IL RIMEDIO – 4. L’Accademia

di FEDERICO DE FAZI 

4. L’Accademia

La pesante giornea imbottita, di un blu così scuro da sembrare nero, copriva un giustacuore dello stesso colore. Il voluminoso copricapo che si afflosciava su un lato della testa lo privava di metà del campo visivo. Nel complesso si sentiva soffocare e sperava di sedersi al più presto.

Pavel, vestito con un farsetto e un berretto conico di feltro cobalto, lo aveva accompagnato nell’edificio principale del complesso, che costituiva i possedimenti dell’Ordine azzurro. Da una larga anticamera erano entrati in un chiostro esagonale e poi si erano diretti verso una grande sala che avrebbe fatto invidia per estensione a una cattedrale dell’Uno.

Era nota la tendenza dell’Ordine azzurro a riprodurre l’architettura dei luoghi sacri, sostituendo le simbologie religiose con quelle alchemiche tipiche dell’ordine. Ecco quindi che il chiostro dai pratici quattro lati ne aveva assunti sei, a simboleggiare i sei cardini dell’Ordine, mentre le immagini sacre, che nei templi dell’Uno rappresentano di solito le vicende della vita del Profeta Zarateo e dei suoi apostoli, ora rappresentavano scene agricole o della mitologia talantica, con chiari riferimenti alla complessa simbologia alchemica leveransa che Samaele capiva solo di sfuggita.

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La sala era una gigantesca basilica rettangolare con alte finestre di alabastro, attraverso le quali filtrava una luce ambrata. Lungo le pareti dei lati lunghi si trovava una fila di scranni, che diventavano tre avvicinandosi all’abside, dove probabilmente si sedevano i membri dell’Ordine quando questo si riuniva al completo. Lungo l’abside, sotto un raffinato affresco raffigurante la vita di Esculapio guaritore, si trovavano cinque poltrone, di cui quella centrale più grande e ampia.

“Su raccomandazione dell’illustre tirocinante anziano Marzio da Antilla e invito di Sua Eccellenza Primo maestro Joanni Palavici, Rettore magnifico dell’Accademia dell’Ordine del Gran Calice azzurro di Sizara, entra l’illustre ospite Samaele da Antilla, Curatore del Grimorio, il quale è invitato a sedersi dove gli compete e ad attendere l’arrivo degli illustrissimi e venerabili Maestri anziani” annunciò un usciere in livrea vermiglia, mentre Pavel indicò al mago una sedia senza schienale, posta davanti a un tavolo poco prima del punto dove gli scranni facevano tre file.

Samaele raggiunse la sedia e poggiò sulla scrivania la pila di tre codici, legati con una cinghia, che Pavel teneva tra le braccia.

“In piedi!” annunciò l’usciere prima ancora che Samaele potesse sedersi. “Entrano gli illustri tirocinanti anziani Marzio da Antilla, Jacopo Priscandri, Paulo Vannik …”.

Da una porta nei pressi dell’abside, entrarono un gruppo di maghi vestiti come Samaele, ma con abiti color indaco sui quali erano stati ricamati fregi in bisso. I tirocinanti anziani occuparono gli scranni più esterni. Marzio si sedette nel punto in linea d’aria più vicino a Samaele.

“In piedi! Entrano gli illustrissimi maestri apotecari Klaus da Astana, Jorge Nevik, Pilade degli Alberighi …” e così via con i maestri chirurghi, i maestri taumaturghi, i maestri del biancospino e tutti i differenti gradi che l’Ordine Azzurro aveva inventato per tenere i suoi membri irreggimentati a una rigida gerarchia, finché finalmente l’usciere non chiamò gli onorevoli e venerabili Maestri anziani del Gran Calice, guidati dal Primo maestro del Gran Calice Joanni Palavici da Vibona, il quale prese posto sulla poltrona più imponente e tutti poterono finalmente sedersi.

Anche Samaele stava per sedersi, ma Marzio gli fece un rapido cenno di no con la testa per fermarlo.

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“Illustre Samaele” disse uno dei maestri anziani “il Primo maestro Palavici, quest’accademia e tutto il nostro ordine sono molto onorati dal ricevere in dono da voi il frutto dei vostri studi. Tuttavia non neghiamo che, nell’accettare il vostro dono, il Consiglio dei Maestri anziani abbia espresso alcune perplessità che mi auguro voi vogliate chiarire personalmente …”.

