IL RIMEDIO – 5. Il Grimorio

di FEDERICO DE FAZI 

5 – Il Grimorio

“Allora, che impressione ti ha fatto il vecchio?”.

Marzio era venuto a prenderlo nella foresteria e gli aveva proposto una passeggiata lungo l’argine del fiume in attesa che il pranzo fosse pronto.

“Buona, a dire la verità. Ha molta stima di te, sai?”.

“Lo so, ma è meglio non darlo troppo a vedere. La gelosia e l’invidia qui sono malattie endemiche”.

“Immagino. Però c’è una cosa che non mi ha convinto”.

“Dimmi”.

Alle loro spalle si ergeva il gigantesco giardino d’inverno e davanti a loro vi erano alcune barche con la chiglia piatta in secca.

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“Vedi, amico, per usare il gergo che voi amate, vi sono rimedi che se assunti fanno miracoli, come l’essenza delle foglie d’olivo, che purifica il sangue, regola la pressione e rinfranca la mente. Potremmo definirla una panacea in senso vero e proprio. Ma poi ci sono altri rimedi, come il mercurio, che è eccellente contro certi mali legati alle malattie del vizio, ma sarebbe meglio darlo a persone che non vivranno ancora molti anni, altrimenti si rischia di diventare come il nostro Duca di Mittransia e re di Betenia, che è chiamato dai suoi sudditi ancora Lungaspada, ma da tutti gli altri è detto il Folle”.

“Che vorresti dire, Lontra? Pensi che la fiducia che il Primo Maestro nutre per te sia mal riposta?”.

“Spesso guaritori e malati danno a un rimedio qualità che il rimedio non possiede o pensano a torto che, perché possa curare un male grave, possa essere usato per un male meno grave, ma analogo”.

Marzio si spazientì.

“Senti, amico, parlare per enigmi ti è sempre piaciuto, ma te lo chiedo per favore: sii più chiaro”.

“Mi riferisco a Pavel. Palavici non me lo ha detto chiaramente, ma ha dato ad intendere che abbia acconsentito a metterlo alle mie attendenze nella speranza che possa fare qualcosa per lui”.

Marzio guardò l’amico. Aveva una strana espressione sognante.

“E puoi farlo?”.

“Non con il poco tempo a mia disposizione e non con tutte le mie energie spese a dare la caccia a un pericoloso bandito e a spiegare ai tuoi confratelli l’uso del mio grimorio”.

Marzio guardò le reti da pesca stese ad asciugare tra una barca e l’altra.

“Vengo qui quando voglio pensare ad Antilla. Lo so, mare e fiume sono due cose completamente diverse, ma bisogna sapersi accontentare”.

Samaele guardò Marzio divertito.

“Non ti facevo un nostalgico”.

“Non lo sono. Ma ci sono cose della vita di prima che mi mancano. Sono cose stupide, come l’odore dei dolci all’anice o la fatica che si provava quando andavamo a raccogliere le olive. Ti ricordi che fatica e che caldo?”.

“Ricordo che dopo un po’ ti sdraiavi su una balla di fieno e rimanevi lì mentre gli altri sgobbavano”.

Marzio diede una gomitata a Samaele.

“Eh no, dài! Perché una volta mi è girata la testa. L’anno successivo ho lavorato come tutti gli altri!”.

“Ma sì, certo” disse Samaele divertito. “Era solo per stuzzicarti”.

“Ma lo sai invece cos’è che mi manca veramente?”.

Samaele, intuendo cosa stesse per dire, guardò il cielo desolato.

“Che cosa?”.

“Giocare a carte. Dillo che non hai mai trovato uno così bravo!”.

Nel villaggio di Antilla era ormai diventato leggendario il feroce agonismo con cui Marzio partecipava a ogni tipo di gare e di come desiderasse primeggiare in ogni genere di competizione che venisse fatta. Fortunatamente per tutti gli Antillani, il povero Marzio non era quello si potrebbe definire fisicamente prestante e, pertanto, alla lunga preferiva ripiegare su giochi che non facessero tanto affidamento alla velocità, alla forza o alla destrezza. Nei giochi di carte era un avversario temibile e sempre desideroso di sfidare tutto e tutti finché non avesse vinto chiunque avesse avuto davanti.

