Il tetto si è bruciato. Ora posso vedere la luna.

Una riflessione sul suicidio di Michele, trentenne friulano.

di ROBERTO FIORENTINI

“Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.”

E’ un pezzo della lettera di addio di Michele, il trentenne friulano che si è suicidato nei giorni scorsi e di cui si è parlato moltissimo nei media e sui social. La maggioranza dei commenti , come prevedibile, tendevano ad enfatizzare gli aspetti relativi al disagio, manifestato da Michele, che potremmo definire sociali: la mancanza di lavoro, la paura del futuro, la precarietà. Del resto, gli stessi genitori avevano commentato con queste parole : “Nostro figlio ucciso dal precariato, il suo grido simile ad altri che migliaia di giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte a una realtà che distrugge i sogni”. Si sono lette tante banalità. Persino – come era prevedibile – moltissime dichiarazioni che non si facevano alcuno scrupolo ad utilizzare un dramma umano di questa portata, per portare al proprio mulino l’acqua miserabile di una speculazione politica. I social network si sono scatenati con post che alternavano toni lacrimosi ai soliti commenti di stampo populista, vagamente antisistema.

“Quello che mi preme dire, invece, è che io non mi sento follemente arrabbiata solo con un “sistema” generico, impersonale, intangibile; io mi sento arrabbiata col sistema reale, e mi dispiace sottolinearlo, ma del sistema reale fanno parte anche tutti quei miei coetanei che adesso puntano il dito verso un responsabile invisibile. Siamo tutti responsabili. Tutti: dal primo all’ultimo, e non solo chi arriva nei palazzoni con le auto blu.”   Veronica Andrea Sauchelli è una fotografa di 25 anni di Udine ed è l’autrice di queste parole, estratte da una lettera pubblicata da “La Repubblica “.  Veronica, sostanzialmente coetanea di Michele, nonché conterranea,  ha provato ad ampliare il punto di vista, con ammirevole senso di autocritica generazionale, accusando la sua generazione di accidia, di disimpegno, di scarsa voglia di combattere: “i miei coetanei non ci sono mai, li si vede in massa solo quando c’è da fare aperitivo “ . Si tratta, come si vede, di un approccio diverso da quello dei genitori del giovane suicida, che sembrano addossare tutta la colpa ad una società spietata, forse anche per allegerirsi , almeno un po’, dell’enorme dolore che questa tragedia gli ha certamente fatto provare. Entrambi gli approcci, però, a mio parere , scontano un difetto d’origine. Provano a cercare responsabilità esterne, colpe altrui, gravi omissioni, forse anche per provare a dare una plausibile spiegazione ad un gesto che , da qualsiasi parte si possa provare a guardarlo, difficilmente trova senso. Ma , al netto del fatto che un suicidio debba comunque generare rispetto, anche se rimane spesso un gesto inspiegabile, se proprio dobbiamo cercare un senso, dobbiamo farlo , partendo dalle parole di Michele. “Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso”, dice Michele. E poi:  “Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza…” Ma, soprattutto: “Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte”. Michele si lamenta che il mondo non è come avrebbe dovuto essergli consegnato, di non essere amato dalle donne né apprezzato dalla società , di aver capito di non riuscire a raggiungere il massimo, che è quello cui aspira. Dalle sue parole traspare una disillusione totale, una assoluta mancanza di speranza. Ma non è la fame, il suo problema. Né la povertà. Oppure la malattia, sua o dei suoi cari. Il suo male di vivere – perché è di questo di cui stiamo parlando – è causato dalla mancanza di successo (“Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo” , dice in un altro passo della lettera). Non si diverte, non si sente amato, non riesce neppure a concepire sogni o progetti.

Fare di questo caso, di questa tragedia, di questa giovane vita spezzata, un paradigma, un simbolo dei veri, gravissimi problemi di una generazione effettivamente falcidiata dal precariato e dalle disparità di una società avarissima con i giovani, è sbagliato e probabilmente strumentale. I giovani hanno davvero da fare i conti con una realtà complicata ma è anche altrettanto vero che lo fanno , molto spesso, con in mano il bicchiere dello spritz o come dice meglio Veronica: “Ognuno è a testa china sulla propria strada, in mezzo a smartphone, ambizioni, menefreghismo e bicchieri di vino. È una grossa generalizzazione, sicuramente, ma che siamo imbottiti di un individualismo spesso quanto le nostre speranze è innegabile”.

La nostra società , dagli anni ’80 in poi, ha girato le spalle ai valori del sacrificio, dell’abnegazione, dell’impegno, della bellezza di costruire un futuro migliore per se ( e per gli altri ) con la fatica, il sudore della fronte, l’etica del lavoro. Tutto ciò è stato sostituito dalla ricerca della ricchezza, del piacere, del successo, della affermazione personale e – persino – della fama. Il ricco è diventato un modello, non più un nemico, come ai tempi della lotta di classe. Ci è stato detto che tutti avremmo potuto avere tutto questo. Ma era una menzogna, ovviamente. Ed ora la società ha la testa che le duole e lo stomaco sottosopra, come dopo una sbronza. E maledice chi l’ha fatta bere così tanto. In tanti stanno reagendo in questo modo, nella società occidentale. Accusano il sistema di averci imbrogliato. “Non è questo il modo in cui doveva essere il mondo che ci doveva essere consegnato”. Ci era stato promesso molto di più: il massimo. E qualcuno, particolarmente debole, reagisce in modo estremo, come Michele. Non dobbiamo cercare scuse, ne’ responsabili – che ci sono e sono tanti, tra i quali ci siamo anche noi tutti, per il suo gesto. Non dobbiamo neppure giudicarlo. Dobbiamo solamente provare a capire che Michele, nella sua lettera, racconta un disagio che è tanto culturale e politico-sociale  quanto morale ed etico, il cui contagio si sta estendendo e può portare a gesti estremi. Bisogna affrontarlo, questo disagio, guardarlo bene in faccia, farci i conti , senza fare sconti a nessuno, neppure a noi stessi, senza liberarci la coscienza affibbiando tutta la colpa a qualcun altro. Bisogna guardare le cose da un punto di vista diverso, così da accorgersi che , anche se questo furioso incendio ci ha bruciato il tetto, ora almeno possiamo vedere la luna, immersa in un cielo stellato, cui non facevamo più attenzione da troppo tempo.

ROBERTO FIORENTINI