SOCIETÁ: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 6)

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 6:UNA SOCIOLOGIA DEL POTERE

 

Il potere?…far fare ad altri ciò che non farebbero spontaneamente…

Un rapinatore, puntandomi una pistola alla schiena, mi costringe a consegnargli il portafoglio.

Un portalettere mi recapita l’ingiunzione di pagamento per una tassa non versata.

Esco di casa sotto la pioggia perché ho dimenticato di acquistare le figurine che avevo promesso al mio nipotino.

Un seducente spot pubblicitario mi induce a comprare un nuovo dopobarba senza che abbia finito di consumare il vecchio.

Cos’hanno in comune queste quattro situazioni così diverse? Soltanto il fatto di configurare una relazione in cui sto subendo un potere. Sto facendo cose che non avrei fatto spontaneamente.

La domanda che scaturisce è dunque: perché obbediamo? Nel primo esempio obbediamo sotto la minaccia di una violenza che potremmo subire. Se però ci accorgessimo che la pistola usata contro di noi è un innocuo pezzo di legno brandito da un tizio più debole e impaurito di noi, o se il rapinatore fosse costretto alla fuga per l’arrivo di una volante,  quel potere si dissolverebbe immediatamente. La violenza, o la minaccia della violenza, costituisce sempre un potere effimero, esercitato in via transitoria e subìto dalla vittima come un sopruso. Non possiede legittimità e non prefigura una forma di autorità.

Lo Stato possiede invece un’autorità impersonale ma legittima. In forza della quale un suo addetto ci richiama al dovere – probabilmente non gradito, come il pagamento delle tasse – di rispettare un obbligo che discende dai diritti e dai doveri della cittadinanza.

Il bambino che ci induce, magari a dispetto delle nostre convinzioni pedagogiche, a soddisfare un suo desiderio o un suo capriccio, non ricorre a minacce o sanzioni. Il potere che esercita su di noi consiste puramente nell’affetto che ci lega e che ci impone di risparmiargli una delusione. Costituisce cioè un’obbligazione morale che discende da una relazione affettiva intensa e personale.

Una pubblicità commerciale, a sua volta, non possiede alcuna autorità istituzionale e alcuna legittimità sociale. Non esige da noi obbligazioni morali ma ci seduce o ci influenza attraverso forme di persuasione (anche occulta) capaci di generare in noi il desiderio di ciò che non ci serve.

In breve: siamo costantemente immersi in relazioni di potere ma la nozione è assai meno facile da definire di quanto non sembrerebbe al senso comune.

 

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 Parole chiave

Abbiamo intanto isolato alcune parole chiave: autorità/autorevolezza, legittimità/legittimazione, influenza/seduzione. In particolare, abbiamo osservato come il potere che deriva dalla violenza non possieda legittimità, mentre le istituzioni esercitano un’autorità che riconosciamo come legittima perché si ritiene sia al servizio di un interesse collettivo. Non a caso, una pistola che sporge dalla fondina di un poliziotto in servizio non infonde in noi la stessa paura che ci provocherebbe imbatterci in uno sconosciuto armato per le scale di casa. La divisa del poliziotto garantisce che userà l’arma solo in maniera legittima e per pubblica utilità.

Filosofi di diverso orientamento, come Thomas Hobbes (1588-1679) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), ci hanno spiegato come lo Stato moderno nasca da una sorta di patto non scritto fra cittadini e istituzioni che prevede la tacita ma esclusiva delega a queste ultime a esercitare in nostro nome il monopolio della violenza legittima. La difesa nazionale e la tutela dell’ordine pubblico interno possono richiedere il ricorso alla violenza, legittima e impersonale, da parte di corpi armati specializzati. Così come il diritto naturale dei singoli alla libertà può essere limitato dalle sentenze di un’istituzione specializzata e tenuta a una totale neutralità, come la magistratura, che con proprie sentenze può disporre la carcerazione o altre limitazioni dei diritti personali degli individui in  nome del superiore interesse della collettività. Solo così, rinunciando alle logiche della difesa individuale, della vendetta personale o di clan, del ricorso alla giustizia “fai da te”, si può contrastare il rischio della disintegrazione sociale presente nella possibilità della guerra di tutti contro tutti, il bellum omnium contra omnes descritto nel Leviatano dalla filosofia politica di Hobbes. Si comprende subito come tutto ciò rinvii a un principio condiviso di legittimazione: chi può usare la forza in nome di tutti? In quali circostanze? Con quali limiti?

