Orte-Civitavecchia / Civitavecchia-Orte.

 di FRANCESCO CORRENTI ♦

 Obiezioni circostanziate

Il recente parere negativo espresso dalla commissione tecnica di V.i.a. del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha interrotto, ancora una volta, il completamento della Orte-Civitavecchia, ovvero, per usare tutta la terminologia dl progetto, «della S.S. 675 Umbro-Laziale – Completamento del collegamento del porto di Civitavecchia con il nodo intermodale di Orte – Tratta Monte Romano Est-Civitavecchia».

È stata, così, riconosciuta anche la validità delle osservazione presentate da Italia Nostra, dal Forum Ambientalista, dal Comitato per la Difesa della Valle del Mignone e da altri soggetti, estremamente e documentatamente critici nei confronti del tracciato di progetto dell’Anas per gli ultimi diciotto chilometri della famosa, attesa, strategica, fondamentale Trasversale Nord, tanto per citarla in alcuni dei modi in cui è stata definita.

Non credo necessario entrare, in questa sede, nel merito del progetto. Va ricordato che questa strada viene da molto lontano, non dal punto di vista geografico ma da quello storico e temporale. Per l’esame di urbanistica con il professor Luigi Piccinato, assistente l’architetto Federico Malusardi, insieme a quattro colleghe abbiamo presentato un progetto di piano di sviluppo dell’Alto Lazio che ci ha impegnato dai primi del 1964 a luglio del ’65 e che ha rappresentato l’inizio dei miei studi su Civitavecchia. Elemento cardine del piano era una nuova arteria stradale tra la città portuale, Viterbo, Orte e Rieti, che riprendeva le indicazioni di due precedenti proposte di riassetto territoriale, il piano Coppa e il piano D’Erme, in cui era prevista tale infrastruttura di collegamento.

Lo stesso asse trasversale, concepito come «sistema infrastrutturale complesso», costituiva una delle direttrici fondamentali di riorganizzazione regionale della Proposta di programma di sviluppo economico del Lazio predisposta nel 1968 dal C.R.P.E.L. (Comitato regionale per la programmazione economica del Lazio), che era presieduto da Alberto Di Segni e vedeva la presenza del sindaco di Civitavecchia Archilde Izzi.

Alle stesse indicazioni giunse l’Ipotesi di assetto territoriale e di sviluppo economico dell’Alto Lazio, la ricerca condotta dal gruppo diretto da Michele Valori e pubblicata nel novembre 1972 dall’Associazione “Tuscia-Sabina” e dal Centro di studi e di ricerche economico-sociali dell’Associazione regionale delle Camere di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura del Lazio.

Quando nel 1974, divenuto nel frattempo urbanista del Comune di Civitavecchia, ho progettato il piano dei settori produttivi in attuazione della legge 865 del ’71, ho individuato nelle tavole del piano un sistema viario interregionale costituito dall’asse trasversale della Tuscia (con la sua singolare e per noi simbolica “catena” delle sigle CV-VT-TR-RI), dalla «nuova Aurelia» (declassamento della A 12 rimasto negli auspici) con svincolo a Torrinpietra (poi effettivamente realizzato) e raccordo tangenziale con il settore nord di Roma (mai realizzato).

L’istituzione delle Regioni e l’emanazione del D.P.R, n° 616 del 1977 attuativo della legge 382/75 non trovano, nel Lazio, quella tempestività di provvedimenti sul territorio che la presenza della capitale e la complessa situazione delle diverse realtà subregionali richiederebbero. Anzi, è proprio la presenza di Roma a frenare e rendere farraginosa la macchina amministrativa, come accadrà anche in seguito e continua ancora ad accadere con la recente creazione della Città metropolitana di Roma Capitale.

La legge regionale 18 dicembre 1978, n° 72, stabiliva la formazione del Quadro regionale di riferimento territoriale e della carta tecnica regionale:

La Regione Lazio, al fine di dotarsi di un quadro di riferimento territoriale necessario per le attività concernenti la disciplina del territorio, in coordinamento con la programmazione regionale, ed in attuazione della deliberazione consiliare n° 331 del 3 agosto 1974 con la quale è stato approvato il “documento per la deliberazione programmatica sull’assetto del territorio regionale”, nonché della deliberazione consiliare n° 193 del 30 marzo 1977 con la quale è stato approvato il “programma di sviluppo regionale per il periodo 1977/1981”, procede in unico contesto e con criteri di stretto coordinamento reciproco, ad effettuare gli studi e le ricerche riferibili al territorio, a definire le direttive nelle materie riguardanti l’uso del territorio, ad individuare le vocazioni naturali del territorio ed i vincoli necessari per la tutela delle risorse naturali ambientali, paesistiche, storiche e culturali della Regione.

