Effimera eternità

di LUCIA SCAGGIANTE ♦

Una volta mia madre, riordinando cassetti e vecchi bauli, mise insieme una gran quantità di fotografie che coprivano un arco di quasi cent’anni, e cominciò a sistemarle. Comprò dei begli album e tutto quello che serviva, ma al momento di fissarle sulla carta, di proposito non provò nemmeno a ordinarle in sequenza cronologica, cosa che sarebbe stata in grado di fare benissimo, essendo la memoria storica della famiglia: volle, piuttosto, che fossero allineate senza un criterio. “Perché nella mente i ricordi arrivano così, come capita”, diceva sempre quando sfogliava il suo piccolo flusso di coscienza fotografico, lei che aveva fatto Ragioneria e non aveva mai letto Virginia Woolf, ma mi portava ragazzetta nel loggione del teatro di Faenza, si divertiva alle mostre di pittura e fra le carabattole dei mercati delle pulci mi insegnava a distinguere magiche meraviglie.

Dunque le storie, minime o grandi che siano, possono essere raccontate senza alcun rispetto per la linea del tempo, questo non è certo una novità. E’ la Storia che, invece, procede inesorabile nella direzione della sua corrente, panta rei, tempus fugit, non si torna indietro, non ci si bagna due volte nella stessa acqua. Basta guardare un fiume. Basta guardare il Tevere, tanto per fare un esempio.

Ora, da questo aprile, sul muraglione fra ponte Sisto e ponte Mazzini,  davanti  al fiume che passa, come su uno schermo della memoria lungo mezzo chilometro, affiora il racconto della Storia di Roma, composto da cinquantaquattro immagini alte dieci metri che si dispongono in piena libertà, come per spontanee e casuali associazioni della mente; scorrono veloci nella coda dell’occhio dei ciclisti in fuga la domenica mattina, accompagnano come grandi e ritmiche macchie scure la camminata dei marciatori dilettanti, catturano l’attenzione dei curiosi che le interrogano, le riconoscono, si fermano, presi dalla loro forza epica o dal loro mistero, divertiti dalla loro ironia.

Il grande narratore è l’artista sudafricano William Kentridge, che ha inseguito il suo progetto per quindici anni lottando contro estenuanti pastoie burocratiche e infine ha ottenuto l’autorizzazione (ma non i finanziamenti pubblici) per realizzarlo in sei settimane, così che fosse pronto per il Natale di Roma del 2016 e inaugurato con un suggestivo spettacolo di musiche e ombre. Affinché lo spazio, prima solo in parte utilizzato dai cittadini, ora straordinariamente abitato anche dall’arte e aperto a nuove forme di socialità, assumesse un’identità più precisa, ha ricevuto un nome, piazza Tevere, secondo la felice intuizione urbanistica dell’americana Kristin Jones, artista e animatrice della Onlus Tevereterno, votata alla riqualificazione dell’area fluviale.

Roma c’è tutta, un immenso ritratto di famiglia dove, oltre a non esserci coordinate temporali, non c’è nemmeno l’ordine che distingue la realtà da un immaginario diventato a sua volta realtà. Dal suo studio di Johannesburg,  Kentridge ha perlustrato la città eterna lungo i fili della Rete, da cui ha ricavato migliaia di soggetti, riproduzioni di opere d’arte, istantanee, fotogrammi, schegge di cronaca e di vita, icone mediatiche e particolari ignorati da tutti. L’ha poi ripetutamente frequentata, assorbendone senza dubbio anche un po’ dello spirito, assistito da un gruppo di appassionati collaboratori.

Le scene fanno emergere con chiarezza un’idea della storia come somma di tensioni drammatiche, Triumphs and Laments: le  conquiste più gloriose per qualcuno si rovesciano in dolorose disfatte per altri, e il senso delle vicende umane subisce la doppia azione del potere, che le riscrive in nome della propria stabilità, e del tempo, che erode qualsiasi memoria e la fa sopravvivere spesso solo come frammento, possibile rivelatore di aspetti che dovevano rimanere segreti. Non a caso il corteo si apre con una citazione della Colonna Traiana, la Vittoria alata che scrive sullo scudo le gesta degli eroi, ma più avanti quella stessa Vittoria è presentata prima eretta, poi nell’atto di cadere e infine riversa a terra; più avanti ancora, sullo sfondo nero si legge “quello che non ricordo”. Pasolini come Remo, santa Teresa che si sente mancare per la morte dei prigionieri barbari e, insieme, per la scoperta del cadavere di Moro, le deportazioni e i migranti, Anna Magnani abbattuta dal mitra come Giorgiana Masi, ammazzata a pochi metri dal ponte; ma anche il buffo Vittorio Emanuele in posa per il monumento o i legionari che inalberano il bizzarro trofeo di una macchina da cucire; Anita e Marcello che si abbracciano in una vasca di smalto a ruote, sotto lo zampillo della doccia. L’irriverenza ora è caustica, ora affettuosa. In corteo non passa solo la storia, passano Bernini, Cranach, Mantegna, Goya,  Guttuso, i grandi registi, gli artisti dell’antichità senza nome.

Tecnicamente, è una pittura ottenuta non per sovrapposizione, ma per sottrazione: le immagini hanno assunto i loro contorni quando gli idranti dell’AMA hanno lavato via dal travertino la patina dell’inquinamento, risparmiandola in corrispondenza delle sagome tagliate al laser che replicano, in scala gigantesca, i bozzetti a carboncino di Kentridge. Insomma, il nerofumo dello smog, la sporcizia, che “per via di levare” diviene elemento costitutivo di un’opera d’arte: potrebbero uscirne fuori così tante riflessioni, che un filosofo neoplatonico o un poeta barocco ci sarebbero andati a nozze. Sulle rive di un altro fiume, austeramente, Ungaretti scriveva

 …in quel suo torbido

mi sono rimescolato

 e mi sono conosciuto

In questo lavoro che trasmette lo slancio dell’utopia, c’è infatti una cosa che intenerisce, ed è proprio la fragilità. In pochi mesi, dalle fessure delle pietre sono già spuntati steli di quelle erbe a cui per vivere basta un soffio di luce, un po’ di polvere, una goccia di rugiada. Fra non molto, il nerofumo tornerà a uniformare la superficie e inghiottirà le figure. Si sapeva già da prima, si è sempre saputo. La vulnerabilità rispetto al tempo è una condizione che associa il Fregio a tutte quelle forme d‘arte dove il corpo stesso, in azione, diventa segno: il canto, la danza, il teatro, e sul muro i personaggi sembrano cantare, muoversi danzando, celebrare la loro teatralità come in un rito. Che è vivo finché è vivo, ma dopo – hai un bel documentarlo! – dopo, è solo un ricordo.

LUCIA SCAGGIANTE