IL RIMEDIO – 10. I Beteni

di FEDERICO DE FAZI 

10 – I Beteni

“Non avete sonno, signor mago?” chiese Bogatir. “Che ci fate già in piedi a quest’ora?”.

Samaele era avvolto nel mantello a ruota con il largo cappello sulla testa. Dall’orlo del mantello spuntava una mano guantata.

“Di norma sarei uno a cui piace dormire a lungo, ma quando sono in posti nuovi è questa l’ora che preferisco per girarli”.

Bogatir, vestito con la solita tenuta da capitano delle guardie, stava facendo un’ispezione lungo le postazioni di vedetta.

A ridosso delle mura sembrava quasi che la nebbia non ci fosse. In realtà bastava avvicinarsi un po’ al fiume per incontrare un fitto banco piovigginoso, caratterizzato da un freddo intenso, che entrava nelle narici e graffiava la fronte dal di dentro.

“Che cosa mai potrà esserci di così speciale a quest’ora?” chiese il capitano delle guardie, producendo con la bocca un fumo lattiginoso.

Samaele guardò verso la città ancora addormentata.

“Sogni” rispose. “In questo momento i sogni si uniscono alla nebbia e parlano tra di loro, prima che il sole li dissolva verso l’alto per richiamarli all’Empireo”.

“Parlate come un cacciatore del Duca” sbuffò il capitano, salendo le scale che portavano in cima alle mura.

Una guardia diede il cambio all’altra lungo la passerella di legno aggrappata al sostegno in muratura. Il capitano salutò la guardia che si congedava.

“Se fossi nato nelle terre di Betenia o Mittransia, probabilmente lo sarei diventato. Ma sono nato a Surransia, ringraziando l’Uno”.

“Sareste potuto anche essere uno stregone pagano, di quelli a cui i Cacciatori danno battaglia. Una volta ho visto uno sciamano evocare un gigantesco lupo fatto d’ombra. Voi ne sareste capace?”.

Samaele scosse la testa.

“Non saprei. Vi sono centinaia di incantesimi che possono ottenere un effetto simile, ma pochi sono contemplati dal nostro Codice”.

“Ma ne siete capace o no?” insistette il capitano.

“Ve l’ho detto. Non saprei”.

Rim cap 10 img 1

Bogatir sbuffò e si appoggiò al parapetto.

“E se uno sciamano facesse una cosa del genere, voi che fareste?”.

“Non so. Penso che dipenderebbe dalle circostanze”.

“Probabilmente voi scappereste a gambe levate se qualcuno facesse una cosa del genere” disse il capitano provocatorio.

“Probabilmente” fece eco il mago, sedendosi tra un merlo e l’altro in modo da guardare la città.

Rimasero in silenzio. Il sole sorgeva, ma non riusciva a scaldare l’aria fredda.

“Credo che quest’anno l’inverno arriverà presto” sentenziò Bogatir.

“Com’è stato il raccolto?” chiese Samaele.

“Con le razzie fatte dal vostro amico, piuttosto scarso, ma in città non dovremmo patire la fame. Sono un po’ preoccupato per i contadi, però”.

Samaele mugugnò annuendo. Poi di nuovo silenzio.

Bogatir si girò verso il mago, che aveva gli occhi chiusi e respirava lentamente, come se si fosse addormentato. Il capitano pensò che il corpo del surranso era tanto leggero che avrebbe potuto spingerlo giù senza che lui se ne accorgesse.

“Maestro Samaele, permettete una domanda?”.

“Certamente”.

“Che voi sappiate, e vi chiedo di rispondermi in modo semplice, questi automi provano dolore?”.

Samaele poggiò i piedi sul camminamento, aprendo gli occhi verso Bogatir.

“Certo non potete aspettarvi che provino dolore come me o voi. Anche se i loro corpi di oricalco sono resi sensibili grazie alle proprietà particolari del metallo, se si danneggiasse loro un arto non proverebbero lo stesso dolore che proveremmo noi, dato che i loro arti sono perfettamente sostituibili e riparabili, ma…”.

“Maestro”.

“Vi ascolto”.

“Vi avevo chiesto di essere semplice”.

“Perdonatemi. Ora comunque arrivo al punto. Vedete, il dolore è un allarme che ci avvisa che abbiamo perso o stiamo perdendo qualcosa di importante e con buona possibilità irrecuperabile. Considerando che gli automi sono interconnessi e che valutano le loro intelligenze e i loro pensieri come cose preziose, la perdita di alcuni individui della propria comunità, o di parte della loro coscienza, genera in loro un forte dolore, paragonabile al nostro dolore fisico”.