Il tempo che è stato necessario per giungere all’adozione di uno schema programmatico già confermato da tutti gli studi e dalle esigenze conclamate degli enti locali è veramente incredibile:

Ai sensi dell’art. 62 della L.R. 38/99, Norme sul governo del territorio, la Regione Lazio, in sede di prima applicazione delle nuove norme, ha adottato il Quadro di Riferimento Territoriale (Q.R.T.), che assume efficacia di Piano Territoriale Regionale Generale (P.T.R.G.), con deliberazione G.R. n° 2581 del 19 dicembre 2001, Adozione Schema di Piano Territoriale Regionale Generale (P.T.R.G.); articoli 10 e 62 della L.R. 38/99 a modifica e integrazione della deliberazione G.R. n° 2437 dell’11 giugno 1998, Adozione del QRT e della deliberazione G.R. n° 3085 del 30 giugno 1998, Integrazione della deliberazione G.R. n° 2137/98.

 Corr 1 dopo Integrazione della deliberazione

Corr 2 di seguito alla Corr 1

Per la strada che ci riguarda, si trattava, in ogni caso, di riproporre quel collegamento che era stato già immaginato nella prima metà dell’Ottocento tra i primi tronchi delle ferrovie pontificie, ritenuto poi indispensabile all’indomani dell’unità d’Italia, iniziato nel 1892 e terminato alla fine degli Anni Trenta, quando la costruzione della linea Civitavecchia-Capranica-Orte – nel quadro degli scambi trasportistici tra Tirreno e Adriatico – era stata salutata come il volano del successo per il porto di Civitavecchia, le acciaierie di Terni, le cartiere di Fabriano e Pioraco, il porto di Ancona. Ma invece di affiancarsi alla linea ferroviaria, secondo la visione del C.R.P.E.L. e degli studi successivi (fino al progetto pilota della Regione Lazio Interreg IIIB Medocc del 2007, alla cui redazione ho io stesso partecipato), la nuova arteria trova a questo punto una situazione in cui il fascio infrastrutturale complesso è mutilato proprio della strada ferrata, interrotta già dal 1961 per una frana e gradualmente dismessa e poi del tutto smantellata per gran parte del tracciato. Senza che nessuna delle proposte per utilizzarlo – pista ciclabile, ippovia, trenino su gomma, binari verdi o greenways, vèlorail – abbia trovato concreti tentativi di esecuzione.

Tornando al progetto Anas, quello che mi lascia perplesso è che, con tanto retroterra, l’azienda specialistica dello Stato italiano abbia predisposto un progetto senza averne concordato preliminarmente le caratteristiche essenziali con gli altri organismi competenti del medesimo Stato e senza aver condotto una più che doverosa consultazione con i cittadini o almeno con i loro rappresentanti, enti locali e associazioni che, notoriamente, operano sul territorio. Una prassi che è purtroppo diffusa.

Ma adesso, però, voglio deviare – letteralmente – verso altre considerazioni. La strada, una volta completata, lambirà la zona dove, in somnis, era giunto Leone IV alla ricerca del luogo idoneo ad urbem aedificandam, ossia ad locum optimum valdeque munitum […] qui XII a Centumcellensi urbe miliario distat. Il sito archeologico di Cencelle – ossia gli straordinari resti della città fondata dal pontefice per i profughi di Centumcellae, trasferendovi la cattedra episcopale e quindi il nome – mi richiamano alla mente le ormai annose polemiche, peraltro ancora vivaci e frequenti nonostante tutto, intorno alla leggenda del “ritorno”, alla favola di Leandro, alle molteplici interpretazioni delle famose lettere OC (ovvero CO) dello stemma civico di Civitavecchia.

