fare, considerata la pazienza e la comprensione che mi dimostrate, così inusuale per un mago dell’Est del vostro livello. Ebbene, il mio piano è semplice: se Pavel vorrà venire con me, questa sera stessa cavalcherò fino alla torre di Fios più vicina. Sono in buoni rapporti con i cavalieri dei sintachi e di sicuro accetteranno di far partire la mia missiva domattina. È già tutto pronto, serve solo il vostro sigillo d’approvazione”.

“Per cosa?”.

Samaele porse al primo maestro un rotolo di pergamena.

“L’ho fatta scrivere da uno dei vostri copisti, accertandomi che fossero usate le formule corrette. In pratica fornisce un’interpretazione alternativa ai presagi astrali fatti dal vostro confratello gevenese”.

Palavici la lesse rapidamente, poi alzò lo sguardo verso il giovane mago. Nei suoi occhi era apparsa di nuovo quella vitale fiammella che lo contraddistingueva.

“Quindi siete nato sotto il segno del Serpentario… interessante. Vostra madre fa parte di una confraternita consacrata al culto di Estia… molto interessante. Sì, si può fare qualcosa, ma non è detto che abbocchi”.

“Abboccherà, invece. Vedete, immagino che gli affari di Borodan dipendano anche dallo status di città libera di Sizara e in questo momento lo stato di città libera di Sizara dipende dal buon allineamento della stella del Veltro con il pianeta Estia nella casa del Serpentario. E questo non lo si può negare”.

Il Primo Maestro non poté negarlo, ma si propose comunque di revisionare la missiva, per il tempo necessario a capire le intenzioni di Pavel. Chiarita ogni cosa, i due maghi si salutarono.

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Stanco e indolenzito, Samaele uscì dal caldo e umido giardino d’inverno, lasciando che il fresco della sera lo svegliasse, colpendogli la faccia che, dopo le fatiche del giorno precedente e la notte insonne, sentiva avvolta dalle fiamme. Sapeva che era urgente immergersi in una tinozza d’acqua calda per mandar via tutti gli affanni passati, ma allo stesso tempo si sentiva animato da una grande vitalità. Si affacciò verso occidente. Le nuvole all’orizzonte preannunciavano un cielo di nuovo plumbeo, dopo la giornata relativamente serena che stava trascorrendo. Pensò che forse quelle nuvole sarebbero potute essere per lui un valido alleato quando avrebbe affrontato Licio, ma ogni cosa a suo tempo.

Entrò nella foresteria, dove trovò Pavel, seduto sulla panca riservata agli ospiti illustri, che lo guardava sorridente.

“È prevista una punizione per sedersi lì?” chiese Samaele.

La voce di Nadia risuonò dalla porta che dava sulla cucina: “A buon cuore dei maestri anziani, credo di si”.

Il mago salutò la donna, affacciata alla porta con un largo sorriso.

“Desiderate mangiare qualcosa, maestro?” chiese lei, ricambiando il sorriso.

“Pazientate un poco, signora Nadia, devo valutare una cosa”.

Nadia lo guardò perplessa per la risposta e preferì tornare nella cucina. Pavel guardò Samaele con un sorriso fremente.

“Tutto a posto, ragazzo?”.

“Posso andare a Surransia con voi. Posso diventare mago dei nodi, vero?”.

Samaele rimase impassibile.

“C’è questa possibilità, ma sarebbe un viaggio di sola andata. Sicuro di volerlo intraprendere?”.

“Sì, va bene. Ne ho fatti tanti di viaggi di sola andata!”.

“I Maghi azzurri sono riveriti da tutti, mentre i Maghi dei nodi sono visti come dei ciarlatani. Ricordi quello che pensavi di me la prima volta che mi hai visto e della fatica che ho fatto per guadagnarmi il rispetto di te e degli altri maghi? Immagina a doverlo fare ogni volta che incontrerai un mago dell’Est. Dover sopportare di essere continuamente sottovalutato e disprezzato, per poi dover sempre dimostrare che si sbagliano, ma dovrai farlo con cortesia, perché è la cortesia che distingue un mago dei nodi dagli altri maghi”.

Il sorriso scomparve dal volto del ragazzo.

“Maestro, io non capisco. Credevo foste contento che io volessi divenire mago dei nodi”.

“Non ha importanza quello che mi fa contento, Pavel. La scelta è tua e non riguarda me”.

“Allora che cosa volete?”.

Samaele sorrise, sedendosi accanto al ragazzo.

“Voglio solo essere sicuro che questa scelta sia ben valutata. Voglio la certezza che tu ci abbia pensato bene, perché non so se mi perdonerei mai di averti portato dall’altra parte dell’Impero, per poi scoprire che non era quello che veramente volevi fare”.

“Allora sinceratevi che è questo quello che voglio fare” disse Pavel duro. “Sono sicuro che qualunque posto sarà meglio di qui e non importa se gli altri mi vedranno come un contadino, perché io saprò di essere un mago potente come lo siete voi e sarà comunque meglio di essere visto come un buono a nulla come fanno adesso tutti quanti. Quindi sì, è quello che voglio fare”.

Samaele si sentì quasi commosso, ma decise di trattenersi ancora: “C’è un’ultima cosa che ti voglio chiedere. Per favore, non offenderti, ma hai pensato a cosa succederebbe se i Maghi dei nodi ti stessero stretti? A cosa potresti fare?”.

Pavel ristette prima di dare la sua risposta, poi disse quasi con rabbia: “Come il vostro amico, che è uno dei più brillanti tirocinanti dell’Ordine azzurro e che qualcuno vorrebbe già fare rettore dell’Accademia? Maestro, io sono sicuro e sono pronto. Per favore, fate quello che dovete per convincere mio padre”.

Samaele allora si alzò con un largo sorriso.

“Volevo andare ora a Sericolma a consegnare un messaggio per tuo padre ai Cavalieri di Fios. Vuoi venire con me?”.

“Ma sarà buio quando arriveremo”.

“Non è un problema. Allora vuoi venire?”.

Pavel saltò in piedi entusiasta.

“Certo che voglio”.

“Benissimo. Allora preparati, perché ‘stasera godremo dell’ospitalità dei cavalieri dei sintachi”.

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FEDERICO DE FAZI