Texas: la nuova frontiera dopo le elezioni

di PAOLA CECCARELLI ♦

“Nell’aria c’era puzza di petrolio e di acque morte. Davanti a noi un manoscritto della notte che non riuscivamo a leggere”.
Cosi’ scriveva John Kerouac descrivendo il suo arrivo in Texas dalla Louisiana. John Steinbeck invece qui ci era nato. “Ho detto che il Texas e’ uno stato d’animo, ma credo sia più di così. È una mistica che si avvicina molto alla religione. E questo è vero al punto che le persone o lo amano appassionatamente o altrettanto appassionatamente lo odiano e, come in altre religioni, pochi accettano di studiarlo a fondo, per paura di perdere l’orientamento nel mistero e nel paradosso. Ma una cosa e’ certa per me: nonostante la sua immensa varieta’ di spazi, clima e personaggi umani e nonostante le costanti lotte interne e gli sforzi continui di vincere sulla Natura, il Texas ha indubitabilmente un’interna coesione piu’ forte di qualsiasi altro stato d’America. Il ricco e povero Panhandle, l’area del Golfo del Messico, le citta’, le zone rurali: il Texas e’ la personale ossessione, lo studio costante e l’appassionante ricchezza di tutti i texani” (tratto da “Travels with Charley: in Search of America”)

Steinbeck lo conosceva bene il suo Stato natale, uno Stato che piu’ di ogni altro ha mantenuto un carattere pionieristico ed individualistico, esacerbato dalle mai sopite paranoie secessionistiche che ancora adesso nel 2016 sono base di una consistente fetta elettorale che avanza petizioni su petizioni per vedere realizzato il sogno visionario di separare il Texas dal resto degli Stati Uniti. Istinti secessionistici, individualistici e protezionistici che il candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump istiga e agita senza pudore fino ad aver proclamato, con aggressiva e anacronistica baldanza, la necessita’ di un muro – altissimo, naturalmente – che divida gli Stati Uniti dal Messico.
E’ stato questo che ha catturato l’attenzione degli osservatori internazionali sul Texas lungo la cui frontiera questo famoso muro dovrebbe innalzarsi per separare Juan e Rosita da John and Sally.

Finora in effetti pochi osservatori internazionali hanno davvero analizzato e capito il Texas, il cuore e la pancia del profondo Sud americano, eppure e’ proprio qui che i due ceppi etnici più importanti degli Stati Uniti, i tedeschi e i britannici, si sono scontrati e fusi per creare la cittadinanza americana e hanno lottato per strappare terra al Messico e farla americana.
E sara’ qui che l’interazione da sempre difficile tra anglosassoni e ispanici rivelerà il futuro volto degli Stati Uniti dopo le elezioni di novembre.
In Texas si e’ mantenuto piu’ che altrove infatti l’istinto che origina si’ il movimento e l’innovazione americana ma anche la perenne paranoia che ne produce l’aggressività. Melting pot e’ sempre stato un termine ostico in gran parte della superfice di questo stato che si e’ formato grazie a gente fiera e solitaria, cresciuta nella fatica e nella difficoltà di una terra di frontiera arida e vasta, spinti da una visione profondamente deterministica del destino umano per cui ognuno e’ solo in una lotta continua contro la natura e l’oscurità, ma dove in caso di successo ognuno ha il diritto inalienabile di diventare se stesso, il classico “one man made”. Di conseguenza qui si e’ formata una classe politica fortemente conservatrice e gelosa della propria natura dove la resistenza verso i non-texani e’ sempre stata motivo di orgoglio.
“Don’t mess with Texas” (Lascia in pace il Texas, o della serie: nun ce prova’ nemmeno) non per niente e’ il motto dello stato e si legge dapertutto, ostentato con orgoglio, sulle bandiere, sugli stickers delle macchine e dei pickups, sulle t-shirts, sui cartelli stradali, lo si canta nelle country songs e si legge sui libri di scuola.
Ma attraverso il border della frontiera messicana inevitabilmente e costantemente negli anni si e’ venuto ad iniettare nelle orgogliose, ma pragmatiche, anglosassoni vene texane l’aggressiva, affamata e vitalissima linfa ispanica che ha creato l’attuale situazione – decisamente anomala – del Texas rispetto al resto degli Stati Uniti.
Capire quindi quello che sta succedendo qui rende possibile alzare il velo sull’anima meno piacevole e oscura della superpotenza americana: le resistenze verso il diverso, il razzismo verso i non cittadini, le ostilita’ sociali verso i poveri e le minoranze e le culture alternative.
Mai come in queste elezioni 2016 si ha pero’ la sensazione di stare per assistere ad una rivoluzione storica in Texas e la scommessa e’ sui suoi milioni di elettori ispanici che potrebbero far virare Lone Star dal rosso repubblicano al blu democratico, per la prima volta in assoluto.
Gli ispanici qui sono ora la comunita’ predominante con un robusto 57 per cento rispetto alle altre. I bianchi sono stati spodestati dalla top chart e sono ora addirittura costretti ad imparare lo spagnolo per avere piu’ chance di essere assunti. Avere una abuelita (nonna) in famiglia ora non e’ piu’ motivo di vergogna ed esclusione ma di orgoglio e avanzamento professionale.