“Ricordo che avevi sempre un qualche asso nascosto nella manica della tunica” rispose di nuovo Samaele, perché in effetti i primi tempi l’amico si era dimostrato anche un abile baro.

“Tutte scuse perché non riuscivate a battermi. L’avrò fatto un paio di volte!”.

“Per forza! Se Vassaele ti avesse beccato un’altra volta si sarebbe dimenticato del Codice dei nodi e ti avrebbe… non oso pensarlo” lo schernì Samaele con fare enfatico.

 “Già, Vassaele, che tipo! A proposito, come sta?” .

“È maestro del Collegio adesso. Tutto bene, anche se resta un gran pasticcione”.

Marzio rise, ricordando di quando Vassaele aveva fatto due volte il giro del villaggio alla ricerca di non sapeva bene quale ingrediente per un incantesimo, che poi si era scoperto avere messo in tasca.

Rimasero ancora un po’ a raccontarsi delle tante avventure vissute insieme, come quella volta che si erano avventurati nelle Terre Perdute e Samaele si era guadagnato l’appellativo di Cavaliere degli incubi, o quella volta che una famosa e temibile brigantessa di Torreaguzza si era innamorata proprio di Marzio, il quale possedeva la benedizione di una capigliatura bionda, molto apprezzata dalle donne di Surransia per via della sua rarità esotica.

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Delle novità del villaggio c’era poco da dirsi. Alla sua ventesima primavera, Marzio era partito per le città dell’Est, scegliendo di coltivare la magia liberamente, mentre Samaele aveva scelto di partire per i Monti Centrali, dedicando la propria vita al Codice dei nodi per diventare maestro del suo ordine. Entrambi tuttavia si erano tenuti in stretto contatto epistolare, come era solito tra chi era partito per le città dell’Est e chi invece era rimasto a casa. Quindi Marzio sapeva bene come stavano le cose al suo villaggio e si rallegrava che nessuno, a parte qualche anziano, fosse venuto a mancare.

“Che fine ha fatto il tuo bastone? Ne eri così orgoglioso”.

“L’ho sacrificato per una buona causa. Appena avrò occasione di tornare a Bosconero me ne rifarò un altro usando il legno dello stesso faggio”.

“E posso chiederti di che cosa si trattava?”.

“Una persona era inseguita da altre persone che volevano farle del male. Ho usato il bastone e la sua magia per fermarli. Ci sono riuscito, ma ho distrutto il bastone”.

“Dovevano essere maghi molto potenti per costringerti a fare una cosa simile”.

“Uno solo di loro era un mago molto potente. Tanto potente da mettere in pericolo la mia vita e quella dei miei compagni. Ora però perdonami, ma non posso parlare ancora di questa storia, ne va della sicurezza di entrambi”.

“Capisco” sbuffò Marzio rattristato. “Questi ultimi tempi sono stati duri per tutti e abbiamo tutti dovuto accumulare i nostri segreti. Va bene così”.

Senza dirsi niente, entrambi i maghi si incamminarono sulla via del ritorno.

“Ora però bisogna concentrarci sul presente. Basta nostalgie” disse Samaele.

“Giusto. Per la presentazione del grimorio è tutto predisposto per ‘stasera al tramonto. Quanto al resto…”.

“Immagino che siano molte le cose di cui devi mettermi a parte”.

“Davvero tante cose, amico mio” disse Marzio con voce tremante. “Samaele, qualsiasi cosa tu abbia visto in Licio anni fa, quando ti sei offerto di seguirlo nel suo cammino, ormai ha lasciato il posto a una pura mostruosità”.

“Me lo hai già detto” rispose l’altro a denti stretti. “Ma devo vederlo con i miei occhi. Sono ancora convinto di poter fare qualcosa per lui”.

Con un passo incredibilmente lungo per le sue gambe, Marzio superò Samaele e si pose davanti a lui.

“Fidati di me, fratello, del Licio Donnolatriste che amavi non è rimasto nulla. Ora c’è solo Koschmar, l’Incubo, e i suoi scagnozzi. Non puoi più fare niente per lui, a parte…”.

“… cos’è che dite sempre voi maghi azzurri?” lo interruppe lui duro. “Troveremo rimedio a tutto, tranne che alla morte. Ebbene, intendo provare a trovarlo, questo rimedio”.

“Allora diamoci da fare. Hai idea di come procedere?”.