Il rituale pomposo e lungo di presentazione, seguito da un’interrogazione altrettanto pomposa in cui i maestri anziani mettevano in dubbio l’autenticità del suo lavoro, l’effettiva utilità e lo strano fatto che il mago non avesse chiesto nulla in cambio, in realtà non erano altro che una formalità a cui Samaele era stato prontamente preparato dalla lunga corrispondenza avuta con Marzio nei mesi precedenti. Il mago dei nodi espose con calma meccanica, assicurando che il lavoro da lui svolto era stato riconosciuto già da altri autorevoli maghi, come il balivo Costanzo Volco, dei Giudici di Òssia e dal Gran maestro dell’Ordine dei Cavalieri di Fios Erminio da Valtagliata, oltre che da diversi eparchi di Antilla e aveva ricevuto un encomio da Sua Santità il Patriarca di Surransia Simone IV in persona. Certamente aveva con sé tutte le raccomandazioni elencate, le quali si trovavano ora su quel tavolo. Per quanto riguardava l’utilità e la sicurezza dell’opera, Samaele era convinto di essersi preparato un discorso arguto e colto, ma il portavoce del Primo maestro lo sorprese con una complicata esposizione che si avvaleva di citazioni delle Rivelazioni di Zarateo, delle teorie mediche e filosofiche del talantico Iperide, definito l’inventore dell’arte medica, e di un’altra decina di filosofi e studiosi che avevano visto il Sole splendere sul continente Ransia almeno per tre ère prima di quella corrente. Il tutto comunque per argomentare come la civiltà adica, per gli oltre tremila anni che aveva visto la luce, non aveva fatto altro che generare veleni ed empietà oscene sul mondo, trasformando le terre dove aveva dominato in quel luogo che viene spesso chiamato “Grande Desolazione” o “Terre Perdute”.

A sorprendere Samaele non fu tuttavia la grande erudizione del maestro anziano, la quale era scontata per un uomo della sua levatura, quanto come quell’erudizione fosse solo un solvente per il veleno del pregiudizio. Ovvio che la civiltà adica aveva portato se stessa alla rovina con la sua magia empia e le sue pratiche blasfeme, ma con tutta la sua empietà era riuscita a sopravvivere e a primeggiare per millenni sulle altre civiltà. Cosa prometteva alla giovane civiltà attuale di vivere altrettanto a lungo senza compiere gli stessi errori e magari errori peggiori, senza il bisogno di scomodare le arti adiche? E certamente una civiltà vissuta così a lungo non poteva essere solo un puro condensato di follia. Doveva esserci della luce in tutta quell’oscurità.

Ad ogni modo Samaele non si scompose e si sforzò di non dare a vedere la propria disapprovazione per un tale spreco di cultura, ma rispose come si era prefissato, con calma e cortesia, portando a termine tutte le formalità.

Alla fine dell’udienza, dopo una cerimonia di commiato lunga e complessa quasi quanto quella di accoglienza, Samaele raccolse i documenti che aveva sparso sul tavolo e si diresse verso l’uscita. Benché la sala fosse incredibilmente fredda, il mago si sentiva soffocare dagli abiti che Marzio gli aveva prestato, i quali senza dubbio erano caldi e adatti al clima locale, ma al contempo erano ingombranti, pesanti ed eccessivamente opulenti per le abitudini di Samaele.

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“Vogliate scusarmi, maestro” lo fermò l’uomo in livrea all’ingresso. “Ma il Magnifico Rettore mi ha ordinato di chiedervi di seguirmi”.

“Va bene. Andiamo” disse Samaele, abbracciando l’involto di documenti e facendo con la testa un cenno incitatore a Pavel.

“Il Magnifico Rettore ha espressamente richiesto la presenza della vostra persona e di nessun altro” precisò prontamente l’uomo in livrea verde.

“Pavel, per favore, porta i documenti alla foresteria. Se è quello che penso, non dovrebbe volerci molto”.