Orientamenti contrastanti

La tentazione di giocare sull’accoppiata alfabetica (evitando i giochi di parole banali o triviali che, pure, si sono sentiti), per commentare l’ennesimo rinvio del completamento stradale di cui abbiamo parlato, è ovviamente forte, ed è questo il motivo del titolo «Orte-Civitavecchia – Civitavecchia-Orte» dato malignamente all’articolo, a significare un’esigenza che può ben essere assunta a emblema delle infinite aspirazioni deluse e occasioni mancate della città.

Approfittando, così, dell’occasione, mi sembra opportuno esprimere ancora una volta e in modo definitivo il mio pensiero proprio sulla causa di tante polemiche, che hanno visto – attraverso i social – molti protagonisti di questa  moderna bacheca del pensiero manifestare i propri pareri, le proprie certezze, in modi sempre appassionati, spesso animosi e a volte eccessivi.

Oggetto del contendere, in particolare, la leggenda “eponima” delle origini della terra risorta dalle rovine con il nome acquisito proprio da quelle rovine nei secoli dell’abbandono. Mio figlio Antonio, che fa oggi lo stesso mestiere che i suoi genitori (sua madre ed io, evidentemente) hanno svolto in altri tempi, decisamente diversi, mi ha fatto leggere la relazione d’un suo progetto, presentato in un contesto regionale, qui nel Lazio, in cui mi ha colpito una frase, che riprendo, ottenendo il duplice risultato di citare lui e la citazione che lui vi fa:

 «Sono le leggende a far vivere i territori». In queste parole dell’Assessore Regionale alla Cultura Lidia Ravera, la chiave della comunicazione del progetto: raccontare il territorio e le sue peculiarità per crearne la leggenda che sarà tramandata dal passaparola. Purché si sappia che è una leggenda.

 Non male, per dire che una cosa è la storia, scientificamente ricostruita, e altra cosa sono le leggende, che poi devono essere anch’esse registrate dalla storia, purché si sappia cosa sono e come hanno influenzato le vicende storiche. È quanto ha detto, in sostanza, Roberta Galletta, ricordando la Lupa e Romolo e Remo, e le ho dato ragione, perché, come tutte le leggende fantasiose, devono essere chiaramente indicate come tali ma non demonizzate. Gran parte della nostra civiltà si basa su leggende e su miti.

Per non aggiungere nulla a quanto già scritto in passato, ripeterò qui vecchie cose, riprese da testi che hanno superato da tempo il «mezzo del cammin di nostra vita» e che sono stati descritti benevolmente da Odoardo Toti – come a dire: teste David cum Sybilla – nel suo saggio L’Insegna araldica del Comune di Civitavecchia (“Quaderni dell’Archivio Storico”, Civitavecchia, 2003). Scrive Toti, infatti, in una nota a pag. 15:

 A cura dello scrivente e di Francesco Correnti è in corso lo studio e la pubblicazione integrale del manoscritto dal quale sono tratte le pagine qui riportate. La figura di Arcangelo Molletti è stata posta nella giusta luce, per la prima volta, da Francesco Correnti nel prezioso volume “Chome lo papa uole” edito dalla Cassa di Risparmio di Civitavecchia nel 1975; questo lavoro è un esempio chiaro di uno storico estremamente corret­to nell’esporre le sue idee e nell’informare sulle fonti disponibili. Sul Torraca: F. Correnti, “Gaetano Torraca e la storiografia civitavec­chiese nel Settecento”, Introduzione alla ristampa anastatica dell’opera Delle Antiche Tenne Taurine, a cura del Centro di documentazione urbanistica sull’ assetto del territorio e la storia urbana del Comune di Civitavecchia, 1991.

Affrontando, nel primo capitolo di quel mio libro – presentato e in gran parte reso noto nel ’75 ma pubblicato dieci anni dopo e, in seconda edizione ampliata, nel 2005 – lo stato dell’informazione storica a Civitavecchia in quegli anni, scrivevo: «Ancora si dà credito al mito di Leandro e alla leggenda del “ritorno” nell’889. Rimane oscuro tutto il periodo medioevale, per quanto riguarda la formazione e l’esistenza di Civitavecchia. Si ignorano gli studi sull’attività di Francesco di Giorgio, di Leonardo da Vinci e di Donato Bramante, continuando ad intitolare a Michelangelo la fortezza nel porto, mentre si attribuisce al Bramante una chiesetta neoclassica. Si confondono gli interventi di Antonio da Sangallo il Giovane e quelli d’altri architetti militari nella fortificazione della città. Minori problematiche presentano gli ultimi secoli, a partire dal XVII, per i quali già le storie municipali ricordate forniscono dati precisi ed inoltre si conservano documenti archivistici innumerevoli, pur non mancando esempi di equivoci, di attribuzioni incerte, di valutazioni inesatte di fatti e personaggi.»