Presero una strada in salita che portava verso la foresteria. Samaele rallentò il passo, normalmente più veloce di quello dell’amico.

“Innanzitutto dobbiamo organizzare una squadra di caccia. Di quel capitano che mi ha accompagnato fino alla foresteria che mi dici? Non mi sembra il solito brigante a cui hanno dato una spada e una missiva”.

“Bogdan, detto Bogatir, dici? Sì e no. Prima di arruolarsi nella guarnigione era un capitano mittranso di nobile famiglia. Ha combattuto diverse battaglie contro i nemici del Lungaspada, quando ancora tutti lo chiamavano così. In un certo senso un soldato in guerra non è molto diverso da un brigante”.

“E che ci fa qui un valoroso soldato del Duca vivente di Mittransia?”.

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Marzio dondolò la testa.

“Ora non è più chiamato Lungaspada, no? Circa dieci anni fa la famiglia di Bogdan è caduta in disgrazia agli occhi del Duca. In termini spiccioli, li ha chiamati tutti a corte con non so bene quale pretesto, li ha fatti cospargere di sangue d’agnello, poi li ha messi in un’arena e ha liberato un gruppo di leoni di montagna digiuni da giorni”.

Samaele strinse le labbra pensieroso.

“Le voci sulle azioni di Fedor il Folle sono spesso esagerate e penso che buona parte della responsabilità sia sua. In effetti è più facile essere temuti che amati” commentò.

“Sia come sia, chi si è salvato dal massacro è stato braccato e ucciso in maniera sempre piuttosto creativa, a come dicono le nostre fonti. Solo Bogatir si è salvato, rifugiandosi a Sizara. Ora è sposato e ha una famiglia. Se qualcuno ha da perdere dall’annessione di Sizara al regno di Betenia, quello è lui”.

“Quindi ci possiamo fidare?”.

“Completamente”.

“E immagino che se c’è una cosa di cui non dovrò mai parlare con lui sia del destino della sua casata”.

“In effetti, non ne parla mai e non è molto gentile con chi ne accenna”.

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I due arrivarono alla foresteria e decisero di entrare dalla cucina. Un fiotto di vapore caldo e odoroso di cipolla li investì, mentre Nadia gridava che dovevano pazientare un po’, perché la zuppa di cavoli non era ancora pronta.

“Hai lasciato da solo Pavel nelle tue stanze?” chiese Marzio preoccupato.

“Mi ha dato la sua parola che non avrebbe toccato…”.

Marzio rise.

“È vero che noi Surransi siamo degli ingenui! Credi davvero che quel ragazzo abbia il nostro senso dell’onore?”.

“Se non lo metto alla prova non posso verificarlo” disse Samaele, salendo i gradini.

Quando i due maghi aprirono la porta, trovarono un mucchio di fogli sparsi sul pavimento. Il ragazzo era accosciato di lato al pagliericcio, con la testa poggiata sul letto. Dalla bocca socchiusa usciva un filo di bava.

“Però! Sembra quasi un bravo ragazzo quando dorme” ridacchiò Marzio, mentre Samaele sorrideva.

Marzio si chinò per vedere i fogli a terra. Ne riconobbe la semplice ma basilare opera che gettava le fondamenta dell’Ordine dei nodi.

“Ho sempre giudicato il Manuale dei nodi un’opera desueta” disse divertito, mettendo i quinterni in una pila. “Ma che fosse soporifera non me l’aspettavo proprio”.

“È una lettura appassionante” contestò Samaele, aiutando l’amico. “Ad essere soporifera è la trappola che ho messo al baule”.

La cassapanca di medie dimensioni, dove Samaele aveva riposto il suo bagaglio, era mezzo aperta e presentava due semicerchi, uno sulla parte inferiore e uno sul coperchio. Se il coperchio fosse stato chiuso, i due semicerchi avrebbero formato, con pochi glifi posti in cerchi concentrici, un invisibile sigillo adico.

Samaele pose le mani a coppa su uno dei semicerchi, guardando con l’occhio attraverso uno spiraglio fatto tra le dita. Il ragazzo doveva averlo aperto da poco, perché la linfa incantata con cui era stato fatto il sigillo brillava ancora di una lieve luminosità iridescente.

“Non male come anestetico” notò Marzio, che stava impilando i fogli. “Come funziona, rompi il sigillo e liberi qualche spirito affamato di sogni?”.

