SOCIETA’: LE PAROLE PER DIRLA (PARTE 1)

 

di NICOLA PORRO ♦

PARTE 1. INTRODUZIONE AL CORSO

Ringrazio gli amici di spazioliberoblog per avermi offerto la possibilità di sperimentare una modalità didattica inedita, rivolta in primo luogo a studenti che non appartengono a corsi di laurea in Scienze sociali e che muovono i primi passi nella materia. Illustrando alcuni costrutti sociologici – ruolo e status, gruppo, stratificazione sociale, potere, ideologia – cercherò di offrire loro una piccola ma indispensabile “cassetta degli attrezzi” per avventurarsi nell’esplorazione di quell’oggetto sconfinato e sfuggente che chiamiamo società.

Si tratta di peregrinazioni a ruota libera, ideate a scopo didattico e divulgativo, che forse potranno incuriosire anche qualche frequentatore del nostro blog.

 Cattivi pensieri sulla sociologia

 La sociologia ha faticato non poco a trovare accreditamento nel sistema formativo italiano. In quanto scienza orientata a una rappresentazione non addomesticata delle vicende umane, era stata bandita dal regime fascista. Solo nel secondo dopoguerra sarà lentamente reinserita nei programmi accademici, incontrando però l’ostilità di quegli intellettuali di scuola idealistica che diffidavano della ricerca empirica fornendone spesso una rappresentazione malevola e caricaturale.

Un filosofo come Benedetto Croce, ad esempio, la considerava “un’inferma scienza”, partorita da un’indebita mescolanza fra tradizione umanistica e metodi propri della ricerca applicata. Il suo allievo Carlo Antoni preferiva definirla “scienza dei manichini”, temendo che il tentativo di descrivere modelli ricorrenti di azione sociale mortificasse la dimensione soggettiva e la stessa responsabilità individuale. Non ci sono già la Storia (con la S maiuscola) e la Filosofia (con la F maiuscola) – si chiedevano – per spiegare le vicende degli uomini nel tempo e il significato che essi hanno dato al loro agire?

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Altri ancora amano ironizzare sul linguaggio, ritenuto astruso e vagamente iniziatico, dei cultori di scienze sociali. La sociologia viene spregiativamente definita “l’arte di dire le cose che tutti sanno in maniera che nessuno più le capisca”.  Battuta brillante, ma che dimentica come ogni autentica disciplina scientifica faccia ricorso a terminologie e codici di comunicazione rigorosi, senza che nessuno si scandalizzi se i chimici definiscono l’acqua come H2O o se i fisici teorici riassumono in una formula telegrafica come E=mc2, certamente non intuitiva ai profani, niente meno che il principio fondante l’equilibrio dell’universo.

Esiste ancora, infine, un’ostilità ideologica – prevalentemente ma non esclusivamente di parte conservatrice – nei confronti della critica sociale. Margaret Thatcher, Primo ministro britannico fra gli anni Settanta e gli Ottanta del Novecento, a una delegazione di sindacalisti che cercava di convincerla a politiche più attente alla povertà e agli interessi complessivi della società, rispose sprezzantemente “…conosco gli individui, non ho mai incontrato la società”. Volendo significare che quella di società altro non sarebbe che un’astrazione mentale, indimostrabile e prodotta da pulsioni demagogiche o da intenzioni antagonistiche rispetto all’ordine politico.
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Queste rappresentazioni polemiche, di solito estese alle altre due scienze sociali contemporanee, l‘antropologia culturale e la psicologia sociale, sono benvenute. Aiutano infatti a comprendere proprio le ragioni di originalità della disciplina e anche il suo carattere eccentrico rispetto ai saperi tradizionali. Le scienze sociali contemporanee sono il prodotto intellettuale di una stagione culturale densa e creativa come fu il XIX secolo. Il tempo dell’industrializzazione, della formazione degli Stati nazione, della nascita dei partiti di massa. L’epoca delle “Grandi Narrazioni” della modernità, di un’incipiente secolarizzazione, di una prima fase di quella che più tardi avremmo chiamato globalizzazione. Il tempo dell’illusione di governare intellettualmente la magmatica condizione umana ricorrendo agli strumenti e alle regole di un rigoroso pensiero scientifico, ispirato alle scienze naturali: in una parola, il positivismo.

