Il Rimedio – 7. Il Luccio e il Grifone

di FEDERICO DE FAZI ♦

7 – Il Luccio e il Grifone

 

La sala dove i tirocinanti seguivano le loro lezioni era un piccolo anfiteatro chiuso, dove la platea era composta da banchi disposti in semicerchi. Sul palco c’era un tavolo davanti a una grande parete bianca, dove venivano proiettati i vari argomenti delle lezioni.

Quando Samaele entrò nella sala, gremita da maghi azzurri di grado uguale o superiore a quello di Tirocinante anziano, vi fu un gran mormorare stupito, mentre Marzio sogghignava con soddisfazione.

A tenere la lezione ai maghi dell’Ordine azzurro c’era un uomo a metà della seconda decade ben sbarbato, con i capelli corvini tagliati corti in maniera irregolare. Non era certo l’età a stupire quei maghi, quanto il vestiario. L’uomo infatti vestiva con un farsetto marrone dalla foggia semplice, rattoppato sui gomiti. Dalla spalla sinistra partiva una cordicella di quattro cavi intrecciati di cui due azzurri, uno color paglia e uno verde. La corda era annodata sulla sinistra con una treccia larga, poi faceva un semicerchio sul petto per riappendersi alla spalla destra e scendere di nuovo, terminando con uno stretto nodo cilindrico. Il farsetto era decorato sul petto e sulla spalla destra con ricami di nodi e scritte fatte nel tondeggiante alfabeto di Acalia ed era stretto alla vita con una cintura, a cui erano appesi un largo cappello circolare e due scarselle quadrangolari chiuse con alamari.

Seduto in cima alla platea, alla sua postazione di proiezione, Marzio si sentì commosso nel rivedere, così lontano da dove l’aveva vista l’ultima volta, la tenuta da mago dei nodi. Agli occhi di un uomo dell’Est quell’abito era poco più che la tenuta stravagante di un ricco contadino, ma a quelli di uno del Sud evocava una serie di simboli ed esperienze dal valore inestimabile.

Il mormorio non cessava. Alcuni maghi, indignati, si alzarono e uscirono. Samaele fece un cenno a Marzio e sulla parete dietro di lui lentamente si mise a fuoco una serie di glifi e sigilli nella scritta curvilinea e parzialmente ideografica degli Adici. Dopo quell’apparizione la curiosità dei maghi ebbe il sopravvento e il mormorio cessò.

Samaele salutò con cortesia, ringraziando tutto l’Ordine del Gran Calice azzurro dell’onore concessogli e iniziò a parlare della civiltà scomparsa in quella regione del mondo conosciuta come Terre Perdute.

Iniziò con un breve discorso introduttivo sulle, poche, conoscenze storiche che si avevano di quell’antica civiltà prima della fine della Terza Éra, quando la dinastia adica degli Alopaiti entrò in conflitto con gli Acalici, che avevano sobillato gli Automi sotto il dominio degli Adici a ribellarsi, conducendo la civiltà adica verso la fine del suo dominio sul Mare di mezzo.

L’uso dei sigilli adici raccolti nel Grimorio apparteneva infatti ad ère precedenti alla Terza. Essi erano stati per lo più trovati nelle tombe degli antichi faraoni, dove servivano come inneschi per trappole.

Samaele descrisse con ordine il complesso e non sempre chiaro rapporto che quelle composizioni avevano con diversi spiriti del Mondo del sogno e delle Sfere di fuori e di come questo rapporto potesse essere modificato da un oniromante esperto. Parlò poi delle diverse forme alfabetiche presenti nel Grimorio e di come esse potevano essere usate per le composizioni dei sigilli e dei materiali più comuni per la preparazione dei sigilli stessi.

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Le spiegazioni andarono avanti per quasi oltre due ore. Mentre Samaele spiegava, Marzio cambiava le immagini da proiettare, che rappresentavano prevalentemente copie dei sigilli e sinossi alfabetiche.

Alla fine il mago dei nodi si sentiva un po’ frastornato e, congedatosi con il dovuto garbo, corse alla sua camera, riempì una bacinella d’acqua e vi immerse la faccia.

