MIO FIGLIO SI CHIAMA FACEBOOK: storia di genitori e pagnotte.

di ELISABETTA APPETECCHI ♦

Crescere un Facebook da soli è impegnativo: richiede costanza, coerenza, impegno, tempo e per i più esigenti anche denaro. Denaro perché su Facebook c’è chi si occupa di pagine per cause più o meno serie e può capitare che il social chieda dei soldi per mettere in evidenza i contenuti, in modo da raggiungere il maggior numero di lettori possibile.

A noi utenti non resta che sperare che tali gestori di pagine siano ricchi quanto tenaci, ma soprattutto che meritino di essere l’uno e l’altro, investendo in buoni contenuti e informazioni veritiere.

La coerenza di chi gestisce una pagina è quasi dovuta, almeno nel rispetto di chi ne fruisce.

Per chi gestisce un profilo personale il discorso è differente: parliamo di milioni di individui che quotidianamente badano alla propria creatura e ne verificano la crescita attraverso il novero dei “mi piace” o semplicemente se ne compiacciono come gli adolescenti col diario delle superiori.

Esigere coerenza da un profilo privato Facebook significherebbe esigerla dall’individuo che lo cura: una coerenza per cui l’essere umano non è ancora pronto, perché da groviglio di carne e ossa qual è pensa sempre di dover acchiappare al volo ogni pensiero finché ce n’è, per poi schiaffarlo sulla propria bacheca tanto per dimostrare che il bambino è in salute, prosit.

Può capitare che questa paternità ostinata dia anche i suoi frutti per una, due, tre, trentaquattro volte di seguito, generando notevoli aspettative in chi abitualmente legge: “ma che bel bambino hai cresciuto”, “che vorrà diventare da grande?”. È la prassi. Così si diventa affidabili o semplicemente apprezzabili nel divulgare determinati contenuti possibilmente in bella forma. E tutti ne leggono, tutti se ne congratulano, come con una grande promessa dei social.

A volte però – umana debolezza! – la mamma o il papà tornano stanchi da lavoro: ecco che la trentacinquesima volta osano pubblicare un pensiero di troppo, non del tutto in linea con quanto finora servito con camice e guanti bianchi al reparto freschezza in quel grande supermercato che è Facebook.

Nemmeno due minuti di attesa e già ecco gli avventori, rigorosamente senza numeretto, ma pronti con il dito puntato e la faccia rugosa da tacchini induttivisti a sostenere che il pane servito con il camice bianco ha invero un sapore leggermente diverso da quello dell’ultima volta, quello offerto alla svelta con il grembiule rosso della sagra del carciofo.

E allora giù con domande e accuse sul perché il camice sia cambiato, noncuranti della ghiotta e sempre valida possibilità di potersi comprare la farina e assemblarsi da soli la pagnotta perfetta su piatti d’argento, una volta arrivati a casa.

I bravi genitori ci mettono il nome; si prendono le responsabilità del proprio Facebook e, auspicabilmente, di ciò che scrivono. Quando poi gli riesce di rilassarsi, ecco che i figli imparano a dire le parolacce o a lanciare le molliche di pane sui commensali radical chic. Succede.

Resta da stabilire, per una futura battaglia di palline di pane, se fanno più male quelle dei panini presi al bancone o quelle radical chic delle pagnotte mai sfornate.

ELISABETTA APPETECCHI