E i politici se ne sono resi conto solo che che l’impatto del voto ispanico e’ quanto di piu’ imprevedibile e fluttuante esista sotto il crudele sole texano. Ne’ Hillary ne’ Donald possono dire di avere gia’ il voto di Juan o Rosita in tasca. E questo puo’ sembrare un paradosso ma conoscendo addentro la realta’ texana non lo e’ poi tanto. E’ vero che Trump e’ profondamente odiato dagli ispanici (lo stesso presidente del Messico lo ha mandato platealmente a quel paese dopo che il buon Donald ha detto che vuole si’ il muro ma e’ il Messico che dovra’ finanziarlo). E’  vero che ci sono piu’ pinatas a forma di Donald che di asino durante le festivita’ del Cinco de Mayo a Dallas ma Clinton non puo’ nemmeno dire di essere la loro candidata di ferro. E questo rende tutti nervosi e fa del Texas un laboratorio socio-politico importantissimo.

I motivi che rendono il voto ispanico cosi’ difficile da prevedere giace nella natura stessa dell’economia texana che e’ rimasta in forte e costante ascesa rispetto agli altri stati americani e a cui gli ispanici hanno contribuito con il loro enorme bacino di lavoratori, anche se per la maggior parte a meta’ prezzo e in nero. Questi stessi lavoratori potrebbero essere tentati di nuovo a non volere cambiare nulla e mantenere lo status quo. Cosi’ come gli ispanici che sono invece saliti nella scala sociale potrebbero di nuovo uniformarsi al voto dei loro vicini di casa proprio per ribadire l’appartenenza al loro stato sociale. Il tutto poi senza dimenticare il potentissimo fattore religioso, la vastita’ del fiume carsico delle motivazioni ancestrali e religiose cattoliche degli ispanici che li portano sempre a fluttuare – quasi geneticamente – verso posizioni piu’ conservatrici.
Il Texas e’ quindi assolutamente da osservare per capire dove andra’ l’America prossima ventura, per capire se gli Stati Uniti diventeranno una nazione piu’ latina (con le inevitabili conseguenze di slittamento degli obiettivi socio-politici e finanziari) o se rimarranno inalteratamente anglosassoni. Clinton e Trump si giocano molto in Texas. I loro scontri televisivi saranno tutti da seguire magari mangiando tacos e bevendo una cerveza ghiacciata.

“Ci sono posti in Texas dove una mosca puo’ vivere migliaia di anni ma una persona non muore veloce abbastanza”
― Katherine Dunn, Geek Love

“Era cresciuta credendo che l’inferno fosse un astratto incubo mentale. Ma il West Texas le aveva fornito qualcosa di piu’ concreto in base al quale temere l’aldila”
― Cherie Priest, Dreadful Skin

“Il texano fini’ per dimostrarsi un tipo generoso e piacevole. In 3 giorni nessuno lo sopportava piu'”
― Joseph Heller, Catch-22

“Era stato incredibilmente afoso quel giorno, cosi’ caldo da poter cuocerci un orso. Comunque, qui ci fai il callo a come il tempo cambia velocemente”
― Annie Proulx

“Agente Speciale Brad Wolgast odiava il Texas. Odiava tutto di quel posto. Odiava quegli enormi onnipresenti cartelloni stradali e le autostrade e tutti quegli anonimi quartieri e le bandiere del Texas che sventolavano dapertutto come enormi tende da circo. Odiava quegli enormi pick ups che tutti guidavano fanculo che il gas era a 13 dollari al gallone e il mondo si stava lentamente liquefacendo verso la morte come una busta di piselli nel micro onde. Odiava gli stivali e le cinture e quel ridicolo modo che aveva la gente di parlare come se stessero tutti il fottuto giorno a cavalcare e legare il bestiame, senza lavarsi i denti e vendendo assicurazioni, come la gente faceva dapertutto”
― Justin Cronin, The Passage

 

PAOLA CECCARELLI