La riflessione ci porterebbe molto lontano, sconfinando nella storia e nella filosofia del diritto e chiamando in causa alcuni ambiti specializzati delle scienze umane e sociali. Sotto il profilo strettamente sociologico questa problematica ad ampio spettro ci consente però di fissare un primo punto fermo.

Il potere è per la sociologia un oggetto di analisi bidimensionale. Può cioè riferirsi tanto a una relazione quanto a una struttura. Se lo osserviamo in quanto relazione ci appare qualcosa di fluido e sostanzialmente neutrale. Il potere, secondo Talcott Parsons (1902-1979), circola nella società come il sangue nel nostro organismo o la moneta in un sistema finanziario. Ed esattamente come il sangue o la moneta è indispensabile al funzionamento del proprio sistema di riferimento, che è appunto il sistema sociale. Per questo il sociologo nordamericano, uno dei massimi esponenti del pensiero struttural-funzionalista, riteneva che la nozione di potere andasse sottratta a qualsiasi valutazione di natura etica, filosofica o politica. A suo parere non avrebbe senso “giudicare” il potere: la sua funzione non è surrogabile. Possiamo inorridire di fronte al suo esercizio da parte dei regimi totalitari o denunciare gli abusi presenti anche nel più esemplare dei regimi democratici. Non possiamo però neppure immaginare un ordine sociale che non sia governato da una ragnatela di poteri gerarchicamente e funzionalmente connessi. Questa dimensione relazionale è anche dominante nell’analisi a scala micro, come nei casi descritti dell’obbligazione morale che discende dall’affetto o dell’influenza della suggestione e della seduzione da parte della pubblicità commerciale.

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Gli idealtipi: il potere tradizionale

Se invece assumiamo la prospettiva del potere come struttura, dovremo adottare un approccio radicalmente diverso. Ogni struttura possiede infatti una consistenza morfologica, un profilo empiricamente ricostruibile (leadership, organigrammi, linee di comando) e una legittimazione che discende da fattori variabili ma rigorosamente accertabili, come il consenso elettorale o il possesso di pacchetti azionari. Ogni struttura di potere è tendenzialmente a somma zero. In un sistema politico democratico a ogni elezione mutano i rapporti di forza fra i partiti, ma in una qualunque assemblea elettiva i partiti vincenti guadagneranno un numero di seggi esattamente uguale a quelli persi dai loro avversari. Rastrellando azioni di una determinata società quotata in borsa un finanziere può scalare una società che gli interessa e modificare a proprio vantaggio la composizione del consiglio di amministrazione, senza alterare gli assetti legali e patrimoniali della società stessa. È intuitivo come, in questo caso, la pretesa dei funzionalisti di sottrarre il potere a un giudizio di valore sia del tutto insostenibile. La trasformazione dei rapporti di forza, di consenso e di influenza porta con sé una valutazione di come e per quali obiettivi quel potere venga gestito, distribuito e socializzato. Per Max Weber, del resto, la storia e la sociologia non sono altro che strumenti per rappresentare, descrivere e interpretare, attraverso l’analisi comparata di casi concreti (individualismo metodologico), i processi di potere che caratterizzano ogni civiltà umana e ne spiegano le differenze. Il sociologo tedesco si è perciò cimentato, in coerenza con la sua formazione scientifica e i suoi interessi di ricerca, con la definizione di quelli che ha battezzato idealtipi del potere politico. Ai suoi occhi, come si è detto, ogni forma di potere deriva da una legittimazione che, a sua volta, configura un tipo diverso di autorità. Per semplificare al massimo, possiamo distinguere secondo Weber (1922) tre tipi di autorità che legittimano un potere.

