A DRESDA, CHE SI RISCOPRI’ FIRENZE DELLA SASSONIA (II)

di NICOLA PORRO ♦

La riunificazione tedesca conobbe una veemente accelerazione a partire dai primi mesi del 1990,. Per molti versi, si trattò di una deliberata forzatura politica di cui il cancelliere occidentale Helmuth Kohl si assunse con tempestività e coraggio l’intera responsabilità. La decisione non era facile né scontata. Un sondaggio effettuato per la prima volta sulla popolazione della ex Repubblica comunista rivelò che il 73% degli intervistati era spaventato dalla possibile e imminente riunificazione con un Paese diverso, più ricco e potente e ormai culturalmente percepito come “estraneo”. Chi “votava con i piedi” preferiva espatriare in Occidente piuttosto che divenire Occidente. Al netto dell’enfasi patriottica, nemmeno gli occidentali, i Wessie, accolsero l’accelerazione di Kohl con particolare entusiasmo. Anche le cancellerie dei maggiori Paesi diffidavano del rischio di una risorgente egemonia tedesca. Fu l’italiano Giulio Andreotti a esprimere con una battuta delle sue il sentimento prevalente: “Amo talmente la Germania che preferirei tenermene due”. Vinse Kohl, drammatizzando le conseguenze politiche e sociali che sarebbero derivate da dilazioni e prudenze nel dar corso alla ricomposizione del Paese. Ma la mossa vincente consistette in una spregiudicata operazione valutaria. Il cancelliere si conquistò il sostegno degli increduli cittadini dell’Est imponendo un tasso di conversione del marco orientale allo stesso valore di quello occidentale. Operazione demenziale sotto il profilo della logica finanziaria, che però trasformò di un colpo milioni di proletari dell’Est in piccolo borghesi del Paese unito. Le famiglie della Ddr possedevano tutte modesti capitali: il risparmio forzato era stato imposto dalla carenza dei beni di consumo, non dalla povertà. Alla Germania (e indirettamente all’Europa comunitaria, ancora munita dell’Ecu, la moneta fittizia incubatrice dell’euro) il colpo genio di Kohl costò l’equivalente di 1.500 miliardi di euro al valore corrente. I contraccolpi furono rilevanti e anche l’Italia si troverà a pagare un conto salato qualche anno dopo, quando l’onda lunga degli eventi favorì la speculazione ai danni della lira imponendo una svalutazione repentina e l’uscita dall’area Ecu. Forse non è male rinfrescare la memoria a noi stessi e ai rigoristi tedeschi sempre pronti ad addebitare a noi e ai Paesi del Sud tutte le colpe della faticosa marcia della moneta comune. C’è una data simbolo in questa storia. È quella del 19 dicembre 1989, quando Kohl volle parlare ai cittadini di Dresda assiepati all’interno della vastissima Frauenkirche. Alla fine di un discorso appassionato proclamò le parole magiche: “Wir sind ein Volk”, siamo un popolo solo. Uno slogan che evocava l’altro, risuonato nello stesso luogo un anno prima: “Wir sind das Volk”, il popolo siamo noi. La libertà e l’unità politica del Paese trovavano una perfetta saldatura nelle parole del cancelliere. I sogni, però, si materializzarono con qualche fatica e non senza cocenti delusioni.

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Oggi Dresda è una città insieme antica e nuova. Dalla grandiosa Prager Strasse, che fa da capolinea a un’efficiente metropolitana di superficie, si raggiunge a piedi il sontuoso centro storico, ricostruito nei minimi dettagli su planimetrie originali.  I musei e le pinacoteche sono stati ripensati con criteri innovativi. Stento a ricordare la mia visita precedente, tutto mi sembra nuovo anche se le opere esposte sono in gran parte le stesse. La pittura italiana rinascimentale occupa da sola metà degli spazi espositivi. Se posso accostare sacro e profano, anche la Dresda dei turisti e dello struscio presenta a suo modo una forte impronta italiana. Ci divertiamo a contare i locali di ristorazione che si affacciano sulla Frauenkirche. Ne calcoliamo 32: 27 sono pizzerie o ristoranti di cucina italiana, per lo più gestiti da operatori asiatici o nordafricani. Gli italiani, una solida e radicata borghesia di impresa dove non sono mancati tentativi di infiltrazioni malavitosa, dirigono i circuiti commerciali del settore.