Quando Marzio, dopo una mezz’ora, lo raggiunse, lo trovò intento a ordinare i vari strumenti che facevano parte del suo normale equipaggiamento nelle due scarselle che portava.

“I miei confratelli non avevano mai assistito a uno spettacolo simile. Chi non è fuggito subito ne è rimasto impressionato” disse il mago azzurro, che ora indossava un farsetto e una giornea bruni, con un copricapo tubolare che gli scendeva sulla spalla.

“Positivamente, spero” disse Samaele, chiudendo le varie sacche di cuoio brunito attaccate alla cintura. “Ti chiedo scusa per la tenuta da mago dei Nodi, ma, come ho spiegato anche a loro, questo lavoro è stato possibile solo grazie ai miei fratelli e non sarebbe stato giusto fare altrimenti”.

Marzio fece un gesto come per scacciare una mosca.

“Non mi riferivo a questo. La cosa non ha fatto piacere a molti, ma personalmente non mi interessa. Parlavo di come hai fatto quella specie di lezione, che è stata molto… strana” concluse, non trovando la parola adeguata.

Samaele rise.

“Sì, personalmente avrei voluto fare qualcosa di più pratico e meno teorico, ma visto il relativo poco tempo che ho a disposizione e la quantità di persone che avevo ad assistere, ho dovuto improvvisare” prese la brocca e versò dell’acqua in una tazza. “Accidenti, ho ancora la gola secca!”.

“Hai sempre sofferto di una certa logorrea, amico. Dovresti essere abituato alle sue conseguenze”.

Samaele non rispose, ma prese un pitale da sotto il mobile per la toeletta, lo stesso che sorreggeva la brocca e la bacinella.

“Ti aspetto giù” disse Marzio, lasciando l’amico ai suoi bisogni. Il mago azzurro, un tempo mago dei nodi, scese le scale e si appoggiò alla panca nella sala comune. Seduto accanto a lui c’era il capitano Bogatir avvolto in un’ampia sopraveste con maniche detta roba, con la testa coperta da una via di mezzo tra un turbante e un cappello detta capperone. Con le mani arrotolava e srotolava un lembo di tessuto che dal copricapo scendeva lungo la spalla. Era un gesto calmo, ma che agli occhi di Marzio tradiva un certo nervosismo.

“Finalmente saprete dove vado dopo il coprifuoco, capitano” fece Marzio per rompere il silenzio.

Bogatir lasciò perdere il lembo del cappello e iniziò a tamburellare lentamente sul tavolo.

“Volete che non lo sappia? Ancora non ho capito che ci abbia trovato Eponia in voi, ma devo dirvi che qualche pretendente deluso potrebbe giocarvi una brutta sorpresa”.

Marzio sorrise.

“Avanti, capitano, siete un uomo intelligente. Credete davvero che vi avrei chiesto di seguirmi in queste circostante solo per incontrare la mia fidanzata?”.

Bogatir scostò un lembo della roba, mostrando un falcione.

“Per questo prendo sempre le dovute precauzioni”.

Il sorriso di Marzio si trasformò in una sommessa risata.

“Amico mio, non offendetevi, ma in questo frangente siete voi ad essere al sicuro accanto a noi e non viceversa”.

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Il capitano della guarnigione masticò saliva alla ricerca di una qualche espressione nel limite del rispettoso per dire al mago azzurro che doveva smetterla di blaterare idiozie, ma non fece in tempo a trovarla che Samaele discese le scale.

Il mago dei nodi indossava la stessa tenuta con cui aveva presenziato alla lezione, ma aveva aggiunto un’altra scarsella e aveva appeso alla cinghia una lanterna ad occhio di bue. Era poi avvolto in una specie di corto mantello a mezza ruota.

“Dobbiamo attraversare la città, non la Foresta Fangosa” lo rimproverò Marzio, notando che Samaele aveva anche fissato il copricapo di feltro a quello circolare di vimini.

“Per parafrasare il nostro stimato ufficiale, che saluto” rispose Samaele, facendo un largo gesto con l’ingombrante copricapo, corrisposto dall’alzata di mano del capitano “Sempre meglio essere pronti ad ogni evenienza”.

Marzio fece un gesto oscillatorio con la mano aperta.

“Ah, fate come volete … E lui che c’entra?”.

