LA CITTÀ VECCHIA.

di LEONARDO CAPRIO

Io me le ricordo le finestre occhieggiare, tagliate di sbieco dalle luci della tramontana.

Mi ricordo le mura variopinte delle case che scoprivano la pietra, dove l’intonaco non riusciva a tenere.

Mi ricordo il profumo sopra la puzza del pesce, certe mani callose, certe bocche di vecchi.

Gli avanzi del dopoguerra, la seconda generazione, gli invisibili inghiottiti da una miseria anacronistica.

Oggi ne puoi vedere alcuni distrattamente vagare, magari esibirsi in pose presunte belle, presi a fiutare – alla stregua di cani – il tartufo più prezioso: l’aperitivo ghettarolo.

Non lo sanno, oppure se lo sono voluti scordare che erano figli e nipoti di padri e nonni bevitori di Campari a mezza mattinata, a voler esser buoni.

Io, invece, mi ricordo di loro e di me, nei dettagli meno nobili, nei tratti più incerti e miserabili del profilo.

Le offese, le bestemmie, le botte quotidiane, i quarantenni già vecchi nei segni del viso e delle mani, nei modi e nelle parole di un paese perduto e lontano, i consigli, l’apologia di quella quasi violenza tiepida e buffa che oggi qualcuno confonde col bullismo e che ancora, un quarto di secolo fa o poco meno, valeva da “scola de vita”.

Non m’è mai servito di chiudere gli occhi per volgermi indietro e recuperare la mia storia, perché ho tutto davanti, qui, con me, su di me, come fosse oggi.

Rivedo gli occhi placidi e lunghi di mio nonno quando m’accomodava davanti alla sua poltrona per infarinarmi di cose gravi e leggere, di storie di guerra, d’eroi borghesi, di fucilate partigiane, letteratura russa e rosse bandiere ed anche, udite udite, poesia stilnovista, sonetti romaneschi e Dante.

Dante, quel Dante.

Sono una spugna imbevuta di quest’acqua, cresciuto a pane e sanpietrini, fra la puzza delle alici nei bidoni oleosi dei magazzini, tra la piazza e via Granari, tra la divina Commedia e le bestemmie degli ultimi tossici, con le prediche, alla chiesa della Morte, d’un prete buono e presto esiliato nella sperduta Gallura, con le ceneri di Gramsci e le macerie del muro di Berlino.

Ecco, l’essere nipote di mio nonno, a piazza Leandra, mi conferiva un patentino speciale, un passepartout per aprire, di prepotenza, tutte le porte e siccome il sangue non mente, buono o meno che sia, una volta, con mio cugino, facemmo esplodere un meraviglioso ordigno – rigorosamente artigianale – in quella bella “Taberna” che oggi si candida a regina indiscussa del vino d’autore e della vita notturna.

Ci fu pure un tentativo di rimprovero, mi pare, di qualche figlio di napoletano e siciliano che nostro nonno, davvero, aveva salvato dalla fame a forza di spese a credito, comodissimo credito, senza fretta e senza interessi e tante, troppe volte senza alcuna speranza di vedere un baiocco.

Per questo il rimprovero era sempre sottotono, mai coerente con la favella ruvida di quella gente tanto buona e tanto modesta. Eravamo “Caronti”, figli e nipoti della resistenza, di individualisti anarchici e di anti-fascisti condannati al confino e le cui gesta, qualche buona mente, solamente da poco ha riesumato dagli archivi degnandole della giusta attenzione.

Caratteri spigolosi, schietti, lingue appuntite e mani lunghe come pale, gente che fa prima cagnara e dopo ti saluta. Semmai.

Sono il frutto di tutti questi curiosi contrasti che mi rincorrono e mi sorridono, in modo più o meno buono, finché non finirà.

C’è da accettarsi, nei limiti e negli eccessi, se si è della mia razza.

L’ho sempre saputo chi ero io, pure quando nei movimenti romani si parlava di invertire tendenze, di intraprendere azioni propulsive e favorire discontinuità culturali e mi pareva d’essere una curiosa isoletta, popolata di strani mostri e fiori, in mezzo a quel mare magnum di antropologi, sociologi, politologi e pure con qualche coglione, ce lo possiamo anche dire, ora che siamo cresciutelli.

Sarà che m’hanno svezzato comunisti di un’altra pasta, con più dolori e meno deliri, così, in scioltezza, con la mezza mortazza accanto a quel busto di Lenin che un compagno portuale ci aveva portato in dono dalle lontane Russie.

Si resiste, insomma, riponendo nel cassetto il fioretto e con la sciabola ben stretta nel pugno, in attesa che cambino i tempi e senza troppe acrobazie. La logica, più del buon senso, ci avvisa che verranno stagioni migliori.

Leggenda vuole che il pesce, in tempo di guerra, si vendesse un soldo al piatto.

Le cose stanno così, nella città vecchia.

LEONARDO CAPRIO

 

Immagine titolo: Il mercato del pesce – Vincenzo Irolli