UNA NOSTRANA EPOPEA

Incontro con la bonifica dell’Agro Pontino

di LUCIANO DAMIANI 

Capita che un amico ti dica di aver visto in TV un interessante museo, capita che il museo racconti della bonifica dell’Agro Pontino e capita che qualche tempo prima tu abbia letto “Canale Mussolini”, romanzo vincitore del Premio Strega 2010, scritto da Antonio Pennacchi. Tutto ciò capitando, ti fa decidere di organizzare la visita, la prima domenica possibile.
Ecco quindi che si monta in macchina, si prepara il navigatore e si parte. “Ti trovi sul percorso più breve arriverai alle 10,30”, gracchia l’Phone 5, è ormai vecchio pur non essendolo, ma ancora buono per guidarti sino al Museo Borgo delle Orme, vicino Latina.
Dopo due svolte a sinistra siamo quasi arrivati, siamo nella “Strada Migliara 43 e 1/2”. Nome curioso davvero, più tardi una breve ricerca mi confermerà che in quel reticolo di vie alcune strade prendevano il nome dai canali, “Fosse Miliarie”, fatti scavare ancor prima della “bonifica dell’Era Fascista”, da Papa Pio VII°.
Arriviamo finalmente all’area museale, eucalipti ed altre essenze in gran numero proteggono il parcheggio dal sole ancora ben caldo sebbene siamo a fine settembre. Ci avviamo verso l’ingresso prendendo nota dei ristori e dei servizi, ci sono molti tavoli per picnic all’ombra, una fontana, servizi e un ristorante self service. Entriamo, l’area è organizzata in una quindicina di lunghi capannoni, disposti in due file, fra le quali si possono ammirare nel verde un F104, un aereo da trasporto di quelli a doppia coda ed una locomotiva a vapore.

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Il primo capannone è una interessante esposizione di giocattoli d’epoca. La fanno da padrone le macchinine di latta ed i soldatini. il gruppo di amici si sfalda subito, ognuno è preso dai suoi ricordi e segue la sua strada, io rimango rapito da un Signor Bonaventura su un carrettino e su una Ford della Polizia Stradale con lo stivale disegnato sulle portiere, C’è anche la scatola di “Lascia o Raddoppia”, sul coperchio la figura di un cassettone al centro del quale la TV appariva come una sorta di oblò, iniziamo a pensare a “come eravamo”.

Lasciato il padiglione dei giocattoli ecco l’incontro con la “Bonifica dell’Agro Pontino”. Le rappresentazioni accurate degli ambienti, degli uomini e delle donne protagonisti di quella epopea. Macchine, attrezzature e oggetti comuni, molti evidentemente originali,  trovano luogo nelle scene ricostruite, queste sono accompagnate da una buona quantità di testi che non si attardano in giudizi ma si limitano ai fatti descrivendo i luoghi e i fatti per quelli che probabilmente furono, almeno questa è stata l’impressione. Tutto viene accompagnato da una dovizia di materiale fotografico e reperti d’epoca.

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Se da un lato le rappresentazioni ti catturano per la loro capacità comunicativa, l’emozione te la danno le fotografie. La macchina cattura il tempo e lo restituisce trasmettendo il suo messaggio e provocando emozione nella misura della profondità di ciò che dice. Un mandriano che conduce la sua vacca per terreni acquitrinosi, nella sua solitudine, pare mostrare l’essenza di un territorio, mentre un cartellone racconta di come la zanzara infestava la regione distribuendo semi di malaria in ogni villaggio, causando morte e sofferenza. Altre istantanee raccontano della fatica e della durezza di quella vita, ma anche della grande mobilitazione di migliaia di uomini e di mezzi, quelli che l’epoca poteva dare, pale a mano accanto a pale meccaniche in uno sforzo comune.
Leggendo i numeri che rappresentano la bonifica dell’Agro Pontino: “…18 grandi idrovore, costruiti o riattivati 16.165 chilometri di canali, aperti 1.360 chilometri di strade, edificate 3.040 case coloniche e perforati 4.500 pozzi freatici o artesiani”, ci si rende conto di come questa sia stata una vera “epopea”. Migliaia di migranti, giunti da tutta Italia in crisi occupazionale, hanno dato vita a qualcosa di straordinario.

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A prescindere da qualsiasi considerazione prettamente politica nella quale non mi avventuro, quello che colpisce è proprio ciò che questa impresa, durata circa 11 anni ha rappresentato. Noi uomini del nuovo millennio, possiamo forse immaginare qualcosa, io stesso ricordo i contadini andare, essendo ancora notte, con il loro carretto a lavorare nei campi, la lampada accesa appesa sotto ed il cane al guinzaglio a seguito, ricordo anche qualche oggetto, la cartella di cartone, il banco con il buco per l’inchiostro ed il piccolo attrezzo per temperare le matite. Non ricordo certo le capanne e le pasticche di chinino, non ricordo il sapone fatto in casa ne il nero tabarro degli uomini. Per i nostri figli è certo qualcosa di incomprensibile. Forse sono questi pochi piccoli appigli che creano una sorta di legame con un passato che appare davvero remoto ma così forte da creare l’emozione tra ricordo ed immaginazione. Nel contempo un pensiero nuovo si affaccia, è il pensiero di come spesso parliamo di cose del passato arrogandoci il diritto di conoscerle, e ne parliamo come ne fossimo esperti, del resto abbiamo letto i libri, e alcuni ne hanno letti parecchi, ma per quanti libri vuoi leggere non potrai mai comprendere fino in fondo cosa sia stata quella epopea per migliaia di persone, in quei terreni malsani nell’aspra lotta per piegare l’ambiente ostile, per renderlo buono per l’uomo e per il suo sviluppo. E che dire dei contadini che, lasciando la fame del Veneto e del Friuli sono scesi fino all’Agro Pontino, appena bonificato, per affrontare una nuova sfida piena di speranza in un grande futuro? Come pensiamo, noi uomini di questo tempo, di capire quegli anni, quegli uomini?
Man mano che il lavori avanzavano e che borghi e casali prendevano vita ci si preoccupò di istruire le nuove generazioni indirizzandole alle attività agricole per formare gli uomini e le donne dell’Agro Pontino. Sorsero nei borghi le prime scuole, pennini e calamai divennero protagonisti, assieme alle sementi, di quelle terre strappate alla palude e trasformate in terreno agricolo e fonte di speranza. Veniva distribuito il Chinino di Stato combatteva la malaria e le sputacchiere erano un importante strumento di profilassi per la tubercolosi, apposite pubblicazioni ed ammonimenti informavano dell’importanza di sputare dentro di esse.