Avvertivo inoltre il lettore (pag. 16, nota 13) che, «per semplicità, ho adottato nel testo i seguenti toponimi: Centumcellae, per indicare la città romana sorta a ridosso del porto di Traiano e mantenutasi fino al IX secolo nel sito dell’odierna città portuale; Centocelle, per indicare la città fondata da Leone IV (perciò detta anche Leopoli), nell’854, sulle pendici settentrionali dei monti della Tolfa, verso la bassa valle del Mignone, i ruderi della quale sono ancora oggi denominati Cencelle; Civitavecchia, per designare la città, risorta sulla costa dal X-XI al XV secolo, nella sua continuità geografica fino ai nostri giorni. Ho tralasciato, se non per diretti richiami alle fonti, ogni più precisa denominazione o trascrizione fonetica in uso nelle diverse epoche, quali ad esempio: CentumCellae per la città romana; Centumcellae, Cencelle, Cincelle o Cincelli per la città leoniana; Civitas Vetus (o Vetere o Vetusta), Civitas Vetula, Civitas Vecela, Civita Vechia, Civita Vecchia, ecc. per quella medioevale, rinascimentale e moderna. Ho mantenuto, invece, nelle citazioni, i nomi e le grafie originali, senza ulteriori esplicazioni, risultando dal contesto sempre chiaro per il lettore il riferimento all’una o all’altra delle tre città.»

Dopo aver esposto sinteticamente la figura e l’opera dei diversi storiografi autori delle prime memorie municipali o di scritti che ne trattano, da Arcangelo Molletti all’Annovazzi e al Guglielmotti, ho illustrato la mia opinione sul Calisse, che ha concluso la fase che ho definito dei “classici”, ossia di coloro che, in un crescendo di scientificità e attendibilità, hanno formato quel corpus di documentazione su Civitavecchia, particolarmente valido per gli avvenimenti più vicini all’epoca degli autori, di cui non può tener conto chi voglia ripercorrere consapevolmente la lunga vicenda storica della città o vi voglia trovare elementi per sviluppare riflessioni o studi specialistici.

«Finalmente – scrivevo –, dopo una prima edizione del 1898, Carlo Calisse (1859-1945) dà alle stampe nel 1936, in Firenze, la sua fondamentale Storia di Civitavecchia, in un volume di 867 pagine corredato da un’imponente documentazione bibliografica, che è e rimarrà l’opera storicamente più completa e letterariamente più pregevole sulla città. Purtroppo, anch’essa, in alcune parti, non è esente da errori. Anzi, proprio all’indiscussa autorità dell’autore, si deve l’avallo e la diffusione di alcuni tra i più gravi travisamenti della storia cittadina, soprattutto per quanto riguarda l’attribuzione alla città portuale dei documenti (relativi ad un periodo di quasi seicento anni) pertinenti alla nuova Centocelle di Leone IV, dove furono trasferiti i profughi della “vecchia”, distrutta e resa impraticabile dalle incursioni arabe del IX secolo.»