Bogatir si sporse verso il basso. Samaele pensò che, se si fosse sbilanciato, non sarebbe stato in grado di sorreggere la sua mole per impedire che cadesse di sotto.

“Quindi il dolore che hanno provato gli automi che abbiamo incontrato deve essere stato…”.

“Accecante” concluse il mago.

“E pensate che lo sentano ancora?”.

“Immagino che vi sia capitato di conoscere diverse persone che hanno perso un arto. Come sapete, alle volte capita di avvertire come se l’arto sia ancora attaccato al corpo e di provare del forte dolore provenire da quell’arto. Ecco, per loro è una sensazione simile”.

Bogatir annuì cupo.

Rim cap 10 img 2

“E perché non hanno cercato di vendicarsi? Avrebbero potuto senz’altro provare. Che cosa avevano da perdere, visto che hanno perso tutto?”.

Il sole si stava alzando. I sogni si dispersero rapidamente con la nebbia, ma rimase il freddo. Samaele si raccolse sotto il mantello.

“Anche se possiamo trovare molte analogie con loro, non dobbiamo pensare che gli automi siano come noi. Possono provare quelli che potremmo chiamare sentimenti, è vero, ma essi sono completamente diversi dai nostri. La vendetta, per esempio, è qualcosa di inconcepibile, in quanto non assolve ad alcuna funzione. Uccidere l’artefice del loro dolore, o morire nel tentativo, non restituirebbe loro ciò che hanno perduto, né darebbe loro la possibilità che il danno subito possa essere riparato”.

Bogatir batté un pugno contro il muro di cinta.

“Quindi cosa fanno? Vegetano in una bettola umana mentre il dolore li divora?”.

Samaele tacque. Capiva dove volesse arrivare il capitano e forse avrebbe potuto dirglielo direttamente, ma preferì girarci intorno.

“Anche il dolore, quando non assolve ad alcuna funzione, può essere ignorato, almeno fintanto che non ci sia qualcosa che ce lo fa fare. Gli automi sono giunti in questa città distrutti e disorientati e sono stati accolti da una donna che, grazie alle conoscenze del suo compagno, è riuscita a dar loro una qualche forma di consolazione e un posto dove rimanere. In essa hanno trovato una protesi di quanto hanno perduto, come un uomo può utilizzare una protesi metallica o di legno per ripristinare almeno in parte le funzioni dell’arto amputato, ma l’analogia finisce qui. Infatti sarebbe improprio definire gli automi come individui che hanno perso un arto, bensì come arti che hanno perso il loro proprietario”.

“Un arto muore, se il corpo muore”.

“Vero. Ma ve l’ho detto, si tratta di analogie valide fino a un certo punto e in effetti io non comprendo pienamente il motivo della loro sopravvivenza. Quanto avvenuto potrebbe far luce su molti aspetti della mente degli Automi. Peccato che non sia proprio il mio campo di competenza”.

Il capitano scosse la testa entrando in una torre a passo svelto.

“Non credo che potrete approfondire granché con loro. Dopo quanto gli avete detto, dubito che vorranno ancora avere a che fare con chi si dichiara fratello dell’uomo che ha causato tutte le loro disgrazie”.

“Il dolore e l’assenza rallentano i loro processi di pensiero, ma prima o poi si accorgeranno dovranno collaborare con me per fermarlo, anche se adesso risulta difficile capire come”.

“E francamente risulta difficile anche a me”.

Il capitano fece un gesto, indicando una scala che portava verso il basso.

“Se volete scusarmi” disse “ora avrei altri posti di guardia da ispezionare e le guardie potrebbero infastidirsi nel vedervi gironzolare per i camminamenti”.

Samaele salutò e di accinse a discendere le scale. Si fermò al terzo gradino.

“Capitano Bogatir” disse voltandosi. La voce era dura come il marmo.

“Che c’è?” fece lui spazientito.

“Immagino che nella vostra vita abbiate perso molte persone care”.

Il volto del capitano si oscurò.

“E con ciò?”.

“Se voi aveste una possibilità, anche minima, addirittura illusoria, di riportare a voi una di queste persone, non fareste di tutto per sfruttarla?”.

“Non c’è rimedio alla morte”.