La prima forma di autorità-potere si associa immediatamente al caso delle dinastie regnanti. Nelle casate reali o nei sistemi aristocratici il potere si trasmette di padre in figlio secondo un ordine predefinito e difficilmente modificabile. È quello che chiamiamo potere dinastico, o meglio tradizionale, perché ricava la propria legittimazione dalla forza consolidata della tradizione. È solitamente riferito a esperienze storiche remote nel tempo, ma nella sua versione non assolutistica è sopravvissuto anche in moderne democrazie europee – dalla Gran Bretagna alla Scandinavia, dai Paesi Bassi al Belgio e alla Spagna postfranchista -, non di rado a maggioranza parlamentare progressista. L’idealtipo dinastico può essere applicato, per estensione, alle grandi famiglie mercantili e imprenditoriali della modernità industriale (i Rockfeller, i Krupp o, in Italia, gli Agnelli, i Pirelli, gli stessi Berlusconi ecc.). Pur affondando radici nei primordi delle civiltà umane, l’archetipo dinastico-tradizionale si è in qualche modo adattato al mutamento sociale conservando quella forma di legittimazione che riposa sulla continuità nel tempo e sulla forza rassicurante della tradizione.

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Razionalità e carisma

Se il potere dinastico-tradizionale, per definizione personale e trasmissibile per via ereditaria, si legittima in base alla continuità, il modello che Weber chiama legal-razionale privilegia invece la razionalità, propria delle culture modernità industriale. Esso si associa inevitabilmente a una precisa funzione ed esige il possesso di capacità professionali orientate allo scopo. La funzione è insomma esercitata da singoli individui ma – a differenza del modello tradizionale – è di natura impersonale.  Può essere trasferita, modificata o soppressa in relazione a esigenze mutevoli ma non può mai derogare dal principio della competenza tecnica o amministrativa. È il caso della selezione per titoli o per concorso dei funzionari pubblici che si impegnano a sacrificare i propri interessi personali alle ragioni dell’interesse collettivo. L’etica del funzionario pubblico – che proibisce severamente e anche in forma penale “l’interesse privato in atti di ufficio” – rappresenta per Weber la quintessenza dello Stato nel tempo della modernità. Ad essa si contrappone l’etica dell’imprenditore, legittimato solo dal successo e autorizzato a perseguirlo a proprio beneficio con tutti gli strumenti consentiti. Analogamente, nei sistemi di democrazia rappresentativa, sono procedure pubbliche, come il voto popolare, a definire, in base a un criterio certo e misurabile, le gerarchie di potere e di responsabilità. È la quantità dei suffragi ottenuti che conferisce agli eletti un’autorità coerente, anche qui, con una specifica razionalità di scopo: garantire il governo di una comunità. La burocrazia amministrativa dello Stato, selezionata per competenze, e il ceto politico legittimato dal voto, costituiscono le due facce del potere legal-razionale.

L’ultimo idealtipo è definito da Weber carismatico. La parola discende da un etimo greco che significa grazia (una sua variante etimologica è presente in parole come carità o cresima), indica un dono ricevuto in forza di una volontà sovrannaturale e si associa alla figura dei leader innovatori, che rompono la tradizione e si ribellano a un ordine costituito che giudicano ingiusto. L’autorità carismatica contrassegna i profeti, i grandi rivoluzionari e tutte quelle figure capaci di suscitare nei seguaci la convinzione di essere investiti di una missione trascendente. Il carisma presenta sempre un’origine misteriosa che si esprime nelle qualità straordinarie attribuite al suo detentore. Non ha necessità di alcuna legittimazione legale, anche se di frequente i leader politici di ispirazione carismatica fanno ricorso al plebiscito popolare come rito di conferma di un potere già in loro possesso. Il carisma costituisce perciò una prerogativa strettamente personale del leader, agli antipodi tanto del potere razional-legale – ispirato alla norma e all’osservanza di procedure verificabili – quanto di quello tradizionale, che trasmette l’autorità per via dinastica.  Né le ascendenze famigliari né il possesso di titoli o competenze sono consustanziali al carisma, che al contrario si legittima in quanto interpreta un bisogno di cambiamento. Solo nei rari casi in cui il carisma metta capo a istituzioni durature, di grande rilevanza sociale e bisognose di una continuità che vada al di là dell’esistenza biologica del leader fondatore, esso può venire routinizzato o istituzionalizzato. Il carisma di Pietro primo papa, santificato dal martirio, si trasferirà non individualmente ai singoli successori ma all’istituto del pontificato. Il carisma dei capi rivoluzionari, come fu per Lenin o per Mao, sarà per così dire “incorporato” alla loro morte nelle gerarchie di partito e nelle stesse burocrazie di apparato. La legittimazione originale – cambiare lo stato di cose esistente – sarà piegata a logiche contraddittorie con la fonte. Il carisma routinizzato rischierà di trasformarsi nell’esercizio di liturgie (ritualizzazione e teatralizzazione della missione), nella trasmissione di princìpi dogmatici (tutela dell’ortodossia) e persino in forme di inflessibile repressione del pensiero “non conforme”: la Santa Inquisizione e il Kgb staliniano rispondono sotto tale profilo a logiche funzionali molto simili.