Dalle scale era sceso anche Pavel, coperto da una pesante giornea.

“L’hai detto tu di prendere provvedimenti, fratello” disse Samaele, avviandosi verso l’uscita. “E io ho preso i provvedimenti”.

“Non voglio responsabilità in questo” disse il mago azzurro con durezza.

Samaele, già fuori, si allacciò la cuffia cucita all’interno del cappello sotto il mento.

“Rispondi tu per Pavel?” chiese con noncuranza.

“No”.

“Allora non ci sono problemi. Be’, avanti, non tergiversiamo … Accidenti com’è umido!”.

Il mago dei nodi accese la lanterna inserendovi qualcosa dentro. La lampada proiettò nel buio un fascio di luce di intensità notevole, viste le dimensioni della fonte.

I quattro, guidati da Marzio, si avviarono verso il fiume, poi s’incamminarono lungo l’argine verso Sud, finché non trovarono un ponte di legno che attraversarono. Per un po’ percorsero una delle vie principali della sponda occidentale, che era lastricata e illuminata da sparute lanterne.

“Un guaritore, un ragazzino e un mago del Sud. Mi auguro che sappiate difendervi bene, mastro Samaele, perché per il vostro amico non garantisco” grugnì Bogatir.

A un certo punto Marzio deviò per una strada sterrata che, se un carro l’avesse percorsa, la persona che camminava nella direzione opposta avrebbe dovuto schiacciarsi contro la parete.

A metà della via, Samaele si voltò di scatto verso uno dei tetti delle case. Pavel, chiaramente intimorito dalla situazione, gli si appiccicò al fianco, mentre Bogatir mise mano alla spada.

“Avete sentito qualcosa?” mormorò il capitano. Ma il mago dei nodi sorrise, scambiando con Marzio uno sguardo complice.

“Hai amici interessanti, Anatra. Molto interessanti” commentò Samaele.

“Qualcuno mi vuole dire qualcosa?” ringhiò il capitano.

“A tempo debito, amico mio, a tempo debito” disse Marzio.

Il gruppetto continuò a camminare sotto la guida del mago azzurro.

“Maestro Samaele” sussurrò Pavel.

“Che c’è?”.

“Di che si tratta? Non me lo potete dire?”.

“A tempo debito, fratellino. A tempo debito”.

“Sono pericolosi, questi vostri amici?”.

“Direi di no”.

“Be’” aggiunse Marzio con malizia “diciamo che, al contrario di Samaele, è meglio non provare a provocarli”.

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Immagine di Cecilia Polce

Percorsero il viottolo fino a sbucare su una via più grande, comunque sterrata.

“Ecco la nostra destinazione!” disse Marzio, indicando l’insegna di una locanda che riportava un grifone e un luccio.

Bogatir mugugnò qualcosa che Samaele trovò del tutto dimenticabile, mentre Marzio, che non lo sentì, valicava la porta.

“Signori, benvenuti a il Luccio e il Grifone, la più accogliente osteria di tutta la sponda occidentale del fiume Reto” disse Marzio, con un entusiasmo che sorprese Samaele.

“Anche l’unica” fece Bogatir dietro i due maghi.

Il capitano si avvicinò a Marzio, chiedendogli per l’ennesima volta cosa fossero venuti a fare in quel posto. Samaele si tolse il cappello.

“Il posto non è malaccio” notò il mago dei nodi, parlando a Pavel. “Ci sei mai stato?” .

Il ragazzo scosse la testa imbarazzato.

“Se fossi entrato in un posto del genere, i maestri anziani mi avrebbero scorticato vivo!” disse, e parlava sul serio.

La grande sala era rischiarata dal fuoco di un ampio braciere al centro della stanza. Alle pareti erano appesi diversi trofei di pesca e caccia, tra cui spiccava la testa di un gigantesco luccio che, con tutto il corpo, avrebbe raggiunto senza problemi i dieci piedi.

Vista l’ora tarda, gli avventori che frequentavano l’osteria non superavano la mezza dozzina. L’attenzione dell’occhio veniva tuttavia catturata da una giovane donna dal volto gioviale e il seno prosperoso, decisamente bene in salute, che ancheggiava sorridente verso Marzio, facendo oscillare le lunghe trecce color rame.

