SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE – PARTE 1.

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 1. IL MOVIMENTO OLIMPICO, GLI ALBORI DELLA GLOBALIZZAZIONE E LA LETTERA RUBATA.

Il 12 gennaio 2017 ho tenuto presso la sala Gassmann di Civitavecchia una conversazione sullo sport come Grande Narrazione della modernità. L’incontro, che faceva parte del programma “Il pensiero e la scena”, ideato e coordinato da Ettore Falzetti in partenariato con spazioloberoblog, aveva per titolo Eroi, bari e guastafeste. Storie, leggende e guerre simulate nello sport. Ne ho tratto il pretesto per rivisitare e aggiornare le analisi che sin dalla fine degli anni Ottanta ho dedicato al profilo sociologico del fenomeno sportivo, oggetto ancora un po’ trascurato dalla ricerca sociale italiana. La collaborazione degli amici del blog mi consente di sottoporre le mie peregrinazioni, a cavallo fra passione per lo sport e interesse scientifico, all’attenzione di quanti ne fossero incuriositi. Nella speranza di incoraggiare  altri contributi sul tema.

 L’effetto lettera rubata

Parliamo di cose serie: parliamo di sport.

Non vuole essere una battuta. Se c’è un fenomeno sociale che esprime, interpreta e racchiude in sé la modernità industriale e i suoi transiti verso quello che le ha fatto seguito (Modernità liquida? Tarda modernità? Seconda modernità? Postmodernità? Ipermodernità? La fantasia lessicale dei sociologi ci lascia solo l’imbarazzo della scelta), questo è lo sport.

Da quasi mezzo secolo una finale mondiale di calcio costituisce l’evento più seguito dell’umanità: un’audience calcolata in miliardi di contatti. I praticanti sport a vario titolo – comprese pratiche dolci, escursionismo, cicloturismo, attività di fitness o wellness – rappresentano, secondo l’Eurobarometro, quasi i tre quarti della popolazione dell’Unione europea. Se il calcio professionistico costituisse una voce autonoma di bilancio rappresenterbbe  il quinto comparto commerciale d’Italia. I grandi club dello sport professionistico europeo vantano fatturati superiori al prodotto interno lordo annuale di interi Paesi come la Croazia, l’Afghanistan o l’Etiopia. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Quello che sorprende è la singolare prolungata disattenzione degli studiosi di scienze sociali nei confronti di un fenomeno tanto vistoso da risultare persino invadente. Al punto che possiamo parlare di un effetto lettera rubata, come nel racconto poliziesco di Edgar Allan Poe in cui provetti investigatori si affannano vanamente a rintracciare nei posti più impensabili un importantissimo e compromettente documento. La lettera introvabile giaceva beffardamente su una scrivania sotto gli occhi di tutti senza che nessuno se ne accorgesse. La guardavano, ma non la vedevano.

Analogamente, lo sport del Novecento ha rappresentato un fenomeno allo stesso tempo socialmente ingombrante e sociologicamente sommerso. Molte ragioni hanno concorso a questa specie di rimozione. La tradizione accademica ha a lungo snobbato una materia considerata prosaica, che evocava non le algide architetture del pensiero ma il sudore, la fatica fisica, l’ingenuo bisogno di svago delle plebi. Un certo tipo di religiosità, venata di sessuofobia, ha guardato con diffidenza al rischio di un’apologia estetica del corpo che poteva richiamare la cultura pagana. Non pochi leader rivoluzionari, a cavallo fra XIX e XX secolo, interpretarono le passioni popolari suscitate dal crescente successo dei moderni giochi di squadra come un pericoloso diversivo dagli imperativi della lotta di classe. I totalitarismi del Novecento hanno tentato non solo di usare lo sport a fini di propaganda, ma persino di farne l’icona di un’inquietante estetizzazione e teatralizzazione della politica. Per un verso hanno celebrato il corpo in azione e la sua potenza espressiva come un’allegoria della forza e una metafora del corpo della nazione e dell’ideologia. Per un altro, ne hanno proposto un modello che esaltava il disciplinamento a scapito della libera espressione del gioco, come in quella autentica militarizzazione coreografica delle esibizioni ginniche che ritroviamo soprattutto (anche se non esclusivamente) nei regimi fascisti degli anni Trenta e Quaranta.