Il secolo successivo, il Novecento, sarà lo scenario di un lungo e spesso cruento conflitto fra idee, culture e rappresentazioni del mondo. La scienza critica della società è stata parte di questo conflitto. Ha cercato di interpretarlo e ha persino coltivato l’ambizione di orientarlo a esiti ispirati al principio della civilizzazione. In questo senso la sociologia non è stata “neutrale”. Ha combattuto con gli strumenti della ricerca tutte le derive autoritarie e totalitarie della storia recente dell’umanità. Mai rinunciando, però, a un’appassionata e complessa dialettica di posizioni diverse. È molto difficile fornire una rappresentazione sintetica di questo frastagliato panorama di idee, di metodi, di personalità. È molto semplice, invece, individuarne i nemici. Sono i nemici della “società aperta” evocata da Popper. Sono quelli che hanno negato cittadinanza alle scienze sociali nelle università, negli istituti di ricerca, nella produzione editoriale: nella Germania di Hitler, nella Russia di Stalin, nell’Italia di Mussolini.

A che serve la sociologia? Ad andare in bicicletta…

Quando da bambino hai imparato a destreggiarti sui pedali, ti è sembrata la cosa più naturale e più facile del mondo. Il tuo cervello aveva acquisito informazioni e interiorizzato automatismi che non avrebbe più dimenticato permettendoti, anche a distanza di decenni, di usare quel mezzo di trasporto con la più grande disinvoltura.

Ecco: quando noi compiamo quotidianamente i riti della vita individuale e collettiva, quando affrontiamo imprevisti, quando esprimiamo opinioni o preferenze, ci comportiamo esattamente come il ciclista che è in noi. Non abbiamo bisogno di ricostruire mentalmente ogni volta il significato e il funzionamento di quello che facciamo e pensiamo. Né ci sentiamo obbligati a rendere tecnicamente e minuziosamente conto dei nostri gesti e degli strumenti che mettiamo in moto. Attiviamo degli automatismi e usiamo spontaneamente le nostre vere o presunte competenze. Convinti di sapere “come va il mondo”, ci dedichiamo a mille cose: divertirci, far valere i nostri diritti, rivendicare le nostre ragioni, risolvere qualche grana, educare i nostri figli, difendere le nostre idee o semplicemente scegliere una marca di dentifricio invece di un’altra.

Se però ci si chiedesse di spiegare perché abbiamo assunto certi comportamenti, in base a quali strategie implicite abbiamo orientato le nostre scelte – importanti o banali che fossero – e perché gruppi e individui cooperino in vista di obiettivi diversi o entrino in conflitto per raggiungerne di simili, ci troveremmo in difficoltà. O meglio: ci sentiremmo come il nostro ciclista se all’improvviso gli venisse chiesto non solo di mantenere l’equilibrio manovrando un manubrio, bensì di spiegare scientificamente cosa accada mentre pedala. Dovrebbe far ricorso ai principi dell’energia cinetica, descrivere la sua posizione anatomica e i vettori di forza attivati, ricordare la fisiologia delle sue azioni motorie, conoscere la composizione dei materiali usati per fabbricare la sua bicicletta, indagare le ragioni che lo hanno indotto a percorrere quel tratto di strada, ricostruire le regole di circolazione cui si è dovuto attenere cammin facendo e attivare un’impressionante  quantità di altre nozioni.

 

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 Il rapporto che quel ciclista istituirà con l’uso della sua bicicletta è esattamente lo stesso di quello che un sociologo istituisce con la “società” quando cerca di spiegare regole del gioco e comportamenti diffusi, scelte individuali e azioni collettive, paure di massa e aspirazioni ideali, pulsioni distruttive e mobilitazione morale. Nel farlo la società si renderà progressivamente visibile e la sua irriducibile concretezza – con buona pace di Benedetto Croce e Margaret Thatcher – si farà evidente anche ai critici più prevenuti. Non esiste d’altronde nulla di più difficile, ma anche di più stimolante, che spiegare come si produca un sistema sociale, perché si trasformi e perché dia vita a forme di convivenza, di relazione e di potere così varie e mutevoli nel tempo e nello spazio. La ricerca sociale si sforza di ricostruire e spiegare questi processi e lo fa con criteri e strumenti diversi ma altrettanto rigorosi di quelli propri delle scienze naturali.

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La società esiste, eccome se esiste!

La sociologia – ha scritto Franco Ferrarotti in un suo vecchio lavoro – è la scienza della società, ispirata a ipotesi di lavoro teoreticamente orientate, ma empiricamente verificabili.