“Benvenuti, a il Luccio e il Grifone, la più…” esordì la donna, ma venne interrotta da Bogatir. “Grazie, Eponia” disse il capitano, portando la mano al copricapo per salutare. “Il nostro comune amico ha già fatto le presentazioni”.

Capendo che il capitano non voleva dare troppo nell’occhio, la donna si chinò leggermente per salutarlo. Poi, vedendo Samaele e Pavel, mise le mani sui fianchi, facendo intravedere attraverso la veste le curve del suo corpo, e rimproverò Marzio con fare scherzoso.

“Tesoro caro, sei proprio un villano!” disse, mostrando un sorriso di denti bianchissimi sotto labbra rosa “Non mi presenti i tuoi amici? E questo giovanotto affascinante chi è?” chiese infine, rivolta a Pavel, che la guardava incantato.

“Io sono Samaele Lontrastuta, maestro dei nodi presso la torre di Antilla” si presentò Samaele, accennando un baciamano. “Molto onorato e incantato, signorina Eponia. Costui invece” Samaele diede col cappello un colpetto a Pavel, tentando invano di destarlo “è il giovane Pavel, allievo presso l’Accademia dell’Ordine del Gran Calice azzurro di Sizara, posto alle mie attendenze”.

“Onorato, signorina Eponia” fece eco Pavel, scosso da un colpetto un po’ più forte.

“A parte Marzio non avevo mai conosciuto un mago dei nodi, maestro Samaele” chiocciò Eponia. “Siete tutti così cavallereschi?”.

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Samaele tendeva a mantenere un discreto controllo sulle proprie espressioni, ma Marzio notò un certo rossore sul suo volto.

“Vi ringrazio, gentile Eponia. La cortesia ce la impone il nostro Codice”.

La locandiera fece oscillare i fianchi guardando Marzio con complicità. Sul volto di Marzio si era stampata un’espressione di gioia infantile.

“E tu perché non mi hai detto che il tuo amico era così interessante, Marzio? Ma prego, prendete posto. Vi ho riservato un tavolo vicino al fuoco, ma appartato e per l’occasione vi ho anche preparato una cena da re”.

“Troppa premura per questi ospiti” ringraziò Samaele.

La locandiera accompagnò gli ospiti in una nicchia della sala ben al riparo dagli sguardi degli altri avventori, poi andò a prendere la cena.

“Che ti succede, Pavel? Non si vedono molte ragazze da queste parti?” chiese il mago dei nodi una volta seduto, vedendo che il ragazzo aveva ancora lo sguardo fisso nel vuoto e la bocca semiaperta.

“L’Ordine azzurro è solo maschile” lo istruì Marzio. “Non credo che il nostro amico abbia visto molte donne”.

“Lo immaginavo” sbuffò Samaele disapprovando.

Passò qualche minuto, poi Bogatir spazientito disse la sua: “Anche dalle vostre parti, maestro Samaele, non devono girare molte donne, visto che vi è bastato un bell’ancheggiare di fianchi per sciogliervi in un brodo di giuggiole”.

“Vi sbagliate, Bogatir” intervenne Marzio. “Il mio amico è sempre un perfetto gentiluomo. Com’è che diciamo noi Maghi dei nodi … ah, ci sono: essenziali nel bosco come in una corte”.

“Passabili in una corte, ma indispensabili in una foresta” lo corresse Samaele.

“Vabe’, il senso era quello”.

“State attento, Samaele” si sentì comunque di dire Bogatir. “Il fondo del fiume Reto è pieno degli uomini a cui la bella Eponia ha negato il suo amore, come dice quell’orrido madrigale. Va’ a sapere chi l’ha scritto…”.

Sentendosi chiamata in causa, la padrona de il Luccio e il Grifone si avvicinò al tavolo.

“Ma me l’hai scritta tu, amore mio!” disse rivolta a Marzio. “Non so come vale come guaritore, ma è un vero mago con la ghironda. Senti, perché non lasci quell’accademia di vecchi grinzosi e non vieni a darmi una mano qui? Sai quanti clienti verrebbero, con te a suonare?”.

“O quanti scapperebbero!” disse lui di risposta.

