IL RIMEDIO – 16. Il Piccolo Popolo; – 17. Il giorno di festa

di FEDERICO DE FAZI ♦

16 – Il Piccolo Popolo

I due giorni successivi alla separazione tra Samaele e Pavel passarono, con buona grazia dell’Uno, con una monotonia quasi noiosa. Il terzo giorno Samaele si alzò di buon ora, si incamminò verso il quartiere dei pescatori, dove incontrò la signora betena, la quale gli preparò le solite frittelle e, prendendo confidenza con il mago, gli raccontò di quando era una contadina sotto il dominio del Margravio di Droclavia, finché la grandine non falciò tutto il raccolto e, spinti dalla fame, furono costretti a fuggire a Sizara. Perché non erano rimasti in Betenia? Sembra che il Margravio stesse conducendo una dispendiosa campagna contro i Tessoni a Nord, cosa che lo spingeva ad esigere pesanti tributi e punire esemplarmente chi non li pagava. La donna non entrò nei particolari, né Samaele glieli chiese.

Passò il resto della giornata nella biblioteca dell’Accademia. Si immerse nella lettura di un testo che era insolito trovare in un’accademia dell’Ordine azzurro.

Si trattava di un trattato di demonologia, opera di Yorik di Astana, padre capitolare dei Monaci Cacciatori.

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disegno di Carlo Cianflone

Ferraù Orefici di Trecolli, il maestro della biblioteca, l’aveva accolto con gentilezza, avendo apprezzato la competenza con cui il maestro dei nodi aveva guidato i suoi scrivani nel ricopiare il grimorio.

Era di circa quarant’anni, magro e ingobbito, ma comunque alto e dal portamento autorevole. I capelli ricci e brizzolati incrociavano un volto gioviale dagli occhi vispi, che però spesso si trovavano dietro due grandi lenti da lettura.

Il mago dei nodi disse subito che le sue intenzioni erano quelle di dare un’occhiata alla biblioteca per vedere di cosa disponesse e Ferraù, con fierezza, gli mostrò i famosi trattati di Iperide, Galeno e Tullio il Vecchio, provvidenzialmente posti sui leggii. Ma l’attenzione di Samaele fu attratta da un’opera che certamente apparteneva alla sua èra. A provarlo erano la lingua in cui era scritto, né Farigia moderna o antica, né talantica. Le rune dell’alfabeto glagolitico dimostravano senza ombra di dubbio la sua origine betena. Il testo inoltre non era finemente miniato come gli altri, ma aveva solo una grande illustrazione in fondo alla pagina a destra, raffigurante una figura antropomorfa azzurra con grandi ali piumate e una testa zannuta e pelosa, sproporzionata rispetto al resto del corpo, le cui membra erano incredibilmente esili.

“E questo?” chiese Samaele, a cui quell’immagine ricordava orribili presagi di morte, per fortuna mai realizzati. “Quella è una chera, se non sbaglio. Quale beteno si occupa dei membri del Piccolo Popolo di Surransia?”.

Ferraù circumnavigò il tavolo in modo da mettersi di spalle a Samaele.

“È un trattato di demonologia” disse con fierezza. “Pretende di essere la summa di ogni ricerca mai fatta su demoni e incubi di tutto l’Impero e del regno di Betenia”.

Il mago dei nodi ricordò la prima volta che aveva visto un essere come quello  e di come aveva sentito il puro terrore scavargli lo stomaco, sapendo che presto quella creatura si sarebbe nutrita della disperazione e del dolore scaturiti dalla sua morte.

“E ci riesce?” chiese Samaele, non riuscendo a staccare gli occhi dall’immagine di quell’essere ringhiante, che sembrava guardarlo famelico.

Il bibliotecario scosse la testa.

“Non sono un esperto di demonologia. Il libro ci è stato donato da un mercante di passaggio in cambio di aver rimediato alla sua gotta”.

Samaele allungò la mano verso il libro.

“Posso?” chiese.

“Purché poi lo rimettiate a posto”.

Samaele si sedette nei pressi del leggio, avvicinò gli occhi al testo e iniziò a leggerlo, sillabando le parole.

“Conoscete il Beteno?”.

“Solo un pochino. Voi?”.

