Il miele, l’assenzio e lo spazzolino da denti.

Ovvero: riflessione sconclusionata sulla narrativa “leggera” e sul suo valore.

di FEDERICO DE FAZI ♦

Voglio avvisarvi che, da scrittore di narrativa leggera e d’evasione quale sono, affronterò questa riflessione con assoluta leggerezza, definendo come “leggera” tutto quell’insieme di generi letterari (fantascienza, fantasy, avventura e così via) che sono destinati ai lettori giovani o desiderosi di svago e che, un tempo, erano relegati a riviste dalla carta poco pregiata.

Al giorno d’oggi questo tipo di racconti ha subito un avanzamento di dignità non indifferente ed è sempre di più giudicato degno di essere inserito in quella che si definisce Letteratura con la L maiuscola.

Allo stesso tempo, però, uno scrittore di narrativa fantastica, d’evasione o, usando il termine più generico possibile: “leggera”, si trova spesso relegato, indipendentemente dalla sua abilità letteraria, a un ruolo di secondo piano rispetto alla grande quantità di autori che sfornano ogni anno saggi o testi di narrativa ambientati nel nostro vecchio e logoro mondo. Ecco, non me la sento adesso di smentire questo luogo comune. Anzi credo che, scrivendo questo mio testo, non possa che confermarvi l’inferiorità di chi, come me, scrive per viaggiare verso nuovi e fantastici mondi.

Ma ora sarebbe meglio cominciare.

Benché non sia un grande estimatore dell’opera di Robert A. Heinlein (tra i più influenti autori di fantascienza del secolo passato), vorrei iniziare questa riflessione parlando di un suo intervento di mediazione tra i fautori della fantascienza di tipo “spaziale” e quella di tipo “sociologico”. Per intenderci: Star Trek contro 1984.

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Purtroppo la mia fonte (il retro di copertina di un ingiallito numero di Urania) non dice né il luogo, né l’anno in cui l’intervento sarebbe stato fatto. Tuttavia, orientandomi tra alcune citazioni, posso immaginare (ma è solo una teoria) che l’episodio debba essere avenuto durante i primi anni ’70.

Ad ogni modo, stando sempre all’ammuffito retro di copertina di cui ho già parlato, le parole del noto autore furono che la fantascienza sociologica era <<Più saldamente ancorata al nostro mondo…>>. Ma detto ciò  l’autore si interruppe e, sospirando, pronunziò il suo verdetto: <Il nostro mondo è vecchio e logoro. Meglio andare a cercarne un altro!>.

A questo punto potrei disquisire sulla notevolissima (nonostante i mei gusti personali) opera di Heinlein, nella quale infiniti mondi e viaggi interplanetari si compenetrano con tematiche all’epoca scottanti, quali lo sperimentalismo politico di forte impronta socialista e allo stesso tempo individualista e la libertà sessuale. Per non parlare della grande attenzione alle tematiche religiose, che definirei degna di un esegeta.

Ma Heinlein, dico la verità, non mi ha mai fatto impazzire e alla sua grandiosità preferisco lo stile scarno e matematico di Asimov, se devo scegliere. Quindi non mi voglio dilungare tanto su di lui e, dato che parlando di Asimov finirei per ripetere molte delle cose già dette, salto di palo in frasca e parlo di un premio Nobel per la letteratura.

Se Umberto Eco avesse vinto il premio Nobel (e secondo me, nel 2006, lo meritava più di Pamuk), avrei senza dubbio parlato di come questo grande e recentemente compianto autore fosse maestro di come mescolare narrativa e intrattenimento a nozioni accademiche altrimenti troppo impegnative da assimilare per chi non è proprio un esperto di semiologia o che magari non sa nemmeno “semiologia” che voglia dire.

Tuttavia Eco non vinse il premio Nobel, che invece andò al molto più politicizzato Pamuk. Ma se mi soffermassi un altro po’ su questo argomento, credo che perderei il filo già esile del mio discorso e andrei a infilarmi in un ginepraio assai spinoso.

Quindi parlerò di un premio Nobel che divenne famosissimo per aver raccolto e adattato storie popolari per bambini e ragazzi (la narrativa leggera per eccellenza) attribuendosene, da bravo colonialista britannico qual’era, la completa paternità: Joseph Rudyard Kipling.

Nella narrativa per bambini e ragazzi (ma anche nella narrativa “di evasione”), Kipling fu un vero rivoluzionario e un pioniere. Oltre ad essere considerato un genere di secondo (se non terzo e quarto) ordine, la letteratura per l’infanzia, l’adolescenza, e di evasione più in generale, era relegata a due tipi di opere: le favolette morali scritte da maestrine di cui si è persa fortunatamente la memoria, oppure racconti sconclusionati ed erratici (un po’ come questa dissertazione) di sventurati autori che, tenuti per il collo dai loro editori, producevano senza sosta interminabili racconti a puntate di viaggi e avventure senza un obiettivo preciso.

