Folie à (plus de) deux

di ELOISA TROISI ♦

Gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia

[Oliver Sacks]

Nelle malattie psichiatriche, la prima facoltà a venir meno è la capacità di discernere la natura patologica della propria condizione. Da ciò deriva la classica riluttanza del paziente ad intraprendere la terapia e, socialmente, la ripetuta ed inconsapevole esposizione al ludibrio generale.

Nonostante sia ormai riconosciuto che le patologie psichiatriche sono malattie non meno gravi di quelle organiche e che per questo meritano eguale trattamento, la loro recezione sociale è spesso accompagnata da grossolana ilarità, in una reazione non molto dissimile dalla corsa degli storpi in occasione del Carnevale nella Roma Papale; se la menomazione fisica è ormai politically-incorrect da deridere, quella mentale, essendo invisibile, consente di perpetuare l’antica usanza senza per questo essere palesemente condannabili, ché ostentare ingenuità e sorpresa è un ottimo modo per scagionarsi.

Capita talvolta, però, che i cosiddetti pazzi, se dotati di un buon carisma o – più spesso – di un abile burattinaio, coinvolgano nei loro deliri un nutrito seguito di anime vulnerabili e sole, che vi intravede una possibilità di riscatto. Si forma così, in breve tempo, un esercito di folli tutti uguali, guidati da un burattinaio “più uguale degli altri”. Sono pazzi che condividono i loro deliri, facendone una rassicurante religione che li protegge dal resto del mondo, incapace di capirli e di rispondere alle loro necessità.

Sono considerazioni di ordine generale, che credo forniscano una buona chiave interpretativa di quanto è recentemente accaduto nell’universo mediatico.

Il 2 Ottobre, il programma televisivo “Le Iene” ha infatti trasmesso il servizio Consigli maligni di una showgirl, dove la giornalista Nadia Toffa spiega e contesta le discutibili posizioni di Eleonora Brigliadori in merito alla medicina tradizionale – specialmente alla chemioterapia.

L’ex showgirl infatti è una convinta sostenitrice del metodo Hamer, secondo cui la malattia sarebbe la conseguenza di un conflitto psichico dalla cui risoluzione, pertanto, dipenderebbe la guarigione. Eleonora appare vestita di bianco mentre esplica i suoi riti spirituali e taumaturgici, seguita da file di accoliti. Dopo aver apostrofato come un demone la giornalista, che la incalza sulla cifra richiesta ai suoi seguaci e alle morti di persone che han rifiutato di sottoporsi a chemioterapia, arriva addirittura ad aggredirla.

È uno spettacolo assurdo, che induce come prima reazione la risata – che poi altro non è che un meccanismo riflesso, per cui i centri cerebrali avvertono il carattere insolito della situazione e costringono a qualche minuto di pausa per valutarla.

Poi, verrebbe da scagliarsi contro Eleonora Brigliadori, contro la sua aggressività e, soprattutto, contro la criminalità delle sue “terapie” spirituali, in virtù delle quali molti scelgono di non curarsi, lasciandosi morire.

Chi non conosce bene l’ex showgirl può facilmente farsi un’idea del suo trascorso digitandone il nome sui motori di ricerca. Ad un’attenta indagine, compare un articolo di Repubblica del 1989 in cui si comunica il ricovero ospedaliero in riparto psichiatrico per generico “esaurimento nervoso”. Dopo qualche ora, ne viene pubblicato un secondo in cui figura la diagnosi di “crisi dissociativa”. Si tratta di un disturbo che può declinarsi in diverse forme, più o meno importanti, che vanno dallo sdoppiamento della personalità ad amnesie riguardanti una sola parte della memoria e che, pertanto, generano un’enorme confusione. Spesso sono associate ad altre patologie psichiatriche, cui rappresentano un meccanismo di difesa, e denunciano tutte un disturbo della personalità – questo è evidente. Non sono ovviamente – e giustamente – disponibili online altri dati circa la salute mentale della donna.