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Storie di volpi e di nuovi ricchi

A onor del vero, la genesi dello sport al tempo dell’industrializzazione, delle nazionalizzazioni e dell’affermazione dell’idea positivistica del progresso lineare, sebbene ignorata dagli studi accademici,  aveva attirato la curiosità di qualche irregolare della ricerca sociale. Nel 1899 Thorstein Veblen, uno di quei giornalisti piantagrane della provincia americana soprannominati muckraker (quelli che “rimestano il letame”), aveva lanciato uno sguardo sarcastico e disincantato sulla nascente passione per le esibizioni sportive della borghesia nazionale. Nella sua Teoria della classe agiata (ma una traduzione più esatta dell’espressione Leisure class potrebbe essere “classe dei perdigiorno”) ironizzò sull’istinto predatorio dei nuovi ricchi che, per accreditarsi socialmente, non avevano trovato di meglio che scimmiottare le “pratiche distintive” della vecchia aristocrazia europea. Le sue pagine ci restituiscono irresistibili rappresentazioni di panciuti imprenditori e vaporose matrone del New England che, buffamente abbigliati, si dedicano a dare la caccia a un animale non commestibile come la volpe. Cacciarla costituiva infatti un’attività distintiva, osservò Veblen, proprio perché i signori, si trattasse di gentlemen britannici o di  agiati negozianti di Baltimora, non hanno bisogno di cacciare quella selvaggina che possono agevolmente procurarsi acquistandola o delegando il compito alla servitù. Prerogative di status che nelle società tradizionali imponevano ai nobili compiti specifici, come lo sterminare gli animali nocivi che minacciavano galline e raccolti. Incombenze di ruolo che venivano assolte con periodiche e solenni battute di caccia, le quali agivano perciò da rito di conferma delle gerarchie sociali. La riesumazione di questo anacronistico rito feudale in età industriale serviva così a tracciare di nuovo un invalicabile confine sociale, questa volta fra le classi subalterne e i signori del nascente capitalismo. Nell’Ottocento i ceti borghesi iniziano a trasformare in sport le antiche abilità aristocratiche come cavalcare, cacciare, tirare di scherma.  Trasformata dal ricco droghiere di Baltimora in evento mondano, la sopravvivenza di una liturgia tanto anacronistica – o meglio questa sorta di reinvenzione del rito – appariva allo sguardo dissacrante di Veblen insieme ridicola e significativa. Riesumazione all’evidenza grottesca, nel tempo della seconda rivoluzione industriale e nel Paese della prima rivoluzione democratica e del “business is business”. E insieme testimonianza, però, della sopravvivenza di un complesso sistema di latenze e di persistenze culturali, la cui genesi ancestrale  sarebbe stata indagata, più o meno negli stessi anni, da un  sociologo accreditato come il francese Émile Durkheim. La sua straordinaria ricerca sulla religiosità primitiva, Le forme elementari della vita religiosa, che consegnerà all’analisi del fenomeno sportivo le categorie fondamentali di rito e mito, sarà pubblicata nel 1912.

La civilizzazione, come sarà indagata nella seconda metà del Novecento dalla teoria configurazionale di Norbert Elias (rimando in proposito al mio articolo Lo sport nel processo di civilizzazione, comparso su questo blog l’8 dicembre 2016), avrebbe invece  prodotto una rigorosa tavola dei comportamenti “socialmente appropriati”. Utili – come nel caso dello sport distintivo vivisezionato da Veblen  – a distinguere le classi dominanti dal resto dell’umanità. Ancor prima di avviarli all’uso delle armi, ad esempio, ai cadetti delle accademie militari vittoriane si insegnava l’arte dell’inutile, come sbucciare correttamente una mela con forchetta e coltello. Una liturgia distintiva proprio perché priva di qualsiasi utilità pratica. Capace, però, di rendere visibile a qualunque commensale il rango di chi fosse capace di esercitarla con destrezza, senza necessità di indossare l’uniforme e ostentare galloni. Il sarcasmo di Veblen si indirizzava però indiscriminatamente sia alla sportivizzazione dei passatempi aristocratici, come appunto la scherma, il tiro o l’arte del cavalcare – di cui forniva peraltro una rappresentazione parziale e parecchio caricaturale -, sia ai nascenti giochi di squadra, gemmati invece da una tradizione niente affatto elitaria e socialmente distintiva, come i folkgame britannici o gli antichi giochi rurali comunitari. Il vecchio piantagrane, tanto perspicace nell’ironizzare sui tic della borghesia del denaro e sulla laica religione dello “spreco vistoso”, non riuscì a cogliere la portata storica e la novità sociologica del movimento sportivo in gestazione. Scambiandolo per un bizzarro e contingente fenomeno di costume, il reporter che rimestava il letame commise lo stesso errore dei detestati cattedratici. Veblen, insomma, aveva trovato la lettera rubata ma non era riuscito a  leggerla. Il processo di sportivizzazione delle emozioni, che avrebbe contribuito come pochi altri a creare l’immaginario sociale delle nascenti società di massa, sfuggirà ancora a lungo alle antenne della ricerca sociale.