“No. È solo un’eco” rispose Samaele, notando che il ragazzo aveva abilmente scardinato il lucchetto, usando una pagliuzza per controllare che all’interno del baule non vi fossero trappole a strappo. “Chi si trova a distanza di un palmo dal sigillo viene richiamato nel Mondo del Sogno per l’istante in cui le due metà si separano. In teoria dovrebbe solo dare un senso di rilassatezza e un lieve disorientamento, ma il ragazzo era stanco e il sonno arretrato ha fatto la sua parte”.

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Marzio si piegò sui talloni come faceva quando doveva riposarsi nel bosco.

“Che cosa ne facciamo adesso?”.

“Lo svegliamo”.

Samaele si avvicinò al ragazzo e gli strinse una spalla con delicatezza. Lui aprì gli occhi.

“Che è successo?” chiese con la voce impastata dal sonno.

Una dote che Marzio di sicuro aveva e che Samaele gli aveva sempre invidiato era quella di sapere quando intervenire. Chiunque al posto suo, compreso Samaele, ora avrebbe rimproverato aspramente il ragazzo, su come avesse tradito la fiducia dell’amico e di come fosse venuto meno alla parola data e alle regole dell’ospitalità. Ma Marzio si mise in piedi e rimase in silenzio, attendendo la risposta dell’amico.

“Hai rotto un sigillo che avevo messo a protezione del mio baule”.

Pavel guardò Marzio in preda al terrore, schiacciandosi nell’angolo tra il letto e la parete.

“Non è vero!” disse il ragazzo istintivamente.

Il mago azzurro ridacchiava sommessamente, ma non disse nulla.

“Quindi il lucchetto si è aperto da solo, giusto?” arguì Samaele con espressione neutra.

Pavel biascicò un suono sconnesso guardando Marzio.

“Che patto avevamo stretto prima di lasciarci?”.

Il ragazzo non disse nulla, ma continuava a guardare Marzio.

Samaele si voltò nella direzione dello sguardo di Pavel, come per controllare se ci fosse qualcuno dietro di lui, poi guardò di nuovo avanti a sé.

“Questa faccenda è una cosa che riguarda me e te, fratellino” disse poi duro. “Cosa ci eravamo detti?”.

Marzio doveva aver fatto un cenno a Pavel, che biascicò: “Che potevo vedere uno qualsiasi dei vostri oggetti o libri”.

“C’era una condizione a questo. Ti ricordi qual era?”.

Di nuovo il silenzio. Samaele si allontanò e si sedette sulla cassapanca richiusa.

Il ragazzo sarebbe scappato via se non ci fosse stato Marzio provvidenzialmente davanti alla porta.

“Mettiti seduto, per favore. Sono un mago che parla a un altro mago e niente di più” disse Samaele.

“Questa faccenda riguarda te e il maestro Samaele, Pavel” intervenne Marzio. “Chiarisciti con lui, che io non c’entro niente”.

Il mago azzurro attese che il ragazzo si fosse seduto per uscire dalla stanza. Rimase però sulle scale.

“Voglio solo capire se hai capito, Pavel” incalzò Samaele “niente di più. Qual’era il nostro patto?”.

Il ragazzo, che ora, seduto sul pagliericcio, guardava fisso per terra, mormorò: “Che avrei potuto vedere uno qualsiasi dei vostri oggetti o libri a patto che prima ve lo chiedessi”.

“E non mi hai chiesto di vedere il contenuto di questa cassa?”.

“No”.

“Per curiosità, stavi cercando qualcosa in particolare?”.

Il ragazzo indicò uno dei fogli più vicini a lui. Samaele si chinò per raccoglierlo.

“Un diapason delle Sfere. Oggetto interessante. Conosco maghi che lo definirebbero un giocattolo, ma nelle mani giuste può fare cose mirabili, credimi”.

Finita questa frase calò il silenzio. Samaele attese qualche secondo prima di alzarsi.

“Andiamo a mangiare qualcosa” disse, richiudendo il grosso lucchetto sull’apertura della cassapanca.

“Non ho fame” sussurrò Pavel

“Non crederai mica che mi fidi a lasciarti qui da solo dopo quello che è successo? Scendi con me e cerca di mangiare qualcosa”.

