Dove passa la giustizia: Federico Aldrovandi

di MARCO DE LUCA ♦

Esaminare le vicende giudiziarie del caso Aldrovandi, qui non è importante.
Non importa che la pena, prima di 3 anni e 6 mesi, confermata nei tre gradi di giudizio, sia stata abbreviata a 6 mesi grazie all’indulto. Non importa che la pena pecuniaria, di quasi due milioni di euro, sia stata ridotta diverse volte fino alla recente sentenza della Corte dei Conti d’appello che l’ha portata a 150.000 euro. Non importa, perché qui il discorso è un altro.
La giustizia, secondo me, si fa in vari modi. Non si fa solo con le sentenze, ma si fa anche quando i responsabili vengono riconosciuti da tutti, isolati, stigmatizzati. I colpevoli pagano anche al di fuori delle aule di giustizia, e pagano con gli interessi, grazie a quei processi popolari, i processi “mediatici” di cui oggi si fa un gran parlare. A volte pagano in anticipo, quando ancora nessuna pena è stata emessa. Non so se sia giusto o meno, ma so che è normale. Da che mondo e mondo, l’opinione pubblica ha sempre partecipato (schierandosi o dividendosi) alla ricerca della verità. Che spesso lo faccia in maniera frettolosa, prevenuta, disinformata, è vero; ma rimane un suo diritto. Ed è un diritto prezioso, senza il quale saremmo più indifesi. Nel libro che ha scritto sulla sua battaglia legale per la morte del figlio, anche Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, riconosce l’importanza che ha avuto la diffusione della notizia, la condivisione della rabbia. Non si può immaginare come sarebbe andato il processo senza quello sdegno collettivo; ma è certo che Patrizia non avrebbe avuto la stessa forza e determinazione ad andare avanti.
Non so se credere che, quando un caso diventa mediatico, ne risenta l’attendibilità dei processi. Credo che casi come quello di Federico finiscano per interpretare un bisogno sociale, collettivo. Non è più il torto subito da pochi, ma la chiarezza desiderata da (quasi) tutti, ed è necessario che le fonti di informazione si facciano interpreti di questo bisogno.
Tuttavia, sembra ci sia una certa insofferenza, nel momento in cui certi casi passano al vaglio dei media. “Le sentenze si fanno nei tribunali, non sui giornali”, tuonava Renzi ad aprile 2016. Sarebbe stato meglio precisare: le sentenze giudiziarie. Perché di sentenze ce ne sono molte: alcune si fanno in tribunale, altre si fanno nelle cabine elettorali, molte altre si formano nelle nostre menti, e altre ancora si fanno sui giornali. E tutte si influenzano tra loro.
Non è un caso se si è usato definire i media come “quarto potere”. Oggi però questo potere subisce un’ondata di sfiducia, anche da parte dell’opinione pubblica. C’è grande ostilità verso i giornalisti: tutt’altro che ambasciatori di verità, vengono considerati catalizzatori di menzogne, pieni di ipocrisia e di tutte le peggiori colpe del mondo. Le teorie complottistiche vedono i giornali, in combutta con le alte sfere del potere, tramare alle spalle del “popolo”, che dalla notte dei tempi teme che qualcuno lo voglia ingannare. E forse fa bene, forse qualcuno vuole ingannarlo veramente, magari nascosto nella redazione di qualche giornale. Ma non per questo si può negare la necessità del giornalismo in toto.
Il quarto potere è l’intermediario tra i vertici e la base e tra ogni altro punto della società, ed è il più vicino al popolo. Io ci credo ancora. Temerlo perché la sua influenza è grande è comprensibile, ma non dobbiamo demonizzarlo. La più inutile delle critiche è quella alla mancanza di oggettività: se i giornalisti non sono oggettivi è perché gli uomini non lo sono. In un modo o nell’altro, qualsiasi persona condiziona i contenuti che diffonde. Questo vale tanto più oggi, sommersi come siamo da notizie brevissime e da titoli fatti per attirare-click. Stringendo, semplificando, si perde la visione d’insieme dei fatti, e si finisce sempre per essere indirizzati verso un’opinione piuttosto che un’altra.
Secondo me la giustizia passa anche attraverso i giornali, e grazie ad essi impariamo a farla passare attraverso di noi. Non sempre la giustizia popolare o quella mediatica hanno ragione, ma lo stesso vale per quella giudiziaria. Perché la giustizia dei tribunali è complicata, spesso è frutto di compromessi, si basa su un qualcosa che pretende di essere verità ma più precisamente si definisce “verità processuale”, a dimostrazione che le due non corrispondono. Perciò non importano le pene scontate dai tribunali, non importa se i colpevoli tornano in servizio, non importa se ricorrono alla menzogna, alla diffamazione. Non importa nemmeno se non pagano, o se pagano poco.
In effetti, i colpevoli della morte di Federico hanno pagato molto, e pagano tutt’ora. Forse la giustizia può passare per vie diverse. Loro sono condannati per sempre alla propria pena, scontano tutti i giorni la propria colpa: la colpa di essere chi sono, e la pena che tutti lo sappiano.

MARCO DE LUCA