Questa sintetica locuzione contiene tre asserzioni chiave: rivendica il carattere scientifico e non “impressionistico” della disciplina; rinvia alla necessità di disporre di modelli teorici di riferimento; individua questi modelli non in una specie di “pensiero unico” bensì in diverse possibili chiavi interpretative. Esse sono tutte legittime e altrettante scientifiche, a condizione che siano disposte a sottoporsi alla verifica empirica delle proprie ipotesi di lavoro. La sociologia non è una teologia né un’ideologia. Non aspira a definire una Verità e rifiuta l’idea – che pure era stata presente nelle teorie sociali ottocentesche – che le condotte umane siano governate da leggi simili a quelle che presiedono alle scienze naturali. Occorre perciò distinguere fra modelli, utili a comprendere e ove occorra a classificare comportamenti ricorrenti, stili di vita o “idealtipi”, e leggi. L’agire umano non risponde a leggi categoriche e per la ricerca sociale nulla è dato per sempre e definito una volta per tutte.

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È però possibile individuare dinamiche che si ripetono, condizioni che favoriscono o pregiudicano processi, azioni collettive che tendono a produrre conformità o, al contrario, a generare conflitto. Le scienze sociali ci aiutano a individuare modelli che ci saranno di grande utilità nell’analizzare e comparare fenomeni anche assai diversi fra loro e processi che si sviluppano a significative distanze temporali e/o spaziali. La sociologia è sicuramente una scienza orientata a modelli. Non è per nulla, invece, una “scienza dei manichini”. Essa, infatti, necessita di una relazione costante con l’indagine storica e ha ben presente il ruolo proprio della personalità individuale e le funzioni riconosciute alla soggettività e alla stessa relativa imprevedibilità dei comportamenti umani. Quanto sostenuto sin qui implica che la società esiste!

Nessuna società rappresenta però un fenomeno “naturale”, determinato da processi che sfuggono al controllo e alla stessa previsione umana – come un cataclisma improvviso o eventi geologici che si producono nell’arco di millenni. Una società non costituisce nemmeno una pura metafora, un’espressione convenzionale per indicare qualcosa d’altro. Si possono sognare o temere società immaginate, ci si può rassegnare all’esistente o vagheggiare l’utopia. I sistemi sociali, però, non sono incubi né miraggi: costituiscono il virtuale oggetto di uno studio rigorosamente scientifico. Ogni ricercatore, tuttavia, si ispira legittimamente ai valori che condivide e cerca di sostenere le proprie convinzioni. La sua obiettività scientifica non coincide con un’ipocrita neutralità. Si manifesta invece nel rendere esplicite le proprie convinzioni accettando che vengano confutate dagli sviluppi della ricerca o da altre argomentazioni logiche senza necessariamente inficiare le ragioni etiche o le ispirazioni valoriali che muovono lo studioso.

La ragione per cui non vediamo la società deriva semplicemente dal fatto che siamo immersi in essa, che ne facciamo parte. A differenza dell’osservatore di scienze naturali, inoltre, noi siamo attori del complesso e cangiante sistema che analizziamo. Non abbiamo la possibilità di osservarlo a distanza attraverso un vetrino, un microscopio o un telescopio. Abbiamo però la possibilità concreta di contribuire a renderlo migliore indagandone la composizione, le dinamiche e le linee di tendenza. In questo consiste la missione del sociologo.

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Tre dimensioni cruciali

 Possiamo grosso modo individuare tre dimensioni fondamentali che ricorrono alla definizione di una società.

(i)             Ogni società rappresenta una struttura, che possiamo analizzare con strumenti prevalentemente quantitativi, desunti dalla statistica sociale o dall’economia, dalla demografia o da tutte le altre discipline capaci di fornirci informazioni utili al nostro scopo. Per fare un esempio, se ci occupiamo della società italiana contemporanea, possiamo descriverne la struttura in base a una serie di indicatori statistici relativamente precisi. Dalla comparazione con altri Paesi, ricaveremo l’immagine di una società anagraficamente anziana, relativamente prospera ma in una protratta condizione di stallo economico, con grandi difficoltà di inserimento professionale per la popolazione giovanile – costretta in molti casi a emigrare in Paesi più generosi di opportunità – e insieme alle prese con dinamiche migratorie che ne hanno trasformato l’antico profilo di Paese di emigrazione. I dati statistici, come pure le indagini su questionario standardizzabili statisticamente (survey), con la loro nuda evidenza ci forniscono così una prima rappresentazione della nostra “società” e, insieme, segnalano l’esigenza di approfondirne la conoscenza per contribuire a governarne razionalmente i processi. La struttura sociale costituisce dunque il potenziale nocciolo duro della ricerca sociale, una sorta di hardware del sistema sociale nel suo insieme. I dati statistici sono fondamentali per disegnare la sagoma della società come una struttura. Essi, tuttavia, non parlano da soli e non possono spiegare fenomeni più complessi, articolati e talvolta sfuggenti. Aiutano a comprendere ma non consentono di indagare in profondità qualità, intensità e tipologie delle relazioni sociali, le loro eredità storiche, le persistenze, le anticipazioni e le resistenze che caratterizzano il cambiamento sociale. Tutto ciò, insomma, che appartiene alla sfera delle relazioni sociali.