“Ho imparato qualche parola dalla gente di qui. Ma la loro lingua è diversa da quella del trattato” disse Ferraù, avvicinandosi a Samaele.

“Sì, l’ho notato anch’io, parlando con una persona del posto. D’altra parte è più che normale, vista l’estensione dei domini del Duca”.

Il mago dei nodi continuò a leggere con la lentezza di chi ha a che fare con un alfabeto che conosce poco.

“Ci capite qualcosa?” chiese il bibliotecario.

“Più o meno sì”.

“E vi quadra?”.

“In che senso?”.

“Be’, da quello che ho capito, anche voi siete un demonologo e mi è sembrato che abbiate familiarità con  questo genere di creature. Vi chiedo solo se vi risulta che quanto detto è giusto”.

Samaele fece spallucce.

“Si dicono tante cose su questo genere di creature. Non tutte sono comprovate. Per esempio non so se sia vero il fatto che succhino l’ombra ai bambini o che sia possibile tenerle lontane con le tamerici o fumigando l’alloro, ma so per certo che possono apparire quando si è prossimi alla morte violenta e che sia possibile dar loro corpo offrendogli del sangue”.

Il mago dei nodi voltò lentamente la pagina del libro.

“Mirtna!” mormorò, sentendo come se il cuore si stesse tuffando.

“Cosa?”.

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Sulla pagina destra era disegnato un barbagianni appollaiato su un ramo copiato chiaramente dal trattato di Tullio il Vecchio, ma sull’altra era disegnata una donna dai lunghi capelli ricci bianchi, il cui corpo sembrava coperto a tratti da piume e a tratti da un lungo abito bianco.

“Che cos’è?” chiese di nuovo il bibliotecario.

“Una strige. Una donna che può cambiare la propria forma in uccello. Non lo definirei propriamente un demone”.

“Prima avete detto un nome diverso”.

Samaele scosse bruscamente la testa, come per riprendersi. “Non fateci caso. Quel disegno mi ricordava una persona che conosco”.

Samaele aveva imparato a conoscere il modo con cui i Monaci Cacciatori scrivevano i loro trattati e poteva dire con sicurezza che quel libro era uno di quelli. Conosceva anche molto bene l’attenzione ai dettagli con cui gli stessi monaci curavano le loro illustrazioni. Niente in comune con le raffinate miniature e cornici fatte dai copisti dei maghi dell’Est o dai monaci amanuensi del Sud. I libri dei Monaci Cacciatori erano rozzi come quelli stampati, ma nei disegni c’era un’attenzione al realismo maniacale e insolita, che tradiva il fatto che fossero scritti a mano.

Quel volto, raffigurante una persona che Samaele non vedeva ormai da quasi sei anni e che ancora gli evocava forti sensazioni, era senza di dubbio quello di Mirtna del clan del Tasso, persona per cui un tempo era stato pronto a dare la vita più di una volta nell’arco di pochi giorni.

“Effettivamente è un ritratto molto verosimile” notò Ferraù, sondando l’illustrazione con le sue lenti. “Conoscevate una strige per caso?” concluse, con espressione complice.

Samaele non rispose. Afferrò delicatamente la copertina del codice e la inclinò come per chiuderlo. Scrutò quanto scritto sulla copertina e sorrise.

“Padre Yorik” disse poi, inclinando leggermente la bocca. “C’era da aspettarselo”.

“Conoscete anche lui?”.

“Diciamo che Ransia è più piccola di quanto sembri”.

“E sapete se è una fonte attendibile?”.

“Come tutti i Monaci Cacciatori” rispose Samaele con espressione di sufficienza “sono abbastanza meticolosi nel carpire i segreti di ciò che combattono. Il problema è che il loro unico interesse è vedere gli esseri del Piccolo Popolo e del mondo del Sogno completamente annientati. Una cosa che non ho mai condiviso. La mia gente è sempre vissuta insieme a sileni, lamie, chere, strigi e brughe e fin’ora siamo sempre riusciti a trovare una soluzione alle nostre controversie che non comprendesse lo sterminio”.