Il ragazzo annuì, prendendo i documenti e portandoli via con sé. Samaele invece seguì l’usciere nel chiostro, poi attraverso un lungo corridoio che costeggiava gli alloggi dei membri dell’Ordine, fino a uno spiazzo, che dava su uno strapiombo corrispondente al punto dove il fiume faceva una larga ansa. L’uomo in livrea condusse il mago lungo un ampio stradello coperto da un porticato che percorreva il fianco dello strapiombo, lungo il quale era stato costruito un giardino d’inverno pensile rivolto a Sud. Samaele aveva visto edifici simili costruiti nelle regioni più a Nord di Surransia, in particolare lungo il lago di Sotria, dove venivano con successo coltivati agrumi e ulivi, ma non avevano niente a che fare con l’imponente edificio in muratura, il quale aveva sul lato del fiume feritoie alte anche dieci o venti cubiti, da cui entrava la luce del sole che veniva intrappolata da una complessa rete di specchi.

 Appena entrato, Samaele fu colto da odori a lui familiari, come la melissa, la verbena, il ciclamino e altri insoliti, come l’odore dolciastro dell’orchidea palmata o quello irritante della strelitzia alantiana, il tutto insieme, mescolato e trascinato da una corrente d’aria calda e umida che circolava forzatamente. L’edificio era diviso in vari piani, costituiti da gigantesche balconate sorrette da trabeazioni di legno e muratura. Un complesso sistema di argani e ascensori consentiva ai grandi vasi, nei quali venivano coltivate le piante più varie, di essere spostati nei vari piani che occupavano l’edificio, in modo da sfruttare le condizioni più favorevoli durante la giornata e il corso delle stagioni, mentre dei ponti di legno levatoi univano le balconate parallele. Ogni piano, poi, era collegato al sottostante da una mezza dozzina di scale a pioli, che servivano alle maestranze per raggiungerli senza dover ricorrere sempre alle piattaforme mobili.

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Un uomo decisamente anziano, dalla corporatura massiccia ma ben proporzionata alla sua statura media, lo accolse con addosso una lunga tunica da lavoro.

Samaele fece fatica a riconoscere in quell’uomo dai bianchi capelli radi e sottili, i cui occhi azzurri brillavano di vispa intelligenza, il Primo maestro e Magnifico Rettore Palavici, che circa un quarto d’ora prima aveva visto seduto sulla sua grande poltrona in ricche vesti, attorniato dai suoi collaboratori e sottoposti.

“Aiutate il maestro dei nodi Samaele a togliersi gli abiti” ordinò Palavici a due uomini vestiti come lui. “Qui dentro fa decisamente caldo”.

In breve tempo i due, che a giudicare dall’età e dalla corporatura dovevano far parte delle maestranze addette al giardino, aiutarono Samaele a togliersi berretto, giornea e giustacuore, porgendogli una tunica da mettersi sopra quella che già indossava.

“Vogliate seguirmi” disse il Primo Maestro, mettendosi su una piattaforma di legno con alti parapetti e facendo tintinnare cinque volte una campana appesa a un angolo.

Si udirono alcune voci venire dal punto più basso della costruzione, poi la piattaforma iniziò a salire verso l’alto, dove la temperatura era maggiore. L’odore di mirto e rosmarino fecero tornare in mente a Samaele casa sua.

“Ecco perché quei disegni”.

“Quali disegni?” chiese Palavici.

“Un anno fa, se non sbaglio, Marzio chiese ad Argante, allora Gran maestro della nostra torre, di inviargli alcuni progetti delle costruzioni sopraelevate della Foresta fangosa. Era stato molto evasivo, ma a un vecchio confratello non potevamo dire di no. Sono state apportate delle modifiche, ma ne riconosco la fattura”.

Il Primo maestro ridacchiò, mentre l’ascensore saliva lentamente ma con fluidità, grazie a un sistema complicato di contrappesi.

 “Giovane ammirevole, quel Marzio. Intraprendente e diligente. Sempre pronto a darsi da fare. Quando l’Ordine del Gran Calice azzurro ha deciso di fondare qui un’accademia, lui ne ha intuito subito le opportunità”.

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Samaele si sporse dal parapetto. Il sole riflesso dagli specchi abbagliava lo sguardo, ma si potevano vedere dei teli che coprivano le piante più in basso. Le feritoie, che all’altezza dove si trovavano erano chiuse con saracinesche di legno per mantenere il calore, stavano venendo aperte per sfruttare al massimo il sole del mezzogiorno e garantire luce e ossigeno alle piante più in alto.

“Che tipo di opportunità?”.