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“L’uomo civile non bestemmia e non sputa per terra”. Questo recitavano i cartelli della campagna contro la tubercolosi.
Ma poi venne la guerra, i cartelloni illustrativi raccontano come i tedeschi compresero l’importanza di quelle opere fatte da appena dieci anni e presero a distruggerle. L’effetto fu che la palude si riappropriò di quel territorio, e con la palude anche la zanzara tornò ad essere padrona mietendo nuovamente le sue vittime. A volte la guerra biologica è proprio originale. I coloni se ne riandarono. Sfollati causa zanzare.
Con gli americano arrivò anche il DDT.
Credo che, parlando della Bonifica dell’Agro Pontino, si debba avere un grande rispetto per quegli uomini e quelle donne, per quello che hanno sofferto, per la passione che hanno vissuto in nome di una vita dignitosa ed un futuro di speranza. Sempre e comunque combattendo povertà e malattia. Quando parliamo di quei tempi, soffermiamoci un attimo a considerare quanto poco possiamo conoscerli, per comprendere una epopea bisognerebbe averla vissuta, ecco perché racconti e testimonianze sono così importanti e vanno conservati e protetti in un museo ben fatto. Questo pare proprio lo sia, se è riuscito a trasmettere tanta emozione.
La visita prosegue con testimonianze del mondo agricolo, con una quantità di attrezzature e veicoli originali, sempre con una attenta ricostruzione scenica. C’è quindi, a seguire, un momento dedicato ai campi di concentramento. Rimango quasi incollato a quei pannelli, mi capita sempre quando il tema è questo. Particolarmente mi fermo innanzi ad un cartellone con tutti i segni distintivi delle categorie, triangoli colorati a seconda se sei zingaro o comunista, omosessuale uomo o donna, Se sei ebreo i triangoli sono due sovrapposti a farne una stella, la stella di David. M’è venuto da pensare come l’idiozia umana a volte classifichi gli uomini con dei triangoli.

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C’è poi una serie di padiglioni dedicati ad una nutrita raccolta di veicoli della ultima guerra. C’è anche lo Sherman che appare nel campo di concentramento del film “La vita è bella”. Ci sono padiglioni dedicati alla battaglia di El Alamein e ad altre battaglie e sbarchi sul territorio italiano ed un padiglione dedicato alle trasformazione dei mezzi bellici per l’uso civile.
Durante la visita ci si imbatte in un caccia P40 affondato nel golfo di Salerno e anche in un curioso carro Sherman, uno degli ultimi 3 carri armati anfibi ancora esistenti, Il carro è stato tirato fuori dalle acque di fronte a Salerno, “affondato” durante lo sbarco al quale seguì la liberazione di Napoli. Il meccanismo di galleggiamento consisteva in un telo ancorato attorno allo scafo del carro che una volta alzato trasformava il carro in barca, peccato che lo stratagemma fu tanto semplice quanto inaffidabile. Nello sbarco in Normandia se ne persero infatti la gran parte poiché il mare non era proprio calmo, ed i carri iniziarono ad imbarcare acqua sino ad affondare. Il nostro invece, uscendo dalla rampa strappò il telo uscendo dal mezzo che lo trasportava.

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Una Moto Guzzi trasformata in un triciclo carretto per trasporto materiali in montagna con la carreggiata variabile mi ricorda di quanto le guerre sviluppino l’ingegno degli ingegneri meccanici. Ma sono proprio così indispensabili le guerre allo sviluppo?

Sono quasi passate 7 ore, bisogna fare in fretta, percorrere le ultime esposizioni senza soffermarsi. Non ho mai rimpianto di non essere arrivato ad un museo per l’orario d’apertura, ma questa volta sarebbe stato meglio partire un’ora prima per avere più tempo.
Nel libro dei visitatori l’ultima scritta riporta:
“cualcosa di calcio?” (qualcosa con la c)
Segue una scrittura con una freccia che punta alla “c”, la scritta recita: “pure sull’italiano”
Lasciamo il museo e ci rituffiamo nel traffico della Pontina. Proviamo un po’ di pena per i romani condannati a ore di fila ogni qualvolta decidono di uscire la domenica. arriviamo a casa dopo circa due ore e mezza di macchina, ma molto contenti per l’esperienza.

LUCIANO DAMIANI

Consigli di lettura:

“Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi
“Gli scariolanti di Ostia Antica” di Liliana Madeo
“La palude dei papi” di Vittorio d’Erme