Essendo figlio di un liutaio, Marzio aveva sempre avuto una buona dimestichezza con gli strumenti musicali, specie quelli a corda, ma non poteva certo dirsi un buon musicista. Gli strumenti che usava erano sempre di qualità infima, dato che il padre destinava i migliori alla vendita, e non si poteva certo pretendere dalle sue dita tozze e il suo atteggiamento dilettantesco verso l’arte musicale un’esecuzione impeccabile. Gli mancavano infatti la dedizione verso lo studio della musica e la premura verso lo strumento. Finché si trattava di strimpellare le semplici canzoni monodiche tipiche dei villaggi surranici, tuttavia,  non c’era problema se il liuto o l’arpa avevano le corde troppo o troppo poco tirate. La sua partecipazione ai canti intorno al fuoco era sempre gradita e apprezzata.

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Un giorno però, nessuno sa dire perché o come, l’allora mago dei nodi si trovò tra le mani uno strumento di fattura e difficoltà di esecuzione decisamente maggiore rispetto a un liuto o un’arpa. La ghironda, nata per gestire i canti polifonici dei sacerdoti di Zarateo e poi perfezionata dai trovatori e i musici itineranti, richiedeva una capacità di esecuzione e una passione che Marzio allora decisamente non aveva. Intonare il canto più semplice divenne praticamente impossibile con il sottofondo di quello che sembrava l’assordante e continuo lamento di un gatto, intervallato ogni tanto da note fuori tempo.

La follia della ghironda comunque era durata poco e Samaele si chiedeva se Eponia tessesse le lodi del suo amato perché accecata dall’amore o per via di quel suo atteggiamento estremamente cordiale, quasi adulatorio, che di sicuro contribuiva a garantirgli una clientela maschile ben affezionata.

“Che vi porto da bere?” chiese, dopo aver detto qualcosa che Samaele, preso dai suoi pensieri, non aveva colto.

“Tre pinte di quella birra bruna che mi fa impazzire” ordinò Marzio.

“Quattro pinte” disse Pavel.

“Non ci provare!” lo censurò Samaele.

Il mago di Antilla, che era solito non disdegnare un bicchiere di cervisia durante le feste comandate, aveva sentito parlare dell’alta gradazione alcolica della birra locale e non aveva intenzione di testare la sua resistenza all’alcol proprio quella sera.

Quando Samaele chiese ad Eponia se si poteva avere dell’acqua, magari con aggiunta di limone, Marzio iniziò a ridere in modo stridente e fastidioso.

“Se vuoi passare il resto della serata in una latrina, accomodati pure, Lontra!” sghignazzò, seguito a ruota da Bogatir.

“Facciamo così” intervenne Eponia “vi porto un quarto di birra e tre quarti d’acqua”.

“Siete davvero un’ospite eccellente, Eponia”.

“Andateci piano, che mi fate arrossire!”.

La donna si allontanò, ma venne presto sostituita da due garzoni, che portarono un vassoio con carne scelta alla brace e uno con pane e formaggio. Quando i due se ne furono andati, la donna ritornò tenendo magistralmente in mano i quattro boccali.

“Abbiate un po’di pazienza, signori, ma gli ultimi avventori se ne stanno andando. Finisco di sistemare di là, congedo i garzoni e poi sono tutta per voi” disse, allontandosi di nuovo.

Samaele aveva una certa fame e, benché fosse poco abituato a vedere tanta carne tutta insieme, iniziò a mangiare con gusto, seguito dai suoi compagni, a parte Pavel.

“Posso sapere che è quella faccia lunga?” chiese il mago dei nodi.

“Perché mi avete ordinato una birra annacquata? Fa schifo come il piscio!”.

“Quella lingua andrebbe inchiodata al tavolo” fu la risposta istintiva di Bogatir, che era ben abituato ai capricci dei suoi figli.

Samaele rispose con calma: “Perché sei giovane per bere birra. Il tuo fegato non ne reggerebbe una così grande quantità. Sbaglio Marzio?”.

“E voi che ne sapete del mio fegato?” rimbrottò il ragazzo, senza dare a Marzio il tempo di confermare.

Samaele guardò Pavel fisso negli occhi.