“A Surransia ci sono solo piccoli borghi e non avete idea di cosa significhi trovarsi in una città tentacolare come Vibona, dove tutti ambiscono a qualcosa e la concorrenza anche per i ruoli più infimi di qualsiasi corporazione è feroce. Qui a Sizara invece è diverso. Qui tutto è nuovo e i pochi che valgono hanno la possibilità di darlo a vedere. A breve Marzio sarà ordinato maestro apotecario e da quel momento in poi avrà un ruolo sempre maggiore in questa piccola confraternita. Se fosse rimasto a Vibona o si fosse trasferito a Gevena, come aveva all’inizio in progetto di fare, avrebbe dovuto aspettare almeno altri tre anni”.

La piattaforma finalmente si fermò nel punto più alto dell’edificio. Sopra di loro, a diverse spanne di altezza, rimaneva solo la volta alla quale erano appesi i complessi sistemi a carrucola e gli specchi, i quali portavano la luce direttamente a quelle piante che dovevano venire dalle regioni più meridionali del mondo conosciuto.

“Dal vostro tono percepisco un certo rammarico” notò Samaele, che si sentiva di parlare in modo schietto con un uomo che aveva una così alta considerazione dell’amico.

“Voi Maghi dei nodi avete senza dubbio molti pregi, ma sono pochi in Leveransia che li sanno apprezzare. Due di questi sono la lungimiranza e il senso pratico. In quest’ultimo, poi, siete imbattibili, secondo me. Quest’accademia è quello che è grazie alle doti e la magia del vostro confratello. È solo grazie a lui che abbiamo un’erboristeria così fornita da eguagliare quella di Vibona”.

Palavici si era messo un paio di spessi guanti da giardinaggio e ora stava potando un’edera il cui veleno Samaele sapeva essere mortale.

“… Se non fosse per lui e altri pochi del suo stesso avviso, quest’accademia sarebbe solo un posto dove i maghi invisi al Gran Consiglio possano covare il loro rancore senza far danno a nessuno. Come il Maestro del Gran Calice Degno delle Arnie, quello che vi ha interrogato all’udienza, per intenderci”.

“O il giovane Pavel, figlio naturale di Manlio Borodan” aggiunse Samaele.

Il Primo Maestro guardò il giovane mago. Il suo volto era serio, ma nei suoi occhi si poteva veder brillare un sorriso.

“Seguitemi”.

Un ponte di legno calò, consentendo ai due di passare all’altra balconata.

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“Credo che ormai abbiate capito che, a differenza di buona parte dei miei confratelli, ho un’alta considerazione dei Maghi dei nodi e voi non fate altro che confermare le mie opinioni. Tralasciando i motivi per cui avete affrontato un viaggio così duro, cosa per cui io e tutta Sizara vi saremo riconoscenti a lungo, mi è molto piaciuto il modo con cui avete risposto alle domande che vi hanno fatto”.

Samaele era abituato a considerare i maghi dell’Est come uomini tronfi e meschini, che non avrebbero mai e poi mai permesso a un umile mago del Sud di parlargli da loro pari. Le sue ultime esperienze, poi, non avevano certo confutato questa sua idea, ma Palavici stava lentamente aumentando la considerazione che aveva dei suddetti maghi, almeno di quelli dell’Ordine azzurro.

“Ne sono onorato, Primo maestro” disse con sincera riconoscenza.

Palavici si avvicinò a un’altra pianta rampicante dai gambi sottili e chiari e le foglie allungate. Prese un barattolo e ne raccolse le bacche nere.

“Conoscete questa pianta e le sue proprietà, maestro dei nodi?”.

“Naturalmente: è una belladonna allotropa. Il veleno contenuto nelle sue bacche è mortale, ma se opportunamente diluito e trattato, può essere utile per curare gli spasmi, le convulsioni e come anestetico”.

Il Primo maestro sorrise, questa volta anche con la bocca.

“Un potente veleno, se usato con saggezza, può essere anche un potente rimedio. Un potente guaritore non ha paura dei veleni, perché egli li usa con rispetto e perizia per affrontare il male. L’avete detto voi, non è vero?”.

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“Andavo a braccio. Comunque sì, più o meno ho detto questo”.

“Immagino che un uomo della vostra cultura conosca il significato del suo nome”.

“Deriva dall’adico sam’ahel o semuhel. Più o meno significa “veleno divino”. Secondo alcune tradizioni acaliche precedenti a Zarateo, questo è il nome dell’angelo della morte o dell’angelo accusatore. Qualcosa di simile al demone farigio Culsa”.