“Capitano Bogatir, io ho perso un fratello che ho amato come si ama un vero fratello, nel sangue e nell’anima e, credetemi, farei di tutto per far sì che questa persona perduta torni a me in qualche modo”.

Bogatir non avrebbe risposto alle parole di Samaele e comunque il mago non attese la sua reazione, ma scese le scale con rapidità.

Rim cap 10 img 3

Percorse la strada che lo riportava all’accademia a passo svelto, intirizzito dal freddo.

L’aria fresca della mattina gli distendeva i nervi. Mentre la città ancora in buona parte dormiva, poteva sentire, accostandosi alle porte, i sogni volare via. Il freddo li teneva a terra e li faceva strisciare lungo i rivoli di brina che si scioglieva dove il sole già riscaldava l’aria.

Ne aveva bisogno. L’incontro della sera precedente e quello di pochi minuti prima gli occupavano la mente con pensieri pesanti e contrastanti.

Quasi per istinto, coImme sempre quando gli succedeva di trovarsi triste o preoccupato, prese a fischiettare un motivetto lento dalle note squillanti che, fin da bambino, gli ispirava un senso di grande tranquillità.

I sogni erano ormai volati in alto o scivolati nelle canalette delle strade insieme alla sporcizia e al fango. Ora l’aria era piena degli odori tipici delle città portuali.

Nei pressi del fiume, il naso di Samaele venne attratto dall’odore di pasta di pane misto a miele. Si avvicinò ai baracconi del porto, tra garzoni che riparavano nasse e altri che riparavano reti, mentre i pescatori evidentemente erano ancora a recuperare quelle sane con i frutti del fiume; tra il battere dei martelli sui chiodi e i canti ritmati degli aggiustatori di reti, gli sembrò di udire un rapido sfrigolare. Qualche passo lungo la via ed eccola là, una signora di circa quarant’anni, con gesti rapidi di mano e spatola, gettava e rivoltava piccoli dischi di pasta di pane all’interno di una padella sfrigolante di burro, disponeva le frittelle su un tavolaccio di legno, le ricopriva di miele, per poi darle a un gruppo di garzoni che le divorò rapidamente. Dietro di lei una ragazza di neanche diciott’anni preparava gli impasti.

Samaele attese che la signora finisse di servire i garzoni per avvicinarsi.

“Buongiorno” salutò Samaele.

Dobroutro” salutò la donna.

Vyi betenaya?” chiese il mago.

Tak” annuì la donna. “A vyi skad pochyoditze?”.

Samaele ci mise un po’ a capire che la donna gli aveva chiesto da dove venisse, poi rispose: “Iz Surransye”.

“Posso aiutarvi in qualche modo, signor surranso?” chiese, sempre nella sua lingua.

“Quanto costa una di queste?”. Samaele indicò le frittelle.

“Cinque soldi l’una”.

“Sembrano buone. Ne prendo sei”.

La donna diede la comanda alla ragazza, che rapidamente iniziò a preparare le frittelle.

“Parlate bene il Beteno, giovanotto. Come l’avete imparato?” chiese la donna.

“Grazie” rispose il mago, cercando di ricordarsi le parole giuste. “Amici beteni sui Monti Centrali. Loro me l’hanno insegnato”.

La ragazza iniziò a passare le frittelle alla donna, che le gettò rapidamente nel padellone.

“Bravi maestri. Ditemi, cosa vi porta qui a Sizara?”.

“Cerco un amico”.

Rabotaytfportzje”.

Samaele non afferrò.

“Cosa? Parlate lentamente, per favore”.

“Lavora… al… porto?” scandì la donna.

“Chi?”.

“Il vostro amico”.

“Ah, no. A dire la verità non so dove sia”.

La donna tirò fuori le frittelle dalla padella e le posò sul tavolaccio.

Vaschdlujnik?”.

“Eh?”.

Vasch … doljnik?”.

Samaele capì e rise.

“No, non è mio debitore. Sono io suo debitore”.

Mentre versava il miele, la donna betena chiese qualcosa tipo: “Perché avete fatto tanta strada per pagare un debito, quando potevate rimanere a casa?”.

Samaele aveva in mente una risposta un po’ complessa, ma aveva paura di sbagliare le parole in quella lingua che non parlava da due anni. E comunque le frittelle erano sul tavolo.

Dolgaya istoriya … È una lunga storia. E a voi quanto sono debitore?”.

“Quindici soldi o cinque soldi e quarto tallero” rispose lei in Farigio, la lingua di Samaele, per essere sicura di venire capita.

