Serve un cambiamento di paradigma

di ROBERTO FIORENTINI ♦

Negli ultimi vent’anni, le difficoltà della politica nel mediare i conflitti sociali hanno ridotto considerevolmente il ruolo delle istituzioni politiche nel farsi carico della mediazione tra i soggetti sociali. La voglia di  democrazia diretta, di abbattimento delle mediazioni, di perdita del significato di rappresentanza è cresciuta in modo impetuoso.   Si è avuta, dunque, una riduzione dell’importanza del ruolo del rappresentante, alla quale si è aggiunta una crescente indeterminatezza del ruolo del rappresentato, dovuta alla volatilità dei ruoli sociali e alla perdita di identità collettive. Inoltre, come dice anche il politologo Gianfranco Pasquino, negli ultimi decenni, nelle democrazie occidentali, il ruolo dei partiti non è stato più in grado di rappresentare gli interessi degli elettori anche perchè più forte si è fatta la presenza in Parlamento di gruppi di interesse (lobby), presenti sia all’interno degli stessi partiti che all’esterno. Soprattutto si sta sempre più rafforzando l’illusione che strumenti nuovi di partecipazione politica, che lo sviluppo del web 2.0 rende facilmente disponibili (consultazioni online, petizioni online, ecc) possa agevolmente sostituire la cultura della rappresentatività , incarnata, alla fine, nei partiti tradizionali. Anche se risulta assai difficile parlare ancora di partiti tradizionali, poiché le organizzazioni politiche maggiori del Paese difficilmente possono essere comprese in questa definizione. Probabilmente il segno distintivo dei nostri tempi è rappresentato dall’odio anti-casta che, nella forma che ha assunto negli ultimi anni, si manifesta come un sentimento sostanzialmente populista che si sostituisce alla riflessione ragionata sulle innegabili cause della degenerazione della politica, sulle molteplici forme del privilegio e , pertanto, sulle contromisure da prendere per favorire eguaglianza e partecipazione. L’odio per gli eletti in quanto tali, finisce per rappresentare un potente diversivo rispetto alla presa di coscienza, da parte dei cittadini, dei loro autentici interessi, della natura del modello economico vigente e dei reali meccanismi alla base dell’esponenziale aumento delle diseguaglianze. Temi sui quali non si riflette più , né fuori né dentro i partiti e i movimenti politici. Rispetto a questo tipo di umori anti-politici, rimane valido l’argomento di Bertrand Russell, che diceva che l’argomento più forte a favore della democrazia è che, quando vige il suffragio universale, “un eletto non può essere più stupido dei suoi elettori: più è stupido (o corrotto) lui, più lo sono coloro che l’hanno eletto”. Non possiamo però non riflettere sul fatto che la politica non sembra più capace di rappresentare  – appunto – quella “scelta dei fini”, in cui è sempre consistita, ma si riduce alla pura scelta dei mezzi più idonei per realizzare fini che sono determinati da altre istanze e che vengono percepiti come insindacabili e parte di uno “scenario naturale” che non può essere messo in discussione. Insomma la totale abdicazione della politica rispetto all’economia finanziaria offre un corposo argomento al tradizionale pregiudizio popolare per cui “i politici sono tutti uguali”. Si tratta , si badi bene, di un problema che non riguarda solo l’Italia ma tutta la politica occidentale. «La ragione di questa crisi, che da almeno cinque anni coinvolge tutte le democrazie e le istituzioni e che non si capisce quando e come finirà, è il divorzio tra la politica e il potere». Lo sosteneva  Zygmunt Bauman , recentemente scomparso. Il filosofo polacco ,in una recente intervista dichiarava : «Il guaio è che oggi la politica internazionale non è globale mentre lo è quella della finanza. E quindi tutto è più difficile rispetto ad alcuni anni fa. Per questo i governi e le istituzioni non riescono a imporre politiche efficaci. Ma è chiaro che non riusciremo a risolvere i problemi globali se non con mezzi globali, restituendo alle istituzioni la possibilità di interpretare la volontà e gli interessi delle popolazioni. Però, questi mezzi non sono stati ancora creati».

La soluzione, ovviamente, non può essere quella – facile – del ritorno al nazionalismo, al protezionismo , quello che oggi va’ di moda chiamare sovranismo.  Le riflessioni sulle scelte dei fini, di cui abbiamo parlato poco fa, devono necessariamente tenere certamente conto dei fattori della finanziarizzazione dell’economia,  della globalizzazione, sia di quelli negativi ma anche di quelli positivi,   dello sviluppo di sistemi di comunicazione potentissimi e contemporaneamente privi di regole , come è il caso della Rete e più precisamente dei social network e, per finire,  delle nuove disparità economiche nascenti all’interno delle nazioni più sviluppate. Personalmente credo che non si possa elaborare una riflessione sulle modalità di governo dell’esistente, senza mettere in campo un reale cambiamento di paradigma che  abbandoni metriche e modelli nati nel secolo scorso e persino nell’800, quando tutti questi fenomeni , che oggi regolano la nostra vita, non solo non esistevano ma non erano neppure prevedibili.

E in questa situazione , alla ricerca di questo indispensabile cambiamento , ci viene in soccorso la cultura classica e la citazione di Seneca:Chi vuole cambiare il mondo, cambi prima se stesso “. Nel mondo del Management, ad esempio,  si sta sviluppando una nuova modalità di esercizio delle attività manageriali che ha come obiettivo liberare il potenziale dei propri collaboratori per massimizzare le loro prestazioni. Il focus, insomma è sul potenziale non sulle prestazioni e di questa nuova modalità l’elemento chiave è rappresentato dalla consapevolezza che, comprende anche l’autoconsapevolezza ed in particolare la capacità di riconoscere l’influenza delle distorsioni percettive della nostra realtà. Si tratta , in sostanza, di unapproccio globale che parta come  prodotto dello sviluppo personale e che consenta di passare dal vecchio paradigma della paura ( l’odio, il nemico, il conflitto…) ad un nuovo modello basato sulla fiducia e sul riconoscimento dell’evoluzione sociale e spirituale che , a ben vedere, è già iniziata nella specie umana. Mi sto riferendo a quel complesso di studi e di tecniche chiamato coaching, nato da una decina d’anni grazie ad una intuizione di John Whitmore,  che ha adattato al business , ma anche alla sfera personale, alcuni principi innovativi , introdotti da un professore di Harward e tennista esperto ,Tim Gallwey, in un libro intitolato The Inner Game of Tennis.  Oggi , nel Mondo, migliaia di aziende hanno sposato questa cultura, ottenendo ovunque straordinari risultati sia in termini di produttività che di soddisfazione personale dei collaboratori, con percentuali di crescita che ovunque viaggiano in doppia cifra. Adattare alla società  ciò che funziona per le imprese richiede certamente impegno e studio ma questa idea funziona meglio quanto maggiore è l’ambito in cui viene adottata. Quindi potrebbe essere il caso di provarci, rammentando ciò che diceva la scrittrice inglese Charlotte Bronte: “ Combinazioni inedite di circostanze richiedono regole inedite”.

ROBERTO FIORENTINI