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Leader ed élite

Weber, nel delineare l’idealtipo carismatico, affiancò a figure come Mosè, Cesare o Napoleone, anche politici della modernità espressi dal consenso politico di tipo legal-razionale. Il caso esemplare è quello del leader liberale William Ewart Gladstone che, fra il 1868 e il 1894 – durante il regno della regina Vittoria –, esercitò per quattro volte il ruolo di capo del governo britannico. Abilissimo stratega parlamentare, era anche filantropo, predicatore e interprete di una “missione” socialmente condivisa e comunque non riducibile alla pura amministrazione delle istituzioni. È con Gladstone che l’attribuzione carismatica comincia a essere impiegata estensivamente e a venire associata a precipue capacità di comunicazione diretta fra leader e masse.

Come tutti i modelli, anche la rappresentazione del potere proposta da Weber si espone a non poche contestazioni. Spesso, nell’esame dei casi concreti, prevale una sorta di mix fra le tre componenti che Weber aveva rigorosamente differenziato nelle tipologie matrice. Lo stesso autore, peraltro, aveva fatto notare come l’autorità legale sia molto spesso fondata su usanze e consuetudini. La rigorosissima scuola confuciana, in Estremo Oriente, ha anticipato di secoli i princìpi occidentali di rigorosa selezione delle élite tramite una specie di divinizzazione del sapere e della competizione scientifica. Nello stesso tempo, la sua legittimazione sociale e gli stessi criteri di produzione delle leadership, affondano radici in una tradizione antichissima e quasi immutata. È anche difficile, a qualunque latitudine, rinvenire esempi di leader di alto livello, selezionati attraverso procedure legal-razionali, che non presentino, come nel caso di Gladstone, tratti della personalità di tipo carismatico. Riemerge per questa via il tema della personalità modale cui si è fatto cenno a proposito del rapporto con i ruoli e gli status. A ben vedere, del resto, nessun potere è mai del tutto razionale o privo di qualche componente carismatica. Il merito di Weber non è di averci fornito un prontuario di idealtipi, bensì di averci costretti a mettere ordine nelle categorie analitiche che servono a governare intellettualmente un fenomeno così importante, e insieme così sfuggente, come il potere.

La cosiddetta scuola elitistica italiana, fra Ottocento e Novecento, concentrò l’attenzione sulla formazione di élite del potere che tendono a preservarsi e riprodursi nel tempo pervertendo via via l’ispirazione democratica dei regimi parlamentari nel tempo dei nascenti partiti di massa. Vilfredo Pareto (1848-1923) si occupò del fenomeno detto della circolazione delle élite, analizzando le ragioni dell’alternarsi di regimi costituzionali e rotture rivoluzionarie nei sistemi politici del suo tempo. Fu un altro studioso italiano, Gaetano Mosca (1858-1941), a descrivere per primo in termini sociologici la nozione di classe politica e quella, ad essa collegata, di formula politica di cui si dirà più avanti occupandoci dell’ideologia. Roberto Michels (1876-1936), vicino alle tematiche di Weber, parlò di legge ferrea delle oligarchie  e anticipò quella critica radicale al modello del partito di massa che ritroveremo nella letteratura politologica del secondo dopoguerra. L’ispirazione conservatrice, in qualche caso addirittura reazionaria, del pensiero elitista non ha impedito però che dal suo tronco gemmassero visioni di opposto segno, sino a produrre la prospettiva del socialismo liberale e del radicalismo democratico di Norberto Bobbio (1909-2004).