“Ascoltami bene, se non ti piace come vanno le cose qui, ti alzi e te ne vai senza problemi. Se no resti e fai come diciamo noi, sono stato chiaro?”.

Il ragazzo abbassò lo sguardo verso il piatto e annuì.

“Ci mancava pure da fare le bambinaie, qui!” borbottò Bogatir, buttando nel piatto un osso spolpato.

Dopo breve tempo tornò la bella locandiera.

“Come andiamo, graditi ospiti?” chiese.

“Tutto eccellente, grazie” disse Bogatir, a cui la buona mangiata era riuscita ad instillargli un po’ di buon umore.

La locandiera si sedette vicino a Marzio, sul cui viso si disegnò di nuovo un’espressione di gioia infantile, quasi ebete.

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I due iniziarono a strofinarsi il naso e a sorridere, rimanendo appiccicati, mentre Bogatir, che gli era seduto accanto, girò la testa non tollerando la sdolcineria.

Samaele finì di bere la mistura di birra e acqua, che non gli piacque né dispiacque. Pavel, anche lui su di morale dopo il pasto, si incupì di nuovo, forse per via della digestione, per l’ora tarda a cui non era abituato e probabilmente anche per la scena dei due piccioncini innamorati, la quale doveva infastidirlo non poco, perché disse: “Il Primo Maestro lo sa che siete in concupiscenza con una donna, Tirocinante Anziano?”.

Marzio si distaccò da Eponia, che guardava il ragazzo con un sorriso accennato. Il mago azzurro divenne paonazzo in viso, poi il suo volto si contrasse come per esplodere e infine esplose davvero in una sonora risata. Eponia, con molto più contegno, finì di scoprire la magnifica chiostra di denti bianchi.

La cosa andò avanti per qualche minuto. Con disapprovazione di Bogatir, che scambiò con Samaele una smorfia obliqua, Marzio continuava a ridere sguaiatamente, dicendo frasi sconnesse.

“Concupi… Hahahahahaha…. Scienza dei conchi? Hahahaha … Be’, certo che il Primo Maestro ha scienza della mia concupiscenza, lui è un pozzo di scienza. Hahahaha”.

“Non avetene a male, signori” disse Samaele serio al capitano e a Pavel. “Una buona mangiata, una bella ragazza e una pinta di birra fanno di Marzio quello che vedete ora”.

“E dài, non dire che non era carina!” gridò Marzio, continuando a ridere. “Ebbene sì, lo ammetto, sono una scienza cupa … hahaha … ho tutta la cupa scienza di questa donna. Anzi, adesso faccio una dichiarazione pubblica a tutti quanti…”.

“E dài, amore, smettila!” disse con ferma dolcezza Eponia, pur sapendo che non sarebbe servito a niente. Samaele pensò che la donna doveva essersi innamorata proprio di questo lato di Marzio. Il mago azzurro, un tempo mago dei nodi, era molto lento a sciogliersi, ma una volta sciolto era meglio correre molto, ma molto lontano.

“Eponia, amore mio, mia … mia cupa scienza … davanti a questi due stoccafissi e a questo moccioso musone, contro il mio interesse ti dichiaro: sono pazzo di te e della tua birra. Forse perché siete tutte e due rosse hahaha!”.

“La birra che ti faceva impazzire era bruna” sentenziò Samaele con voce roca e bassa.

“Caro, devo per caso ingelosirmi?” chiese Eponia, divertendosi al gioco.

“No, tu no. La birra, forse. Ma tanto ormai è finita…”.

Vedendo che Marzio continuava a schernirlo senza però degnarlo di attenzione, Pavel sussurrò rancoroso a Samaele: “Però non ha risposto alla mia domanda!”.

“Ti ha risposto, invece” disse Samaele. “Non gli interessa niente di quello che sa o non sa il Primo Maestro riguardo alla sua relazione”.

Marzio rise ancora, singhiozzò, si strozzò con la saliva, tossì e si placò, continuando comunque a ridacchiare sommessamente, guardando fisso Eponia, che ricambiava.

“E viste le circostanze” concluse il mago dei nodi “credo che neanche al Primo Maestro interessi qualcosa”.

“E voi, maestro Samaele” chiese Eponia, distaccandosi da Marzio. “Siete in … cupa scienza con qualcuna?”.