Il mago tirò fuori una monetina d’argento, corrispondente a un quarto di tallero, e cinque in lega di rame. La donna infagottò le frittelle in un panno e le diede a Samaele.

Rim cap 10 img 4

“Vi consiglio di mangiarle in fretta, prima che si freddino” aggiunse in Beteno.

“Grazie”.

Samaele ne prese una e la sbocconcellò. L’interno rivelò un cuore di formaggio fuso che gli ustionò la lingua. Aspirò profondamente l’aria fredda prima di provare un altro morso.

“Vi piace?” chiese la donna.

“Molto buone” rispose il mago, allontanandosi. “Da zvidanya”.

“Buona fortuna con il vostro amico” gli augurò la donna.

Spassiba” ringraziò Samaele.

Allontanatosi dalle baracche, percorse l’argine fino a raggiungere la foresteria. Salutò Pertica, che si recava alla stalla, ed entrò.

Nadia non c’era. Le aveva detto che avrebbe provveduto lui alla colazione e lei aveva accettato di buon grado.

Samaele si tolse gli stivali, il cappello e il mantello e si mise degli zoccoli che la cuoca aveva avuto la premura di mettergli all’ingresso, poi salì le scale.

Arrivato in camera, avvicinò la mano alla stufa. Se avesse messo le frittelle nel pentolino che si trovava lì vicino, avrebbe potuto tenerle calde.

Fatto questo, entrò nella stanza a fianco, dove Pavel si era trasferito per rimanere sempre a sua disposizione.

Il ragazzo dormiva profondamente nella penombra della stanza. Il maestro dei nodi pensò che avrebbe potuto lasciarlo dormire, ma poi pensò anche che le frittelle si sarebbero bruciate, che gli serviva aiuto per diverse cose e poi, confessò a se stesso, aveva bisogno di parlare con qualcuno che non gli fosse ostile per principio e che, soprattutto, parlasse la sua lingua.

Comunque il campanile aveva già suonato le otto.

Il mago aprì gli scuri, facendo entrare la luce nella stanza, poi tornò nella sua, prese le frittelle, le mise su un vassoio di legno e ritornò nella stanza di Pavel, che intanto aveva aperto gli occhi, alzandosi di scatto.

“Buongiorno” salutò Samaele. “Fa’ con calma. Non devi andare a nessuna lezione”.

Pavel realizzò che il rigido regime orario dell’Accademia non valeva con il mago dei nodi e si sedette sul letto.

“Buongiorno” sbadigliò il ragazzo, mentre Samaele poggiava il vassoio sul letto.

“Ti ho portato qualcosa da mangiare. Assaggia un po’”.

Pavel toccò una frittella con un dito, mentre Samaele ne prese un’altra e la divise a metà.

“Che cos’è?”.

“Un dolce beteno” rispose il mago, addentando mezza frittella. “A dire la verità ho mangiato una cosa simile su un’isola nel Mare di Mezzo. Lì le chiamano teada o qualcosa del genere. Solo che il formaggio era di capra e la melata di quercia gli dava un sapore più amaro”.

“Questa roba la mangiano i pescatori!” si lamentò Pavel.

Samaele si sedette sul letto, finendo la mezza frittella che aveva in mano.

“Sono un pescatore anche io, ricordi? Avanti, assaggia. Vedrai che i pescatori sanno godersi le cose buone”.

Pavel prese una frittella e le diede un morso.

“Be’, ti piace o no?”.

Il ragazzo doveva essere affamato, perché morse ancora la frittella. Samaele non ripeté la domanda. “Che ne pensi di quello che è successo ieri sera?” chiese invece.

Samaele guardò negli occhi Pavel, che era rimasto in silenzio, con un pezzo di formaggio che gli filava dal bordo della bocca. Il mago glielo fece notare con un gesto.

“Allora? Senza parole? Se non altro non mi tieni il broncio come Bogatir”.

“Avete discusso con lui ‘stamattina?”.

Samaele fece spallucce.

“Diciamo che ho avuto una conversazione. Niente di che, ma credo che abbia deciso di tenermi fuori dai giochi”.

Pavel mise una mano davanti alla bocca per raccogliere con la lingua il pezzo di formaggio.

“Quali giochi?”.

“La caccia a Licio e alla sua banda. Di’, non ti sarai mica addormentato a un certo punto?”.

Pavel si toccò le mani impiastricciate.

“No, ho capito”.

“E tu che ne pensi?”.