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Nel segno di Olimpia

Occhio alla data di pubblicazione del lavoro di Veblen: siamo nel 1899. Solo sette anni prima il barone de Coubertin aveva proposto, in una conferenza tenuta alla Sorbona, il ritorno a una presunta tradizione olimpica classica. Quattro anni più tardi quel sogno si sarebbe materializzato con la prima olimpiade della modernità: i Giochi di Atene del 1896. Quella del barone francese rappresentava tuttavia una seria forzatura storiografica, al limite anche qui della “invenzione della tradizione”. Nemmeno i Giochi classici, soppressi dall’imperatore Teodosio nel 393 d. C.,  avevano mai dato luogo a vere tregue militari fra le polis in guerra. La tregua olimpica consisteva nella concessione di un precario e spesso ignorato lasciapassare per consentire agli atleti – tutti appartenenti alle aristocrazie delle Città-Stato elleniche – di raggiungere incolumi la sede dei Giochi, nel cuore del Peloponneso. Nessuno dei caratteri peculiari dello sport della modernità (la misurazione precisa e verificabile della prestazione, il rispetto di rigorose regole del gioco, l’idea stessa di fair play) era rinvenibile nella tradizione antica. Coubertin, però, si serve del mito classico per un programma pedagogico, e a suo modo politico, che appartiene per intero al suo ambiente socio-culturale e discende dalla sua formazione intellettuale. Siamo del resto a cavallo fra due stagioni della globalizzazione. Fra quella che Roland Robertson ha chiamato della globalizzazione incipiente – identificata con la seconda industrializzazione, con l’ultima grande ondata del colonialismo europeo e con l’impetuoso sviluppo dei traffici mercantili a distanza, affidati alle navi a vapore e al trasporto su rotaia – e quella che ha definito del decollo. Una data simbolo sarà rappresentata dalla Guerra franco-prussiana (1870-71) che, provocando la caduta del Secondo Impero e la fine dell’egemonia politica francese, accelerò l’unificazione tedesca a guida prussiana e diede origine in Europa a un periodo di pace relativamente lungo. La formazione degli Stati nazione e lo sviluppo delle prime linee ferroviarie avevano intanto reso possibile disputare tornei e campionati a vasto raggio territoriale. La costruzione di sistemi sportivi strutturati a scala nazionale è dunque un processo che scandisce esemplarmente il passaggio d’epoca.

Il decollo della globalizzazione – quel cinquantennio convenzionalmente compreso fra la Guerra franco-prussiana e la Pace di Versailles (1919), all’indomani della Grande guerra – è segnato da una specie di immaginaria dilatazione degli orizzonti culturali e geografici dell’umanità. Essa aveva avuto origine già a metà XIX secolo grazie a quelle élite colte dell’Occidente europeo più sensibili a una visione cosmopolitica, ma insieme esposte all’influenza dei nazionalismi e della competizione fra le potenze imperiali. Sono gli ambienti che promuovono la prima Esposizione universale (Londra 1851), la costituzione di un ente sovranazionale con finalità umanitarie come la Croce rossa (1863), l’istituzione del Premio Nobel (1901) e, all’indomani della Grande guerra, la fondazione della Società delle nazioni (1919).

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Lo sport nella traiettoria della globalizzazione

Fra la seconda metà dell’Ottocento e la seconda decade del Novecento, quella che un secolo dopo avremmo ribattezzato globalizzazioneacquista insomma un profilo visibile, innestandosi su umori culturali e processi sociali non riducibili alla rappresentazione stereotipica della Belle Époque. È il tempo in cui si completa la seconda ondata dell’industrialismo, quella che annuncia i sistema della fabbrica fordista che Gramsci avrebbe definito americanismo. Ma la traiettoria ormai quasi secolare della rivoluzione tecnologica ha già prodotto effetti epocali. Si sono generate nuove classi sociali in competizione, dando vita a un’opposizione dicotomica fra proletariato operaio e borghesia imprenditoriale che produce un radicale conflitto di interessi, valori, obiettivi. Si vanno creando, insomma, le condizioni per le grandi insorgenze rivoluzionarie dei primi decenni del Novecento e, specularmente, per quella reazione conservatrice e borghese che concorrerà alla deriva totalitaria dei nazionalismi dopo la Grande guerra. Nel 1914, una stagione di pace relativamente lunga per la tormenta storia politica europea era precipitata repentinamente in un conflitto militare senza precedenti per dimensioni, numero di vittime e impatto sociale, espressione terrificante del potenziale di morte presente nell’uso irresponsabile della potenza industriale.