La dicotomia che ho appena fatto è, lo riconosco, lapidaria e semplicistica. Ma io rientro nella categoria di quelli che scrivono opere sconclusionate ed erratiche, quindi non me ne vogliate se a questo ci aggiungo anche un po’ di faciloneria.

Voglio però dare onore a quattro autori tra quelli che riuscirono a cantare fuori da questo coro bitonale. Il primo è Lewis Carroll che, con i suoi racconti di Alice, faceva critica e parodia delle favolette moraliste di cui sopra. Il secondo è Carlo Collodi,  che fece una cosa simile con Pinocchio, salvo poi farsi imporre dall’editore lo stucchevole finale che noi tutti conosciamo e, diciamoci la verità, apprezziamo.

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Viene poi Jules Verne, che invece ebbe la fortuna di poter imporre agli editori tempi e modi di pubblicazione, cosa che gli consentì di curare le sue opere a tal punto da renderlo un profeta della tecnologia che si sarebbe sviluppata nel secolo successivo ma, dal punto di vista letterario, non sento di attribuirgli grandi meriti.

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Un maggiore merito letterario e una fortuna decisamente minore la ebbe invece il nostro Emilio Salgari, il quale era famoso per saper raccontare, senza uscire da Torino, avventure nei luoghi più esotici della terra.

immagine-articolo-indiaSe è pur vero che con i se e con i ma non si fa la storia, io continuo a pensare che, se al padre di Sandokan fosse stata concessa la possibilità e il tempo di curare maggiormente le sue opere, oltre a uno scrittore suicida in meno, la letteratura italiana avrebbe potuto vantare romanzi dal grande valore non solo letterario ma, forse, anche politico.

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Purtroppo però l’Italia è sempre stata piuttosto sfortunata in questo senso. Basti pensare all’influenza castrante che ebbe sulla nostra cultura Benedetto Croce, il quale sosteneva con veemenza che la letteratura artistica non potesse essere rivolta a chi non possedesse già una sua maturità intellettiva o culturale (immagino che mentre parlava Lucrezio, Dante, Ariosto e tanti altri grandi si stessero rivoltando nella tomba).

Ma torniamo al nostro Rudyard, che riuscì nell’impensabile: coniugare il messaggio morale ed educativo all’avventura più esotica e sfrenata che all’epoca un europeo potesse concepire.

Le sue storie di Kim, di Mowgli, e di altri indimenticabili personaggi, sono ambientate in mondi lontanissimi, dove il pericolo è sempre in agguato, ogni ombra ha un suo segreto e ogni raggio di luce rivela una meraviglia. I protagonisti di queste storie crescono in questo mondo imparando valori che vanno al di là del semplicistico “comportati bene e dài retta ai grandi” insegnato dai vecchi moralisti, ma imparando ad essere persone significative e autonome del mondo che abitano. C’è un messaggio potente nelle sue opere, che non viene per nulla offuscato dal fatto che la narrazione fa letteralmente volare via il lettore dal grigiore della sua Inghilterra vittoriana (se non è evasione questa!).

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Ecco quindi che il racconto di evasione può divenire, nelle mani dell’autore meritevole, la più potente delle armi narrative,  consentendo all’autore in questione di veicolare qualsiasi messaggio egli voglia, sia esso politico, pedagogico o anche semplicemente culturale e nozionistico, catturando il lettore e imprimendo a fuoco nella sua mente conoscenza e morale con il marchio indelebile della meraviglia (vogliamo scomodare Giordano Bruno sul discorso che un ricordo è più duraturo se associato a un forte sentimento? Meglio di no, ché poi mi dilungo).

La letteratura moderna, anche grazie al già citato Eco, ha imparato a guardare con deferenza e rispetto quella narrativa ludica e di “evasione” (indipendentemente dalla fascia di età a cui e rivolta) la quale, con l’umile pretesto di voler sorprendere e divertire può, a volte molto subdolamente, passare messaggi profondi e importanti, a volte scomodi, se non addirittura pericolosi. E il bello è che questo genere letterario non ha solo effetto sulle menti in crescita, ma spesso vanta un’efficacia perfino maggiore sui pensieri e le opinioni degli adulti.

Ma forse è meglio concludere. Quello che voglio proporre adesso è di consentirmi di raccontarvi una storia. Questa storia apparirà a breve su una rubrica di questo blog e si svolgerà in diverse puntate, più o meno come avveniva con i racconti di appendice all’epoca della carta stampata.

La storia sarà ambientata in un mondo fantastico da me inventato, che potrebbe ricordare come epoca il tardo medioevo, e vedrà muoversi in una città mercantile maghi, accademici, briganti e soldati. Spero che la storia vi diverta e spero vi distragga. In altre parole: spero che vi piaccia.

Non me ne voglia uno dei miei scrittori preferiti (a cui io non sono degno neanche di sciogliergli i lacci dei calzari), ma anche la mia storia, come la sua, inizia in una selva buia, dove la strada sembra perduta e feroci fiere terrorizzano e minacciano lo sventurato viandante che osa avventurarvisi…

FEDERICO DE FAZI