 

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(ii)           Una società costituisce un fitto sistema di relazioni fra individui, gruppi, comunità, organizzazioni e associazioni della più diversa natura. Esplorare questa intricata ragnatela di rapporti è indispensabile per i ricercatori sociali che intendano cogliere non solo dimensioni, struttura e rilevanza quantitativa dei problemi che interessano la comunità, ma anche la qualità e le sotterranee logiche di funzionamento del sistema sociale. Oltre ai dati statistici e ai riscontri empirici diretti, ci si dovrà perciò valere di strumenti di indagine più capaci di cogliere gli aspetti meno appariscenti o più difficilmente quantificabili dell’agire sociale. Si farà ricorso a metodi non standardizzati come le storie di vita, le interviste individuali o di gruppo (focus group), le indagini Delphi, le biografie significative e tutti i tipi di testimonianze “idiografiche”. Di recente la ricerca sociale si è arricchita di altre strumenti di indagine promettenti, come l’analisi visuale che fa un ampio e diversificato uso dell’immagine in tutte le sue forme tecniche.

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(iii)          Infine possiamo considerare una società per come essa, tramite la produzione comunicativa e i circuiti mediatici, i linguaggi adottati, le strategie persuasive dei leader di opinione, rappresenta se stessa. Una società aperta è sempre anche una narrazione sociale, fatta di mille voci dissonanti e mutevoli. Le società chiuse inclinano invece al pensiero unico, dominato da imperativi ideologici e da forme di dominio coercitive, come nei sistemi totalitari. In entrambi i casi, la narrazione o le narrazioni di una comunità o di un potere, la costruzione del loro “discorso pubblico”, come la stessa preservazione o rivisitazione delle loro memorie, concorrono a definire l’identità della società che le produce. La ricerca sociale, in collaborazione particolarmente stretta con la storia, la psicologia e l’antropologia (metodo etnografico), può contribuire grandemente a svelare l’azione di stereotipi, pregiudizi, operazioni di manipolazione o semplicemente di retoriche a contenuto simbolico e di pratiche di propaganda politica, sino alla prosaica pubblicità commerciale, che ci restituiscono istantanee sociologiche importantissime per la ricerca.

 Provvisoria sintesi

 Ogni società rappresenta allo stesso tempo un sistema di relazioni, una struttura e una narrazione pubblica.

Analizzando in modo coordinato queste dimensioni, la ricerca tende a comprendere come gli uomini pensano, agiscono, danno significato alle loro esistenze e costruiscono istituzioni.

Figlia (illegittima) del positivismo ottocentesco, la sociologia appartiene alle scienze sociali contemporanee, insieme all’antropologia culturale – che privilegia lo studio delle culture umane in tutte le loro variegate manifestazioni – e alla psicologia sociale, che indaga i meccanismi attraverso cui si producono, si fissano nel tempo o si modificano sentimenti condivisi, pregiudizi, mentalità.

In quanto scienza delle connessioni, che opera al crocevia di competenze diverse, la sociologia non può tuttavia prescindere dall’apporto delle tre classiche scienze dell’uomo: la storia, l’economia e il diritto. È perciò una scienza per definizione orientata alla interdisciplinarità. Non dovrebbe limitarsi, cioè, ad accogliere i contributi di competenze diverse (multidisciplinarità), bensì sforzarsi di farle dialogare (interdisciplinarità). Quando ci riesce – e non succede sempre! – la sociologia può giustificare la propria ambizione di costituire una scienza delle connessioni. Capace perciò di realizzare sintesi aperte che facciano procedere l’osservazione dei fenomeni sociali senza pretendere di affermare verità definitive o di pervenire a conclusioni inconfutabili.

In questa ottica, alle scienze sociali contemporanee non sono estranee sensibilità soggettive che esaltino la creatività e l’intuito del singolo ricercatore. È quel talento scientifico, fortemente creativo e intuitivo quanto difficilmente riducibile a schemi e procedure standardizzati, che Wright Mills ha chiamato immaginazione sociologica e Simmel ha ricondotto all’esame delleforme sociali occultate dalla routine e dal conformismo.

Per facilitare l’accesso al lessico e alla comprensione dei costrutti propri della sociologia, il nostro breve itinerario didattico e divulgativo si concentrerà nelle prossime sezioni su cinque concetti guida.n10-10porrohimself

  1. I ruoli e lo status
  2. Il gruppo
  3. Le classi e la stratificazione sociale
  4. Il potere
  5. L’ideologia

 

NICOLA PORRO