La stessa costituzione del movimento olimpico riflette puntualmente in quel contesto cronologico una dialettica non scevra da contraddizioni. Il cosmopolitismo delle élite convive con il nazionalismo degli Stati, inducendo Coubertin a negare legittimità a qualunque tentativo di dare visibilità simbolica al confronto fra Stati: sino al 1920 niente inni nazionali, colori identificativi, bandiere e delegazioni in uniforme. All’indomani della guerra, tuttavia, l’agone olimpico sarà prima irrimediabilmente colonizzato dalle metafore militaristiche e più tardi usato, da parte dei totalitarismi reazionari fra gli anni Venti e Quaranta, come spettacolare allegoria dell’ideologia del sangue e del suolo. Analogamente, permane nel profeta dell’olimpismo una discriminazione di genere già allora, nel tempo delle suffragette, difficilmente sostenibile. Coubertin ammanta l’esclusione delle donne dai Giochi, che sarà peraltro di breve durata, di argomenti al limite della galanteria: le donne sono troppo preziose, delicate e gentili per essere esposte alle rudi tribolazioni del corpo competitivo! Più probabilmente, si tratta di un residuo culturale a suo modo coerente con le intenzioni decoubertiniane. L’aristocratico francese considera la guerra e le pulsioni aggressive – che tramite lo sport vorrebbe esorcizzare stilizzandole, miniaturizzandole e “disarmandole” – una prerogativa rigorosamente maschile, eredità delle primitive comunità di cacciatori, delle civiltà militari e della tradizione cavalleresca.

 

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Ragazzacci e grandi sogni

Anche il rapporto che l’olimpismo delle origini istituisce con la scienza e con la tecnica è intrinsecamente ambiguo. Per un verso, la religione della prestazione è impregnata di positivismo: Citius Altius Fortius (Più veloce, più in alto, più forte) è un motto latino che potrebbe rappresentare perfettamente un manifesto del moderno industrialismo e fare da metafora all’idea positivistica di progresso. La stessa filosofia del fair play, che esige l’interiorizzazione delle regole del gioco sociale, appartiene a ben vedere a quel modello culturale. Da una parte esige criteri oggettivi di comparazione, attenzione ossessiva al risultato (filosofia del record), strumenti  di misurazione sempre più sofisticati. Dall’altro, però, proprio Coubertin indulgerà a momenti di umanistica estetizzazione del fenomeno. In una dimenticata Ode per le Olimpiadi, composta sotto pseudonimo nel 1912 in occasione dei Giochi di Stoccolma, si abbandona al lirismo per celebrare “l’onore, la bellezza e la fecondità”, la “virile fraternità del campo”, il sentimento egualitario che permeerebbe lo sport. Anche qui, il personaggio rivela elementi contraddittori e non facilmente componibili. Il suo acceso patriottismo si sforza di non entrare in collisione con l’internazionalismo delle élite, ispirato al principio “All games all Nations”. Le Olimpiadi dovranno rappresentare uno spazio culturale comune che ospiti ogni tipo di esperienze, non escluda né privilegi nessuno, ma imponga una competizione leale. Del resto, come ci è stato trasmesso dalla vulgata decoubertiniana, “importante non è vincere ma partecipare”. Slogan destinato a grande fortuna ma che suona un po’ sorprendente sulla bocca di un idolatra della prestazione, al punto da sembrare il prodotto di una parziale torsione di senso a opera di esegeti troppo zelanti. L’apparente contraddizione va però contestualizzata: Coubertin pronuncia la frase durante i Giochi olimpici del 1908, in circostanze e con finalità ben precise. I Giochi di Londra avevano infatti preso una pessima piega, soprattutto per le intemperanze goliardiche e qualche episodio di bullismo a opera della delegazione statunitense, che già alla cerimonia di apertura aveva sfilato esibendo in segno di sfida un leoncino (emblema del leone reale britannico) tenuto al guinzaglio. La situazione era peggiorata nei giorni seguenti a causa di sguaiate manifestazioni di sostegno ai compagni in gara e delle continue risse notturne provocate nei dormitori dagli atleti americani. I bad guys trasferivano sui campi di gara la subcultura machista dei college, l’esuberanza sopra le righe di un Paese in ascesa, l’insofferenza per il conformismo della vecchia Europa. Anticipavano anche gli eccessi e la fragorosità esibizionistica del tifo sportivo che avrebbero presto contagiato la compassata Inghilterra vittoriana. Messo di fronte al rischio di una mutazione genetica dell’ideale olimpico, Coubertin corse ai ripari. Richiamò la delegazione Usa invitandola a comportamenti più consoni sforzandosi persino – forse senza troppo convinzione – di ridimensionare la portata del risultato agonistico. “Importante è partecipare”, appunto. Chissà se ci credeva davvero…