“Già” notò Ferraù pensieroso “è tipico dei fanatici non vedere il tesoro di ciò che non possono capire. Spero di non avere mai niente a che fare con gente come quella, anche se sembra che a breve ce li troveremo dentro casa” sospirò.

Samaele, guardò il bibliotecario, il cui volto era visibilmente preoccupato.

“Ne siete così convinto?”.

“Immagino siate a conoscenza del bandito chiamato l’Incubo. È il male che appesta queste terre e sembra che si sia deciso che l’unico modo per curare questo male sia un potente veleno. Non so cosa sia peggio, se il male o il rimedio che si è deciso di usare”.

“Suvvia, siate ottimista” disse Samaele, sorridendo impercettibilmente “vedrete che la situazione si potrà risolvere in modo diverso”.

Ferraù si alzò con un sospiro. “Ad ogni modo, non vale la pena angustiarsi per ciò che non possiamo controllare. Se non vi dispiace, vi sarei grato se deste un’occhiata a questo volume e magari ci deste qualche suggerimento su come riprodurlo in maniera utile ai nostri scopi. Lo fareste?”.

“Posso dedicarvi parte del mio tempo senza problemi. Inoltre, ho visto che i vostri copisti hanno bene inteso come trattare la mia opera e penso che non avranno bisogno di molta supervisione”.

Si fece portare un bastoncino di lapis, della carta per prendere appunti e iniziò a sfogliare il libro.

Il codice era in realtà l’ultimo di tre volumi, che dovevano essere presumibilmente divisi per regioni geografiche. Quel volume in particolare era dedicato alle creature presenti in Leveransia e Surransia.

Samaele immaginò che i primi due volumi raccogliessero le descrizioni delle creature di Mittransia e della Norransia conosciuta e che fossero molto più dettagliati, visto che padre Yorik era stato in Surransia solo tre volte e tutte e tre le volte i Maghi dei nodi lo avevano dissuaso dal non metterla a ferro e fuoco. Il suo sogno doveva essere quello di fondare un monastero in terreno surranso, spinto dalla stessa ambizione tipica dei Beteni di assumere il controllo su una fetta sempre più grande dell’Impero, ma fino ad allora non c’era riuscito.

Ad ogni modo, lo diceva Ferraù, non era il caso di angustiarsi per cose che non erano sotto il suo controllo. Sarebbe stato interessante leggere delle creature del Piccolo Popolo mittranso e norranso, di cui Samaele aveva così poca conoscenza.

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17 – Il giorno di festa

Quando venne il dì del Sole, il settimo giorno, tradizionalmente dedicato al culto di Zarateo, Samaele si recò al tempio a lui dedicato, posto sul lato più corto della piazza del mercato.

Il mago, vestito con gli abiti prestatigli da Marzio, attraversò la grande piazza polverosa, ammirando il maestoso porticato che delimitava il palazzo del Consiglio degli Ottimi e quello ancora più lungo e ampio della Corporazione dei Mercanti, dove invece erano allocate diverse botteghe. Molti mercanti stranieri, arrivati già in città, avevano posto le loro bancarelle. Non era insolita quindi la confusione e la babele di lingue tipica di un luogo dove buona parte dei suoi abitanti ne parlava almeno due.

Sotto le belle strutture costruite in pietra bianca e rosa, solo le campane coprivano l’impasto di gridi in Farigio moderno, Beteno, Tessone, Ugro, dialetti e lingue locali di cui Samaele afferrava solo qualche parola qua e là.

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Quando però il campanile cessò i suoi rintocchi, il cicaleccio della folla si attutì di colpo e molti di coloro che prima erano intenti ad ammirare le merci o a venderle, si diressero verso la chiesa dal frontone riccamente decorato con immagini di santi e profeti.

Samaele si avvicinò a un gruppo di maghi azzurri, riconoscibili per le giornee riportanti i simboli del loro ordine. Tra loro riconobbe Ferraù e un gruppo di copisti, che lo salutarono cordialmente, accompagnandolo alle panche vicino all’iconostasi riservate ai membri notabili di Sizara.

Sia Ferraù che Samaele erano sorpresi di ritrovarsi lì. I Maghi azzurri infatti non erano noti per la loro devozione al culto di Zarateo, così come Ferraù non si aspettava che un demonologo così strenuamente sostenitore della convivenza tra uomini e spiriti, fosse anche devoto all’Uno.