Sono passato poi a trattare delle pubblicazioni di autori più recenti, Salvatore Bastianelli (1885-1975), Fernando Barbaranelli (1907-1978), Fernando Cordelli (1899-1960) e, per quanto riguarda il porto, Francesco Cinciari (1890-1980), che hanno lasciato un ricco patrimonio documentario di apporti alla storia locale, giungendo quindi ad analizzare i lavori e i contributi delle ultime (all’epoca) generazioni di studiosi che hanno affrontato «l’approfondimento della storia di Civitavecchia, sotto diverse angolazioni, e hanno rappresentato una nuova fase degli studi; quella, appunto, dell’indagine mirata ad argomenti specifici, della rilettura degli avvenimenti alla luce delle aggiornate ed ampliate conoscenze, della revisione scientifica di precedenti impostazioni ed interpretazioni. Questo nuovo ciclo di ricerche si apre con la monografia Civitavecchia, il porto e la città di Pietro Attuoni, pubblicata a Roma nel 1958, in “Memorie della Società Geografica Italiana”, e con il saggio La città medioevale di Centocelle di Odoardo Toti, apparso nello stesso anno a cura dell’Associazione Archeologica “A. Klitsche de la Grange” di Allumiere. Si tratta – aggiungevo – di due lavori molto diversi, che tuttavia ben testimoniano il rinnovamento dell’approccio al tema storico. Il primo fornisce un’esauriente sintesi delle conoscenze sulla città, impostata con un maggiore rigore rispetto a simili pubblicazioni edite in epoca fascista e inserendola in un’analisi demografica e socio-economica che apre prospettive per lo sviluppo delle attività portuali con grande anticipo sui tempi.»

Del libro di Odoardo Toti, facevo notare il carattere di puntuale rettifica degli errori avallati – come ho già detto – dall’autorità del Calisse, non trascurando di rilevare altri elementi che allora pochi conoscevano: «affronta, sia pure prendendo spunto da osservazioni contenute in pubblicazioni edite da tempo (ma rimaste completamente ignorate a Civitavecchia e, quindi, senza effetti sulla evoluzione degli studi), la revisione metodica di quanto sostenuto dal Calisse circa l’immediato abbandono della città di Leone IV e la conseguente precoce rinascita del centro portuale. Si rinnega, così, una tradizione secolare e si distrugge il mito del vecchio marinaio Leandro, suscitatore dell’ottimo consiglio del ritorno alla vecchia città: lo stesso significato dello stemma municipale è posto in discussione. La prima edizione del saggio del Toti, peraltro, ha avuto pochissima eco e solo negli ultimi vent’anni, con la critica sistematica alla storia tradizionale, aperta da alcuni studi, si è potuto riscontrare il diffondersi d’una conoscenza aggiornata alle revisioni introdotte dai diversi contributi.»

Nelle pagine precedenti avevo chiaramente evidenziato gli aspetti peculiari della storia di Civitavecchia che mi avevano spinto a dedicare gran parte del mio tempo libero alla rilettura critica delle precedenti storiografie.

«Il borgo indifeso formatosi tra le rovine della vecchia civita, sotto il controllo e la giurisdizione della Rocca (cioè dei turbolenti avventurieri che si avvicendano nel suo possesso), stenterà per secoli a riassumere una fisionomia urbana, ma – soprattutto – non riuscirà più a riacquistare (a dispetto del nome) proprio le prerogative di civitas, almeno nella loro accezione più completa e cronologicamente pertinente.

«Erede del nome e degli attributi politico-religiosi della città traianea, in quei secoli, è, invece, la Leopoli fondata nell’854. Ad essa, e non a Civitavecchia, vanno riferite le cronache, le notizie storiche e i documenti, che attestano la sopravvivenza di Centocelle per quasi seicento anni. La chiave dell’altrimenti inspiegabile ruolo subalterno svolto da Civitavecchia, dal medioevo ai tempi moderni, è appunto nella lunga eclissi del centro portuale, nel periodo più travagliato, ma anche più fecondo, della formazione e affermazione dei centri di predominio territoriale. Altre vicende e più generali circostanze storiche hanno, naturalmente, influito sullo sviluppo della città, determinandone e condizionandone le funzioni e le caratteristiche morfologiche, così come – del resto – hanno influito sull’intera zona, impedendone l’autonomia politica ed economica. Eppure, se Centumcellae non fosse stata distrutta dai Saraceni o se Civitavecchia ne avesse immediatamente ripreso la posizione – come vorrebbe la leggenda –, altra sorte avrebbero avuto la città e il territorio. Entrare nel campo delle congetture e delle ipotesi fantastiche sarebbe ozioso e senza senso, ma è innegabile che la città costiera, immaginandola sopravvissuta alla catastrofe, avrebbe avuto nell’età comunale molte probabilità di ascesa e sviluppo economico. Pochi porti del Tirreno erano altrettanto attrezzati ed in buona efficienza, come – ancora nel IX secolo – quello traianeo; benché decaduta, la Roma della Curia e dei pellegrinaggi alle tombe degli Apostoli costituiva un centro di consumi ed un polo di attrazione in grado di alimentare vasti traffici commerciali e molteplici attività di servizio lungo gli itinerari dei romei; la posizione geografica, già dimostratasi d’importanza strategica nei secoli precedenti, avrebbe dato a Centumcellae una preziosa centralità rispetto a quel lungo tratto di litorale, ai cui estremi stavano per fiorire le repubbliche marinare di Pisa e d’Amalfi.