In un’intervista, qualche decennio dopo, Eleonora Brigliadori racconta della morte della madre per tumore, avvenuta nonostante la chemioterapia. E’ lecito ipotizzare un rafforzamento delle convinzioni sull’inadeguatezza della medicina tradizionale proprio in seguito a questo evento – o comunque in sua concausa. In questo senso, l’approccio spiritualistico e fideistico alla malattia sarebbe un meccanismo di difesa.

In virtù di questo principio, negli anni Eleonora Brigliadori ha intrapreso diverse battaglie: si è scagliata contro i vaccini (causa non molto originale, ma molto popolare), contro la chemioterapia, presentata come diretta causa di morte e non come terapia al tumore, e persino contro le donazioni di sangue, a suo dire “perversioni demoniache”, dal momento che trasfondere il plasma equivarrebbe a trasfondere lo spirito.

È chiaro a chiunque che le sue posizioni siano quantomeno discutibili, ai limiti del delirio, e che le sue pratiche si addicano ad uno sciamano, epurato però di ogni saggezza.

E allora perché tanto seguito?

“Le Iene”, che ha curato il servizio con delle ottime inquadrature della Brigliadori, il giorno dopo prontamente rielaborate e diffuse dagli utenti dei Social in una moderna corsa degli storpi, non ha curato questo aspetto, che probabilmente è l’unico spunto costruttivo della vicenda.

 

Penso sia piuttosto semplice: come per ogni fenomeno, se Eleonora Brigliadori ha così tanto successo è perché risponde a delle domande, che in questo caso sono le istanze del dolore e la tendenza complottista sempre più dilagante. Il Paese dovrebbe interrogarsi su questi punti.

Se si ha bisogno di sedicenti santoni, bisognerebbe chiedere – e permettere – alla Sanità di assistere il malato oncologico non solo sotto un profilo fisico, ma anche psichico, così che possa accettare la sua malattia ed aderire con convinzione alla terapia.

Se la tendenza a diffidare di ogni cosa avanza sempre più tenace, dai protocolli terapeutici alla politica, si dovrebbe tentare un ritorno alla chiarezza generale – sempre con la consapevolezza che questo non basta, se non si risolvono dolore e frustrazione, ottimi substrati per la ricerca spasmodica di un capro espiatorio.

Emblematico è il grido con cui Eleonora Brigliadori, in una penosa esibizione degna di un’icona fumettistica, si aggira per la città:

Dai medici mi salvi Dio, che nella vita mi salvo io!

È evidente come ben si presti questa affermazione ad essere interpretata come risposta al vuoto e alla solitudine della gente prostrata dal dolore, coniugato con un rassicurante ed attraente alone fideistico. Sembra infatti dire: << E’ vero che sei solo nel tuo calvario, ma puoi farcela. Il buon Dio ti terrà lontano i medici, che ti vogliono fare del male, con quelle loro proposte assurde >>. Ovviamente è delirante, ma credo renda bene il motivo del successo della donna. Quando ci si ammala, il dolore coinvolge tutto il corpo, mente compresa. Ed è per questo che ho voluto premettere all’articolo la splendida frase di Oliver Sacks, neurologo scomparso lo scorso anno, autore del celebre “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”.

Non ha quindi alcun senso – diverso dall’audience, certo – parlare di Eleonora Brigliadori e dei tanti che verranno dopo di lei, se non ci si interroga seriamente su questi aspetti. Non è forse neanche troppo utile scovare e punire i criminali che vi sono spesso dietro a muoverne i fili, ché tanto ne verranno altri.

La lotta al dolore umano e al senso del vuoto è un supplizio da Danaidi: il suo mare insondabile non si terrà mai in una cesta bucata. L’unica possibilità che ha l’essere umano è contenerlo, farne un rivo, seppur lunghissimo e tortuoso, con argini definiti.

E, magari, coprire con le dita i buchi della cesta.

Non servirà a molto, certo, ma è qualcosa – qualcosa piuttosto che niente.

ELOISA TROISI

Immagine titolo: John William Waterhouse -The Danaides Greek Female