Samaele spiegò che una cosa non escludeva l’altra: niente negli scritti di Zarateo o degli altri Profeti accettati dal Sinodo affermava categoricamente la vicinanza tra le Forze Oscure e il Piccolo Popolo; inoltre c’era da considerare il fatto che, come Mago dei Nodi, la devozione all’Uno era un argomento fuori discussione. Ferraù spiegò invece che lui e gli altri copisti vibonesi facevano parte, nella loro città natale, di una confraternita laica affiliata sia ai Maghi azzurri, che all’Eparchia di Trecolli. Una minoranza considerevole che, forse perché contrastante con le credenze esoteriche della maggior parte dei loro confratelli maghi, era stata esiliata nella lontana Sizara.

Samaele fu lieto di aver trovato degli amici con cui assistere alla funzione. Era infatti abituato alle semplici e scarne funzioni religiose praticate tra Maghi dei nodi, con liturgie il più delle volte esplicate in Farigio moderno, con solo le parti salienti in Acalico.

La prolungata solennità delle messe completamente cantate in antiche lingue morte, con le lunghe litanie che precedevano la liturgia del fuoco e dell’acqua e accompagnavano l’iconostasi, non gli erano estranee, ma non era più abituato a seguirle senza dopo un po’ sentirsi appesantito dall’odore di incenso e dai lunghi canti, la cui comprensione spesso comportava per lui un grande sforzo di concentrazione.

La lingua usata era il Farigio antico e spesso vi erano strane allusioni rituali alle antiche divinità con le quali Samaele non aveva alcuna familiarità né particolare devozione. In generale la sensazione che provava maggiormente era di disorientamento rispetto alla ritualità a cui era abituato.

Il salmodiare polifonico detto ad organum del coro, però, lo affascinava molto ed era ben diverso dalle monodie usate nei riti meridionali; era più coinvolgente emotivamente e di assai difficile esecuzione. Se fosse stato un musicista, avrebbe volentieri trasposto alcune delle preghiere liturgiche meridionali in quella forma, ma sapeva benissimo che non aveva né il tempo né le competenze per fare una cosa del genere.

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 Si sforzò allora di trovare un momento di raccoglimento. In quel momento i suoi pensieri erano concentrati su Licio e chiese, sapendo che sarebbe stato lo stesso che sperare in un miracolo, che quello che un tempo aveva considerato il suo quarto fratello di sangue lo attendesse fuori dalle mura alla fine della giornata, desideroso di tornare a casa con lui.

Il sentire un rantolo trafelato, in contrasto con la respirazione quasi uniforme che si era instaurata tra i celebranti, gli fece capire che non sarebbe stato possibile. Girandosi, vide un ragazzo dal volto paonazzo e sudato ansimare a fianco di Ferraù, che con rabbia si alzò e lo sbatté contro la colonna che separava la navata centrale da quella laterale.

“Che sei venuto a fare qui?” sibilò il bibliotecario.

“Devo parlare con il maestro Samaele”.

“La pagherai cara per averci disturbato durante il rito”.

Samaele si frappose tra i due, allontanando Ferraù, che arretrò indispettito.

“È successo?” chiese al ragazzo, che annuì.

“Va tutto bene” disse poi a Ferraù. “Mi dispiace, ma devo andare”.

“Abbandonare la funzione a questo punto è quasi un atto sacrilego” obiettò il mago azzuro.

“Farò ammenda”.

I due uscirono dalla chiesa.

“Che cosa è successo?” chiese Samaele, respirando a pieni polmoni l’aria fresca dopo la sensazione di soffocamento dovuta agli incensieri e alle candele.

Bogatir…” ansimò Pavel. “Il tirocinante Marzio mi ha detto di avvertirvi…”.

“Licio ha attaccato un villaggio?” lo anticipò Samaele.

“Sì”.

“Sono già partiti?”.

“Sì”.

“Allora non c’è tempo da perdere, dobbiamo correre alla foresteria. Lì mi racconterai tutto”.