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Una narrazione e un po’ di fantascienza

L’olimpismo si darà però presto una narrazione pubblica, alimentata anch’essa in buona misura dalla vulcanica sensibilità culturale del suo ispiratore. A tenere a regime l’imponente macchina organizzativa del Comitato Olimpico Internazionale, che porta ancora impresse le stimmate della sua genesi sociale, provvederà invece un dimenticato aristocratico piemontese. Il primo segretario del neonato Cio è il conte Eugenio Giulio Maria Brunetta d’Usseaux. Rampollo di una famiglia decaduta dell’aristocrazia sabauda, sarà grazie al suo lavoro paziente se la visione del barone prenderà presto un’efficace e persino anticipatrice forma organizzativa.

La narrazione decoubertiniana si nutrirà però di una gamma variegata di umori, gusti, sensibilità artistiche e letterarie. Quando Jules Verne racconta nel Giro del mondo in 80 giorni – pubblicato nel 1873 – la grande scommessa di Phileas Fogg, ad esempio, dà veste a quell’entusiasmo positivistico per la tecnica che rendeva possibile immaginare l’impresa più folle di sempre in una forma che allude al record sportivo. Fogg vincerà la scommessa sul filo dei minuti e l’epilogo del racconto renderà percepibile alla platea, vastissima, dei lettori l’esistenza di un “tempo universale” che presenta la sagoma delle mongolfiere e dei primi transatlantici. È Verne, insieme a un regista come Georges Méliès – che nel 1902 realizzerà il suo pionieristico film  Viaggio nella Luna -, a mettere in circolo a scala di massa l’entusiasmo positivistico per i progressi della tecnica. Sta nascendo un prodotto culturale che incarna lo spirito del tempo, nutrendosi di ingredienti non diversi da quelli che alimentano la cultura sportiva del risultato e l’etica del Citius Altius Fortius. Parliamo della fantascienza a cavallo di XIX e XX secolo, così sideralmente lontana non tanto dalla rappresentazione apocalittica del futuro e dalle intenzioni politico-pedagogiche della coeva Guerra dei mondi di Herbert George Wells (1897), quanto piuttosto dalla versione radiofonica della stessa storia proposta da Orson Welles nel 1938, che descrivendo un’immaginaria invasione aliena gettò nel panico milioni di ascoltatori. Mi sembrano due date simbolo dell’associazionione che si è istituita. L’opera di Wells, sepolta dal successo del concorrente Verne, vede la luce all’indomani delle prime Olimpiadi del 1896. La geniale (e irresponsabile) improvvisazione radiofonica di Orson Welles va situata a poca distanza dalle Olimpiadi di Berlino del 1936. È l’arco temporale che congiunge  Atene, dove si esprime la profezia pacifista di Coubertin, a Berlino1936, quando la militarizzazione nazista dell’evento sportivo annuncia l’idea hitleriana di globalizzazione. Occorrerà perciò ritornare agli elementi culturali e ai contesti politici in cui matura l’avventura olimpica del Novecento, forse la più compiuta e convincente allegoria della globalizzazione. Un movimento che incontrerà presto le sue figure esemplari, i suoi eroi eponimi e anche, come si spiegherà, un’interessante galleria di personaggi suggestivi. Quelli che un grande storico medievalista, Johann Huizinga, descriverà nel suo Homo Ludens, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, come “i bari e i guastafeste” nel tempo della modernità matura. Un tempo abitato da storie e personaggi esemplari che cercheremo di raccontare.

NICOLA PORRO