Samaele non aveva sempre amato quel nome, affibbiatogli dalla madre guaritrice. Per questo la maggior parte dei suoi amici più vecchi lo chiamava spesso con il soprannome di famiglia “Lontra”. Col tempo però aveva iniziato ad apprezzare quel nome dal significato così ambiguo, che gli faceva presente quei i suoi lati oscuri che era sempre riuscito a portare alla luce e ad usare per il bene.

“Se molti veleni sono rimedi per un abile guaritore, per l’Uno, che è il più potente dei guaritori, non esistono veleni, ma solo rimedi. Siete voi il rimedio di cui abbiamo bisogno, Samaele Lontrastuta da Antilla?”.

Samaele aspirò ancora l’aria di rosmarino e mirto, che si confondeva con l’odore acido della linfa dell’edera tagliata da poco.

“Dipende dal male di cui si soffre”.

Palavici si sedette su una panca lì vicino, poggiando il barattolo sul bordo del largo vaso.

“Sapete bene qual è il nostro male. Si fa chiamare l’Incubo in lingua betena, ma sappiamo entrambi che la sua origine è diversa. Egli viene da Surransia”.

“Licio…” sussurrò Samaele, sedendosi accanto al Primo Maestro. “Il suo nome è Licio Donnolatriste da Roccarossa”.

“Lui e la sua banda hanno portato i Consoli all’esasperazione. Se continua con le sue razzie, temo che il Consiglio degli Ottimi deciderà di chiedere aiuto al margravio di Droclavia. Sapete questo che significa?”.

Samaele annuì. “Quando la crisi sarà passata, il Margravio chiederà un compenso che la città non sarà in grado di pagare, se non con l’annessione alla marca di Droclavia…”.

“Sizara è una piccola città, fondata da poche decadi” continuò il Primo Maestro “ma la sua posizione la rende uno snodo cruciale nei commerci con la Betenia e tutta la Vesperansia. Se Droclavia annette Sizara, questa diventerà possedimento diretto del re di Betenia e Duca di Mittransia. Se Sua maestà imperiale Ruggero il Canuto fosse ancora nel pieno delle forze, lo si potrebbe chiamare come garante per l’indipendenza della città, che nel peggiore dei casi verrebbe annessa al Ducato di Mittransia. Si sarebbe sempre sotto il dominio di Fedor il Folle, ma come feudatario dell’Imperatore si potrebbe sperare in qualche garanzia di indipendenza”.

“Con Sua maestà imperiale vecchio e senza eredi non si può essere così ottimisti” concluse Samaele.

Palavici poggiò le mani sulle ginocchia, stringendole.

“Se il decorso di questo male non viene fermato, presto per quest’accademia non ci sarà più nulla da fare e tutto quello per cui io e il vostro confratello abbiamo faticosamente lavorato andrà in fumo. L’unico ordine di maghi che il Folle accetta nei suoi domini è quello dei suoi Monaci Cacciatori e noi saremmo costretti a fuggire. Ma questo non avrà solo conseguenze locali. Con questi eventi il Folle si sentirà il diritto di espandere la sua sovranità diretta su altre città di Leveransia. Dicono che abbia già fatto un patto con i Sinarchi di Sentra per spartirsi l’Impero quando Sua Maestà imperiale sarà tornato all’Uno”.

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Samaele conosceva molto bene i timori di Palavici e in parte li condivideva. Pochi anni prima aveva tratto un certo gusto a studiare i complessi intrighi per cui le libere città dell’Est e le loro sette di maghi erano famose. Ma ora quel periodo era passato e, a dire la verità, ne provava una certa nausea. Se il Duca di Mittransia e re di Betenia aveva deciso di mettersi in combutta con i Sinarchi, il più potente, intrigante ed efferato ordine di maghi di Leveransia, Samaele era più che convinto che se ne sarebbe pentito prima di tornare all’Uno.

“Vostra onorevole eccellenza, perdonatemi, ma questi discorsi non mi interessano. La vostra politica fa nodi troppo instabili e strani per me e già una volta mi sono bruciato le mani cercando di muovere quelle corde” disse, usando volutamente il gergo tipico dei Maghi dei nodi. “Non so se sono il rimedio al vostro male. Io sono solo venuto a riportare a casa Licio e porre fine alle sue empietà. Non so se ci riuscirò, ma farò del mio meglio per riuscirci. Questo è quanto”.

Il vecchio mago azzurro sorrise.

“Io non chiedevo altro”.

FEDERICO DE FAZI