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Il mago, chiamato in causa, si chinò leggermente.

“In concupiscenza, dite? Se ho una donna? No, al momento no”.

“Oh, alla vostra età un bell’uomo galante come voi non dovrebbe aver problemi a trovare una degna compagna”.

“Vorrei che fosse così semplice. Quando non sono impegnato a lavorare con la mia famiglia, lo sono alla Torre dei Nodi e quando non sono alla Torre, sono in giro per affari, come adesso…”.

“Ma quali affari e affari!” intervenne Marzio. “È che non si è ancora ripreso dalla cantonata che gli ha tirato quella… Mortella … Mirta… Come accidenti si chiamava?”.

“Mirtna” rispose Samaele, facendo un otto con il grasso colato sul tavolo. “Si chiama Mirtna”.

“Eravate carini insieme, fratello, ma non poteva durare. Lei era una donna dei boschi e tu un erudito mago. Siete durati anche troppo”.

“Verto ci si è sposato con Sethra. Ora lei aspetta un bambino” notò Samaele.

“Sono due cose totalmente diverse” controbatté Marzio, con voce più bassa. “Verto è più un uomo dei boschi che un figlio di Zarateo e Sethra è più una figlia di Zarateo che una donna dei boschi”.

“Sì, di sicuro hai ragione”.

“E senti, invece quella rossa di cui mi scrivevi … la cavaliera di Fios?”.

“Gea di Valtagliata? Non te ne sfugge una!”. In realtà gliene erano sfuggite un paio, ma Samaele trovò saggio non puntualizzare. “Abbiamo collaborato per alcune cose…”.

“Eh, chissà che cose…”.

“E fallo finire!” lo rimproverò Eponia.

“E poi sei tu che impazzisci per le rosse” concluse Samaele.

“Mah, da come ne scrivevi, mi sembravi un po’ ammaliato anche tu… Vabe’, se non ne vuoi parlare, non ne parliamo”.

Grazie all’Uno, Marzio esaurì la sua vena euforica in poco tempo e la compagna ne approfittò per fare qualche domanda a Bogatir su come stessero sua moglie e i figli. Lui rispose, ringraziandola per l’interessamento, che la moglie si era ripresa da poco da una brutta febbre che, a quanto sosteneva Marzio, doveva esserle stata trasmessa dalla figlia più piccola, anche lei guarita grazie ai rimedi del mago azzurro. Per il figlio più grande invece erano cominciati i problemi. L’aveva mandato a bottega da un vasaio, ma aveva piantato non si era capito bene che grana ed era tornato a casa. Ora aveva preso un accordo con un tessitore, ma il ragazzo non sembrava per nulla concorde e ogni scusa era buona per protestare e fare capricci che neanche quando era piccolo faceva.

“Mandatelo con Lontra” suggerì Marzio. “Per lui mettere in riga ragazzi pestiferi è come respirare. Guardate che è riuscito a fare con uno come Pavel in meno di due giorni e immaginate che riuscirebbe a fare con vostro figlio, che in fondo è un bravo ragazzo”.

Samaele poggiò istintivamente la mano sulla spalla di Pavel, di cui poteva sentire i denti digrignare.

“Questa te la potevi risparmiare!” ringhiò, guardando Marzio in cagnesco.

“Senti, amore” disse Eponia per alleggerire l’atmosfera “perché non gli fai sentire come sei diventato bravo?”.

La donna tirò fuori da una cassapanca il malaugurato strumento, che era costituito da una cassa armonica lungo la quale erano tese delle corde. Al centro della cassa armonica si trovava una specie di tastiera e alla fine, tra due ponticelli, si trovava un rullo messo in moto da una manovella.

“Dài, che non c’è nessuno” lo incoraggiò, poggiando la ghironda sul tavolo.

“Ma sì, forza!” disse Marzio, iniziando a ruotare la manovella.

Dallo strumento iniziò ad uscire una vibrazione penetrante e continua, poi le dita tozze della mano sinistra composero agilmente i primi accordi.

Tu regina delle gemme. Te la ricordi?” chiese il musicista.

Samaele arretrò con la sedia, mettendo il cappello tra le ginocchia e il tavolo.