I ponti sull’Elba, visti al tramonto, trasmettono sensazioni di bellezza signorile e struggente. Oltre il fiume c’è la Neuestadt, la città nuova. Nuova davvero: locali alternativi, immensi murales, fioritura di centri sociali, un mood di blanda trasgressività. È una simpatica rivisitazione postmoderna di un vecchio e squallido quartiere dormitorio.

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Nel centro, piccoli monumenti di stile minimalista ricordano personaggi, fatti, storie della rivolta. Uno di questi, al crocevia della Prager Strasse, evoca la data dell’8 Ottobre 1989, quando all’esterno della grande chiesa barocca cominciarono a radunarsi persone desiderose, semplicemente, di potersi parlare. Da bravi cittadini educati all’ordine socialista inviarono dal borgomastro una loro delegazione. Erano una ventina di persone, cui il funzionario addetto domandò bruscamente “chi siete?”. Presi di sorpresa, non seppero fare altro che contarsi e risposero “siamo il Gruppo dei 20”. Fra loro c’erano quasi tutti i leader della rivoluzione pacifica che avrebbe preso forma quattro settimane dopo, non senza che gli uffici del borgomastro avessero regolarmente protocollato una formale autorizzazione a riunirsi in assemblee “anche se non tenute in sedi del Partito”.

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La “Wende” (il cambiamento) fu veloce e sostanzialmente pacifica: i tempi, nella colta città dell’Est, erano maturi. Il potere comunista si arrese senza combattere. Circa l’atteggiamento dei sovietici, che conservavano a Dresda un’imponente guarnigione dell’Armata Rossa, la cronaca parla di un ripiegamento ordinato, autorizzato e forse sollecitato dallo stesso Gorbaciov. Un solo momento di tensione, quando nella notte del 9 novembre 1989 una folla immensa diede l’assalto al palazzo della Polizia segreta, la Stasi. L’obiettivo erano gli archivi che contenevano tutte i dossier e le schede della polizia di regime, con i nomi di perseguitati, spioni e doppiogiochisti. Si racconta che dal vicino palazzo del Kgb arrivò un ufficiale sovietico. Era un tenente colonnello, di piccola statura ma di corporatura atletica. Era apparentemente rimasto solo a presidiare l’edificio deserto nella classica latitanza delle linee di comando nei momenti di crisi. Narra la vulgata che l’ufficiale, esprimendosi in un tedesco rudimentale, abbia convinto gli assedianti a “non esagerare”. L’argomento adottato era persuasivo: “nel caricatore della mia pistola ci sono 12 pallottole. L’ultima è per me, le altre per i primi che saliranno questi gradini”. Poi, dopo aver sollecitato rinforzi, il tenente colonnello Vladimir Putin riuscì ad allontanarsi indisturbato. I cinquemila manifestanti si dispersero lentamente. Chissà se è una storia vera oppure un racconto confezionato a posteriori per esaltare la tempra di un oscuro funzionario del Kgb destinato a una grande carriera politica. Il mistero, insieme alla tragedia, sembra del resto appartenere intimamente a questa città. Le conferisce fascino, come gli antichi racconti su principi capricciosi, congiure e intrighi di palazzo, guerre mai risolte fra poteri secolari e profeti dell’apocalisse. Vicende incorniciate da architetture straordinarie e scandite dallo scorrere lento e solenne di un fiume. Come facciamo a non chiamarla la Firenze della Sassonia?

NICOLA PORRO