IL PRINCIPIO DELLO STATO BENEVOLENTE

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Fu agli inizi degli anni’60.

 La  prima“congiuntura”della nostra generazione rallentava una crescita tumultuosa, quella crescita che aveva segnato il passaggio italico  al modello fordista. Una crescita molecolare, discontinua. Piena di grandi slanci, idee innovative, risvegli di animal spirits dopo decenni di letargo e di drammi inauditi. Ma che esibiva  anche  lacerazioni del tessuto sociale  che lentamente caricavano la società di energia potenziale che presto avrebbe trovato modo di tradursi in disordini drammatici.

La politica economica si ispirava ad un nome nuovo. Perlopiù sconosciuto. Dopo gli anni dell’autarchia e del risentimento verso la “perfida Albione”, le idee di un inglese sembravano essere le linee guida di una rinnovata politica economica.  Per la prima volta faceva irruenza, nello stantio clima delle Università di Economia, il nome di Keynes.

E fu subito consenso. E la politica si fece keynesiana, of course.

L’Italia come tutti i Paesi occidentali adottarono il nuovo credo. E’ la stessa produzione, dunque l’offerta, a creare quella domanda di prodotti che l’offerta stessa diffonde sui mercati. E se l’incertezza, punto sostanziale del sistema, frena la propensione all’investimento creando una domanda effettiva inferiore all’offerta, sarà la spesa pubblica a porsi quale volano essenziale per riequilibrare il tutto.

 Maggior eresia non si poteva pronunciare alle orecchie della fede liberista ( eccezion fatta per la totale pianificazione dell’economia, argomento contro cui Keynes tentava con tutte le forze di opporre il suo sistema alternativo). Un eresia ancor più cocente perché pronunciata da un membro della èlite di Cambridge. Socializzare gli investimenti, ridistribuire il reddito prodotto? Semplicemente una volgare blasfemia!

Attenzione: l’azione di ridistribuire non è tanto un problema che promana dalla equità (esigenza sentita da molti e certo presente nei desiderata dei politici) ma è, soprattutto, un argomento squisitamente economico basato sul fatto che il sistema non può funzionare se la domanda di consumi non si sostiene. Di fronte ad un collasso per mancanza di potere d’acquisto si rende necessario un aumento della propensione al consumo! Uno Stato benevolente necessitato ad esser tale. Comunque, un passo avanti di non poco conto a fronte dell’individualismo liberista.

Il “welfare state”entrava in scena, dunque, inorridendo l’ortodossia liberista: se un ricco vuole aiutare un povero, non ricorra ad elemosine a capriccio, sia pur con operose Fondazioni, ma si limiti a pagare le imposte “progressive” di sua competenza!

Non andiamo oltre il meccanismo del modello keynesiano, ben conosciuto da ogni studente di Economia del globo, ma soffermiamo la nostra attenzione sui punti si sostanza che caratterizzano l’opera di Keynes.

La conoscenza umana è sempre imperfetta e lungi dall’essere immaginata come la sede della perfetta razionalità, come vuole la teoria liberista, è gravata da incertezza. Questo è il cuore del sistema keynesiano!

In condizioni di ignoranza ed incertezza, l’attore economico agisce attribuendo un grado di probabilità alla riuscita delle sue azioni. Probabilità tutta “soggettiva”(a differenza della probabilità “frequentista”) che si riversa, in caso di diffuso pessimismo, sul mercato creando malfunzionamento, clima avverso, stagnazione, rinuncia all’acquisto, rinuncia, soprattutto, ad investire. Il mercato, dunque, contribuisce ad incrementare il grado di instabilità rendendo evanescente ogni “mano invisibile”. Un concetto che capovolge l’ideologia liberista.

Il sistema capitalistico, specie negli anni del crescente sviluppo degli anni dal ’50 al ’70, è diventato via via sempre più rigido (ad esempio: la forza crescente dei sindacati ha frenato ogni aggiustamento al ribasso dei salari). Di fronte ad un tale cambiamento (la rigidità) come si può pensare di lasciar agire il mercato  senza intervenire con azioni concertate di politica economica? Il mercato lasciato libero inibisce le libertà individuali, quelle stesse libertà che il liberismo vuole difendere a tutti i costi! Questo, dunque, il pensiero di Keynes.

Un’ultima annotazione su Keynes.

E’ ben nota la tesi di Gramsci circa  il fordismo quale risposta efficace, ma contingente, ad evitare la “caduta tendenziale del saggio di profitto”. La socializzazione degli investimenti ed il ruolo strategico del deficit spending della politica keynesiana del dopoguerra e degli anni del “boom”si è posta come la continuazione del fordismo, in veste aggiornata. Il fordismo, dunque, non era la punta estrema della lotta per evitare la caduta del saggio di profitto: il capitalismo aveva ancora un arma ulteriore da esibire.

 Questa’arma (la politica keynesiana) ha comunque assicurato un periodo di stabilità e prosperità per oltre sessantanni.

Ma, allo stato attuale, la globalizzazione ha scardinato tutto questo.

Lo ha scardinato perché la “logica dei due tempi”non può più funzionare. Quella logica secondo cui prima si produce la ricchezza (efficienza del mercato)  poi lo Stato interviene a ridistribuire (sostenibilità del sistema mescolata ad equità). Ma come può ancora funzionare una tale logica quando si è spezzato il nesso fra produzione e territorio? La politica della ridistribuzione, prima dell’avvento della globalizzazione, poteva agire perché esisteva un legame fra impresa e cittadinanza che permetteva al terzo attore, lo Stato, di colmare le disuguaglianze. Allo stato attuale, la globalizzazione, con la sua inesorabile delocalizzazione, ha annichilito questa grande anima  keynesiana che aveva, come si è detto, lo scopo di far coincidere gli interessi dell’impresa, della cittadinanza, dello Stato.

La sostenibilità del welfare state è diventato un problema di ardua soluzione.

  Il trilemma tra globalizzazione, sovranità, welfare state non può essere risolto dalla “buona volontà” dei policy maker. Il trilemma, di cui stiamo parlando, è una sorta di sistema di equazioni con tre incognite e due equazioni: in pratica le tre incognite non possono essere risolte simultaneamente.

Riprendendo le riflessioni gramsciane sul fordismo potremmo dire, come concetto finale, che ciò che si manifesta è una caduta tendenziale del saggio di profitto in una versione diversa dalla formula marxiana ma non meno allarmante: una disoccupazione strutturale (non congiunturale!) ovvero il nuovo aspetto del capitalismo odierno. In estrema sintesi: troppi prodotti, poco lavoro!

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Il “principio mercato” ha fallito (nel senso, ovviamente, delle attese liberiste in termini di efficienza, non certo in termini di dominio effettivo).

Il “principio ridistributivo” è in crisi.

I due principi regolativi che hanno fondato l’evoluzione dell’economia in un lungo arco temporale sembrano essere affetti da serie criticità. E’ una situazione irreversibile?

Esiste un “principio speranza”che si insinui fra i due acquisendo i pregi degli stessi ma evitandone le negatività?

Potremmo far nostro,  il giudizio di Max Weber secondo cui il sistema capitalista, visto secondo una dimensione storica di largo respiro, è portato a risolvere non i bisogni degli individui, in quanto bisogni avvertiti, ma è destinato a risolvere solo i bisogni dotati di capacità d’acquisto?

Quanto spazio ha l’utopia in un mondo economico come questo?

Proveremo a vedere, nel prossimo intervento, quanto spazio abbia una tale alternativa fondata sul “principio speranza”.

CARLO ALBERTO FALZETTI