Samaele afferrò il ragazzo, già stanco per la corsa fatta, e si lanciò verso la foresteria. Gli abiti ingombranti lo impacciavano e Pavel, per nulla allenato, offriva una certa resistenza, ma alla fine raggiunsero il piazzale che dava sulla sponda del fiume ed entrarono nell’edificio.

“Raccontami cosa è successo esattamente dal principio” disse una volta in camera, togliendosi rapidamente gli abiti, che lo avevano fatto sudare terribilmente durante la corsa, e buttandoli frettolosamente sul letto.

“Circa un’ora fa è arrivato all’ospedale una ragazza a dorso di mulo. Non so bene che le hanno fatto, ma l’hanno ridotta male. Marzio mi ha detto che l’ha fatta riprendere e che gli ha raccontato che veniva dal contado di Dolsok e che Koschmar aveva attaccato il villaggio”.

Samaele si mise rapidamente il farsetto e la cintura, a cui aveva allacciato anche lo scramasax.

“Dov’è ora Marzio?”.

“È partito con Bogatir. Diceva che forse avrebbero avuto bisogno di lui”.

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Samaele bofonchiò qualcosa, allacciandosi il cappello e il mantello. “Dobbiamo arrivare prima di loro”.

Corsero fino alla stalla, dove Samaele saltò rapidamente in sella a Solstizio.

“Dove si trova Dolsok, lo sai?” chiese.

“Portatemi con voi e ve lo mostrerò”.

“È troppo pericoloso, Pavel. Tu devi rimanere qui”.

“No, vengo con voi” si impuntò Pavel.

“Maledizione, ragazzo!” gridò il mago spazientito. “Non ho tempo per discutere”.

“Finora ho fatto quello che mi avete detto. Sono stato nelle Sfere di Fuori con voi e per voi ho sopportato Tiziano e i suoi assurdi rimproveri per due giorni. Mi avete detto che mi avreste tenuto con voi, giusto?”.

Le briglie di Solstizio erano prive di morso, ma il cavallo si agitava come per stringerlo.

“Portatemi con voi. Farò tutto quello che mi direte”.

“Lo prometti? Ho la tua parola d’onore?”.

“L’avete”.

Samaele imprecò un: “Accidenti!” e poi tese la mano verso Pavel, che la afferrò per salire, mettendosi tra Samaele e la cervice dell’animale.

“Tieniti forte” disse Samaele.

Pavel si aggrappò alla criniera, mentre sentiva come se un vento impetuoso gli soffiasse sulla faccia e una forza irresistibile lo spingeva a correre veloce e ancora più veloce.

“Uscite alla porta Ovest” disse, mentre Samaele spronava il cavallo con i talloni.

La bestia si impennò leggermente, finalmente libera, e si lanciò al galoppo fuori dalla stalla. Con agilità sorprendente per la sua stazza, curvò stretto sulla strada e corse verso Ovest, costringendo i passanti a stringersi alla parete, incitati dal: “Largo! Fate largo!” di Samaele. Con un balzo, la bestia saltò oltre una coppia di anziani che non si erano spostati in tempo e poi corse fino a raggiungere la porta, aperta come di consuetudine durante il giorno. Due guardie puntarono le guisarme per fermarlo.

“Giù la testa” disse Samaele. Solstizio saltò sopra le guardie passando poco sotto la saracinesca sollevata del portone, per poi atterrare, accompagnato dal grido di sorpresa di Pavel.

“È bellissimo!” gridò il ragazzo, mentre Solstizio galoppava a tutta velocità. Samaele lo scosse con violenza.

“Dove devo andare?”.

Pavel indicò un bosco di conifere e betulle, che si ergeva come una barriera lungo la pianura.

Samaele, con un roboante “Ejhà!” lanciò il cavallo a una velocità che Pavel riteneva impossibile. Nel galoppo folle, gli zoccoli di Solstizio sembravano a malapena toccare terra, mentre il bosco si faceva sempre più vicino. Pavel si aspettava che l’aria gli avrebbe opposto una grande resistenza, ma invece quella che sentiva era la stessa brezza che sfiora la faccia quando si corre a grande velocità. In breve tempo furono al bordo del bosco e Samaele poté distinguere chiaramente un gruppo di cavalli correre di gran carriera verso un pennacchio di fumo che si alzava in lontananza.

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