“La cantiamo ogni primavera” confermò. “Non saremo un po’ fuori stagione?”.

“Con te è sempre primavera” sentenziò Marzio, rivolto ad Eponia.

Il mago dei nodi prese a battere con la mano sul cappello un ritmo veloce, seguendo Marzio, che eseguiva un’introduzione. Poi, una volta sincronizzati, i due iniziarono a cantare un madrigale festoso nel dialetto cantilenante e aperto delle terre meridionali.

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Marzio e Samaele avevano l’aria di divertirsi un sacco e anche Eponia rideva nel sentirli cantare. Il mago azzurro aveva un tono alto e squillante, mentre Samaele, con una voce più bassa e leggermente roca, alle volte faceva fatica a seguirlo nelle note più alte, stonando vistosamente.

Pavel, ormai stanco, mal sopportava il suono assordante di quello strumento e il canto sguaiato dei due, così come Bogatir, che si chiedeva perché ingegnarsi tanto per uno strumento che alla fine faceva lo stesso suono di una cornamusa. Ma quello che disturbava il capitano oltre misura era con quale criterio quei due avessero deciso di mettersi a fare tutto quel baccano infernale, quando quello che avrebbero dovuto fare era così segreto che neanche lui ancora sapeva di cosa si trattasse.

Il canto, poi, non era una delle scelte più azzeccate per l’occasione. Era un madrigale ballabile, di quelli che si suonano nelle feste di paese. In particolare quel canto era dedicato a una festa primaverile e tesseva le lodi di quella regina che portava le prime gemme sugli alberi, cioè la primavera. Ad ogni modo per nulla adatto a una sera di autunno quasi prossimo all’inverno.

“Siete troppo divertenti!” disse Eponia alla fine della suonata. Bogatir grugnì, mentre Pavel emise un lamento sommesso.

“Accidenti se sei diventato bravo, Marzio. Ma dove lo trovi il tempo per esercitarti?” chiese Samaele.

“Non è questione di esercitarsi, quanto di trovare una musa ispiratrice” rispose Marzio, sfiorando le labbra di Eponia con le sue.

Samaele batté un paio di volte le nocche sul cappello per attirare l’attenzione.

“Anche io sono migliorato, sai?” disse, tirando fuori da una sacca due cilindri di legno con un orlo di metallo.

Il mago dei nodi giunse i due orli metallici, componendo così un flauto.

“Vediamo invece se ti ricordi questa”.

Portò il flauto alla bocca e intonò una melodia dalle note dolci e sommesse. Ne fece una strofa, poi Marzio attaccò.

Era una sorta di ninnananna, un canto gentile che descriveva una collina dove i sogni attendevano di essere raggiunti dai sognatori. La canzone diceva di attendere il momento di addormentarsi, contando le gocce di pioggia se pioveva o le ombre delle foglie, fino a che il guardiano della collina non avrebbe aperto le porte del sonno. Pavel sbadigliò e, appoggiati i gomiti sul tavolo, si sorreggeva la testa con le mani.

“Che bella!” commentò infine la fedele Eponia. “Questa non la conoscevo proprio. Amore, se avremo dei figli, promettimi che gliela canterai ogni notte”.

“Senz’altro, amore mio” rispose lui, baciandole la mano.

Eponia sorrise con dolcezza, poi divenne seria, si alzò e disse: “Penso sia ora”.

“Vai a chiamare i nostri amici” disse Marzio.

Eponia sparì di nuovo. Bogatir grugnì: “E adesso che succederà? arriverà uno stuolo di gnomi e driadi che si metteranno a ballare sul tavolo?”.

“Be’” rispose Marzio, dondolando la testa “non proprio”.

Pavel rimase nella sua posizione. Bogatir invece si rivolse a Marzio con voce rancorosa: “Voi due siete pazzi! A quest’ora potevo stare a casa, con mia moglie e i miei figli che… OH PESTE!”.

Bogatir fece uno scatto all’indietro talmente repentino che con la sua mole ruppe la sedia, andando a finire seduto per terra. Pavel rimase a lungo con gli occhi sgranati, prendendo un respiro talmente profondo che Marzio pensò che avrebbe dovuto rianimarlo.

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FEDERICO DE FAZI