Il ragazzo si rigirò la frittella tra le mani. Aprì la bocca come per parlare, ma poi la richiuse.

“Qualunque cosa dirai non mi offenderà” lo incalzò Samaele, decidendosi a prendere la sua terza e ultima frittella. “Avanti, coraggio”.

Il ragazzo esitò un po’, poi disse: “Penso che abbia ragione”.

“Chi, Bogatir a tenermi fuori?”.

“Sì. Non credo che riuscirete a fermare quel bandito”.

Samaele annuì in silenzio, mandando giù un boccone.

“E degli automi, che ne pensi?”.

“Li avete fatti arrabbiare” rispose Pavel .

Il mago annuì di nuovo.

“Penso che questo sia anche il pensiero di Bogatir. Ti conviene mangiarle, o si fredderanno”.

Pavel prese un’altra frittella.

Rim cap 10 img 5

“Quello che Bogatir non sa” continuò Samaele. “È che gli Automi provano un solo tipo di emozione che potrebbe essere pienamente paragonabile alla nostra: la paura. Il resto può assomigliare alla nostra felicità, alla tristezza o ad altre emozioni, ma si tratta solo di apparenza, il più delle volte addirittura di una simulazione effettuata con la funzione di dialogare con noi. Di queste emozioni, quella che un automa non proverebbe mai, è la rabbia”.

“Perché?”.

“Quando sei stato messo alle mie attendenze, eri arrabbiato, giusto?”.

Il ragazzo abbassò la testa. Samaele si accovacciò per stare alla sua altezza.

“Non ti sto rimproverando” disse dolcemente. “Sto solo cercando di farti capire. Eri arrabbiato?”.

“Sì”  rispose Pavel con un filo di voce.

“Cosa pensavi, più o meno?”.

“Adesso non ha importanza”.

“Certo che non ce l’ha, ma devi capire. Eri arrabbiato perché eri stato punito, giusto?”.

“Giusto”.

“E che ne pensavi di questa punizione?”.

Pavel distolse lo sguardo. Samaele si sedette accanto a lui sorridendo.

“È tutto passato, non ti preoccupare. Diciamo che io di solito mi arrabbio quando qualcuno mi fa un’ingiustizia o penso che me l’abbia fatta. Capita anche a te, giusto?”.

Pavel annuì.

“Ecco, come spiegarti… La rabbia è quell’emozione che provi quando ti è stato fatto un torto, un male che non ti spetta. Ecco, tra gli Automi questa cosa non esiste. Gli Automi non litigano tra di loro e non si fanno del male a vicenda. Ognuno di loro ha un suo spazio e una funzione. Se qualcosa impedisce loro di esaudire la loro funzione, tentano imperterriti finché non ci riescono o vengono distrutti provandoci; quando la esauriscono possono benissimo morire senza fare un solo lamento. Gli automi non conoscono la rabbia”.

“Ma quel brigante non è un automa”.

“Se il vento fa cadere un albero contro casa tua, tu che fai, lanci sassi all’aria? Conosco molti uomini che lo farebbero, ma la verità è che la rabbia è un’emozione che serve agli Uomini per gli Uomini e non ha senso per il resto delle cose. Gli Automi non hanno imparato la rabbia, perché non ha senso arrabbiarsi tra di loro, quindi l’unico motivo per cui dopo che gli ho raccontato la mia storia non hanno voluto più parlare è perché hanno paura”.

Rim cap 10 img 6

“Di voi?”.

“Credo che trovino contrastante il fatto che voglia fermare Licio, ma che allo stesso tempo mi senta suo fratello. Per loro questo è inconcepibile. La paura di ciò che non si capisce è la forma di paura più comune”.

“E credete che possano smettere di avere paura?”.

Samaele scosse la testa.

“Non si smette mai di avere paura. Si può combattere la paura col coraggio, ma il coraggio è qualcosa che impiega risorse e questi automi, senza una matrice, ne hanno ben poche”.

“Quindi credete che non collaboreremo più con loro?” chiese Pavel preoccupato.

Samaele abbassò lo sguardo.

“Non lo so. Non credo che si potrà più fare qualcosa”.

La campana dell’accademia suonò otto rintocchi seguiti da un singolo rintocco più acuto.

“Caspita, sono già le otto e mezza!” si lamentò il mago.

“Che dovete fare?”.

“Devo andare a spiegare ai copisti come riprodurre il grimorio. Dài, vestiti. Avrò bisogno del tuo aiuto”.

FEDERICO DE FAZI