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Somma zero e potere fusionale

Charles Wright Mills (1916-1962), ispirandosi criticamente alla scienza politica italiana del primo Novecento, concentrò la sua ricerca sulle élite del potere negli Usa (1956). Ci ha fornito così una perspicace radiografia del sistema politico americano della quale il tempo ha dato conferma. Per un lato, contro Parsons e la sua scuola, Mills dimostrava la natura sempre strutturale del potere. Ogni potere è a suo parere a somma zero per definizione e la politica rappresenta la costante negoziazione di equilibri precari e variabili. Dall’altro, registrava un fenomeno di fusione crescente delle élite, per cui in una grande democrazia e in una società aperta come gli Usa i poteri economici, politici e militari tendevano a sovrapporsi e confondersi sino a creare un’unica élite sempre più sociologicamente compatta, sempre più capace di manipolare il consenso di massa e sempre meno rappresentativa. Il presidente Eisenhower, che aveva esercitato i propri mandati fra il 1953 e il 1961, costituiva all’epoca l’esempio più evidente. Ex generale, a capo delle armate americane che avevano sconfitto il nazifascismo sullo scacchiere europeo, era molto vicino agli interessi del cosiddetto apparato militar-industriale. In quanto militare di carriera eletto alla Casa Bianca, saldava idealmente potere militare, economico e pensiero politico conservatore di parte repubblicana. Sempre seguendo il caso degli Usa, non sono mancate altre figure espressione della fusione delle élite descritta da Mills. Lo stesso John Kennedy, in carica al 1960 al 1963, era stato un eroe di guerra, apparteneva a una ricca e potente famiglia della East Coast e calamitava il consenso di minoranze consistenti, ben strutturate e politicamente influenti come i discendenti della diaspora irlandese e la comunità cattolica. Con Ronald Reagan, presidente fra il 1981 e il 1989, accederà al massimo potere una figura proveniente da un altro tipo di élite, quella di ambienti dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento capaci di piegare alle logiche della comunicazione politica le proprie attitudini professionali. Anche i casi dei Bush (il padre George H. V. in carica fra il 1989 e il 1993, e il figlio George V. fra il 2001 e il 2009) e più tardi di Donald Trump, eletto alla fine del 2016, dimostrano come la corsa alla Presidenza americana sia spesso appannaggio di leader espressi da sinergie fra ricchezza, potere di influenza e vocazione politica. Esempi del genere non mancano anche in altri contesti nazionali. In Europa basti citare il caso del generale Charles de Gaulle, che governò la Francia per tredici anni fra il 1944 e il 1969, modificandone lo statuto costituzionale in Repubblica presidenziale. A capo della resistenza militare all’occupazione tedesca nella Seconda guerra mondiale, si investì di un potere politico “carismatico” e dai marcati tratti plebiscitari e autoritari. Per un caso di altra natura si può citare il magnate italiano Silvio Berlusconi, giunto al potere nel 1994 al culmine del collasso della Prima repubblica che avrebbe spalancato le porte all’avvento di una leadership insediata nel sistema della comunicazione e dell’imprenditoria postindustriale, del tutto inedita per un Paese in cui i tradizionali partiti di massa avevano goduto a lungo di un robusto e diffuso insediamento sociale.

I variegati profili del potere rispondono dunque a forme di legittimazione e si configurano in tipologie di leader che dovremo brevemente aggiornare rispetto ai paradigmi classici. Lo faremo occupandoci delle identità e delle ideologie della tarda modernità.

NICOLA PORRO