I due scesero e si sedettero al tavolo insieme a Marzio. Nadia arrivò con una zuppa di cavolo, che a Samaele sembrò più una zuppa di cipolla.

Un pasto leggero agli occhi di Samaele. Probabilmente Nadia contava sull’abbondante colazione che aveva preparato quella mattina.

“Immagino che sei riuscito a prendere una scudisciata anche dal maestro Lontra, piccola peste” disse la donna, notando la faccia lunga del ragazzo. “Che ha combinato ‘stavolta?” chiese poi, rivolta a Marzio, che si limitò a scuotere la testa. “E voi, caro signor Lontra, non dite che non vi avevo avvertito…”.

Samaele si voltò verso la donna con un sorriso acido.

“Signora Nadia, grazie per il buon pranzo. Volete unirvi a noi?”.

“Non vi offendete, maestro, ma ho troppe cose da sbrigar…”.

“Bene” disse Samaele senza permetterle di finire. “Allora buona giornata, signora”.

“A voi”.

La donna si congedò da Marzio e da Samaele e ritornò in cucina.

Il mago dei nodi iniziò a mangiare, mentre Pavel guardava la zuppa digrignando i denti.

“Intendi punirti saltando il pranzo?” disse Marzio, che era già a metà del pasto.

“Anatra, scusami, quando dovrò sostenere la mia lezione?” chiese Samaele.

“Intorno alle sei, sei e mezza. Credo che ci vorrà un po’ di tempo per sistemare tutte le cose”.

“Penso che mi servirà qualcuno di fidato per sistemare tutto e provvedere alla proiezione delle immagini”.

Marzio sbriciolò la pagnotta in quello che restava della zuppa e iniziò a mescolare la pappetta che ne venne fuori.

“A chi ti riferisci?”.

“A te, ovviamente. Di chi altro mi potrei fidare qui?”.

Samaele, che stava finendo anche lui la zuppa, pensò di fare come l’amico, ma preferì pescare quello che rimaneva con un cucchiaio.

“Mangia qualcosa, fratellino, o non ci arriverai a cena” disse al ragazzo.

“È abituato a cose peggiori” lo rassicurò Marzio. “Quanto alla tua proposta, contavo di assistere dalla platea, ma se davvero ti serve il mio aiuto, sarà un piacere”.

“Ti ringrazio”.

Samaele poggiò il cucchiaio sul tavolo, mentre Marzio fece una specie di singhiozzo, che indicava l’aver mangiato con gusto.

“Un’ultima cosa” chiese il mago dei nodi.

“Dimmi”.

“Mi accompagneresti per una passeggiata digestiva?”.

I due si alzarono e Marzio intimò Pavel di rimanere lì dov’era, precisando che quell’ordine proveniva da un mago azzurro e pertanto nel trasgredirlo sarebbe stato punito alla maniera dei Maghi azzurri.

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“Ti ringrazio per avermi lasciato gestire la faccenda” disse Samaele una volta fuori.

“Sono più che sicuro che ti sappia difendere da chi ti manca di rispetto, Lontra, ma, se vuoi un consiglio, vedi di prendere provvedimenti”.

Samaele si incamminò verso la stalla.

“Provvedimenti? Che genere di provvedimenti?”.

“Ricordi quello che diceva il maestro Aulo: Il pentimento non evita la punizione? Quel ragazzo è abituato a una disciplina rigida, dove a ogni azione equivale una conseguenza. Se non prenderai provvedimenti ti scambierà per un debole”.

Samaele si girò, incrociando i suo sguardo con quello dell’amico.

“Mi dici che dovrei punirlo? E in che maniera? Tra i Maghi dei nodi il massimo della punizione è una simbolica capriola sull’erba, quando non è possibile riparare al proprio errore. Qui, a quanto ho capito, la punizione classica consiste nello scorticare il sedere a suon di scudisciate. Che genere di provvedimento dovrei adottare, il nostro o il vostro?”.

Marzio abbassò lo sguardo.

“Scusa, parlavo a sproposito. Capisco il tuo dilemma. Sai, anch’io i primi tempi mi sono trovato in difficoltà con le consuetudini dell’Ordine del Gran Calice azzurro, ma alla lunga mi sono abituato per forza di cose. Gestisci la faccenda come meglio credi. D’altra parte abbiamo cose più importanti per cui scervellarci”.

FEDERICO DE FAZI