POLITICA INTELLETTUALE

di TULLIO NUNZI ♦

Scrivo consapevole che l’argomento trattato è di scarso interesse, ma nella speranza che ormai solo alcune minoranze attive (il termine non è mio ma di Derita) possano stimolare un dibattito pubblico o ipotizzare progetti.

Non più la politica fatta di Fregoli, progenitori di Zelig, figlia del tempo, molto carente di progettualità, attenta molto spesso a valutazioni di questione prettamente economiche o personalistiche.

La domanda che pongo, con la speranza che qualcuno risponda, è semplicemente per capire se si tratti solo di un mio problema (generazionale) o se si tratti di un problema sentito e condiviso.

Quello che manca al Paese, quello di cui si sente maggiormente l’assenza a livello di società civile, sono alcune voci che nel passato erano presenti in Italia ma che purtroppo sono scomparse.

Parlo degli intellettuali, termine arcaico, un po’ demodè; definiamoli quegli irregolari, anticonformisti, vagamente eretici, che con autorevolezza introducevano dubbi alle certezze ideologiche, tuttora presenti, demistificavano tutti gli ideali, evidenziavano si alcuni valori, sapendo che ne esistevano però altri, altrettanto rispettabili.

Categoria fondamentale, importante, ancor più oggi, consapevoli che nelle grandi tragedie che sta vivendo questa città, un ruolo importante in negativo, l’ha svolto sovente l’inadeguatezza politica che ha occupato posizioni pubbliche rilevanti.

Sarebbero utili voci autorevoli, capaci di esporre idee, senza restarne succubi, capaci di sferzare tutti i dogmatismi ideologici, i cinismi del potere, da qualsiasi parte venissero; capaci di criticare chi continuamente afferma di avere la verità in tasca o chi pensi che il proprio punto di vista possa essere l’unico possibile, senza affossare nella brodaglia del politicamente corretto.

Mancano queste voci e mi piacerebbe sapere se siano scomparse, annegate nel magma del conformismo politico o relegate volontariamente in un privato, ahimè tragico per questa città (oppure come risposta data a questa lettera siano morti di fame come auspicato da un noto ministro).

Forse si tratta di un problema personale, dovuto a mentalità arcaiche politiche della mia generazione, non abituata a fughe gabbane, voltate, spregevoli spettacoli trasformisti di falsi eroi, moralizzatori e giustizieri.

La speranza è in qualche risposta e non in una accusa conformista di qualunquismo ed antipolitica, ma nell’obbligo (a mio avviso) della necessità di una ingerenza nella politica, senza nessun legame di familiarità politica, di coloro che sono capace di fare pressioni sul potere, non avendo potere di posizione; cosa che rende impopolari, fa prendere rischi, e spesso fa rimanere soli, ma che permette di avere dignità e capacità di autorevolezza, facendo riferimento al proprio cervello senza portarlo all’ammasso.

TULLIO NUNZI