«L’interesse che presenta la storia di Civitavecchia, al di là della rinnovata e più orientata attenzione attuale per le storie locali quali fondamentali tasselli per la comprensione e la ricostruzione di vicende più generali, risiede nel suo carattere, del tutto anomalo, di città cui gli avvenimenti hanno, di volta in volta, negato quell’evoluzione che sarebbe stata logica conseguenza della situazione raggiunta. Per due volte, in modo imprevedibile e tragico, la continuità storica di Civitavecchia è stata interrotta traumaticamente dalla totale distruzione. La prima volta, peraltro, essa non ha subito solamente il saccheggio e la rovina, ma addirittura lo sradicamento da quella particolare posizione marittima che la stava portando ad affermarsi come uno dei centri-cardine del nascente Stato pontificio. Ai ruderi della città abbandonata e privata del nome trasferito altrove fu dato, quale puro riferimento geografico, l’appellativo di «Civitavecchia», «un mot vide de sens politique» come l’Italia del Metternich, semplice espressione toponomastica, rimasta tale per lungo tempo.

«Tutti gli storici della città, dal Molletti al Calisse, hanno ignorato e travisato questa realtà, incorrendo in diversi equivoci che hanno condizionato l’interpretazione della storia urbana civitavecchiese e che ancora oggi si sentono pedissequamente ripetere. La fantasia campanilistica ha costruito intorno a questa interpretazione numerose leggende, traendo argomenti dalle fonti più diverse: Civitavecchia ne emerge come città di antichissima origine, che già prima del nome di Centumcellae avrebbe avuto quello assonante di Castelvecchio e la cui ininterrotta esistenza non subisce interruzioni di sorta. Da ogni avversità, da ogni evento bellico, la città risorge immediatamente più forte e più bella.

«Tra tutte, la leggenda più nota è certamente quella del vecchio marinaio Leandro, ispiratore dell’ottimo consiglio che avrebbe convinto i profughi superstiti ed i loro figli, nati a Centocelle dopo l’esodo, a far ritorno alla patria d’origine. D’incerta epoca, la tradizione popolare (di cui parla solo il Calisse) risolve e si direbbe ancora una volta con una serie di equivoci tre «misteri» della città: il perché del nome di Leandra, attribuito da tempo «immemorabile» alla piazza maggiore del centro storico, il significato delle lettere OC (ovvero CO) nello stemma civico ed il senso dell’albero, una quercia, campeggiante nello stesso stemma, con scarsa attinenza alle caratteristiche marinare di Civitavecchia. Ma anche l’interpretazione razionalista presta il fianco a smentite, nascendo anch’essa da ipotesi che, pur sorrette da analisi scientificamente più rigorose, non prendono in considerazione altre realtà, portando a nuovi equivoci. Nello studio di Civitavecchia è costantemente necessario fare attenzione alla sua conformazione e consistenza nei vari periodi, evitando la suggestione di accostamenti e analogie non confermati da elementi certi. Come la chiesa di Santa Maria, a noi nota nel suo aspetto settecentesco, non può fornirci parametri valutativi se non attraverso una ricostruzione del suo assetto primitivo, così è necessario indagare ogni trasformazione del tessuto urbano e scoprirne l’origine e le motivazioni, per giungere a plausibili conclusioni sullo sviluppo generale della città.

Corr 3 del suo assetto primitivo, così è

Nelle correlazioni che, a prima vista, sarebbe possibile effettuare con tipologie urbane più note, si incorrerebbe nello stesso errore che potrebbe compiersi attribuendo una medesima matrice storico-funzionale ai risultati formali assimilabili di processi scaturiti, invece, da diversissimi presupposti.»

 FRANCESCO CORRENTI