A DRESDA. DALLA TEMPESTA DI FUOCO ALL’IDENTITA’ RITROVATA (I)

di NICOLA PORRO ♦

A Dresda ero stato una volta sola, un quarto di secolo fa. Ci sono tornato con curiosità. Ricordavo una città simile a un cantiere. La Firenze della Sassonia – l’iperbole questa volta è giustificata – era all’epoca impegnata in un’impresa titanica. Dopo la riunificazione, si costruivano nuovi quartieri, strutture civili, tutto quanto servisse ad adeguare agli standard dell’amato/odiato Occidente la qualità della vita urbana. Si edificava il futuro e insieme si cercava di ricostruire il passato. I grandi edifici d’arte del centro storico, l’Albertinum, lo Zwingler, le grandi pinacoteche, la cattedrale luterana di Frauenkirche, avevano conosciuto sino ai primi anni Novanta solo una rispettosa manutenzione conservativa. Il progetto di ricostruire l’intero centro storico muoveva i primi passi. L’obiettivo era di restituirlo a una filologica continuità e insieme di modificarne in radice stile e modalità di fruizione. La più importante città d’arte della Germania, tuttavia, era ancora lontana dal ritrovare la sua grazia barocca, la suggestione delle antiche strade, la grandiosità dello spazio urbano digradante dal cuore cittadino verso gli eleganti ponti sull’Elba.

Quel cuore era stato ferito a morte nella notte fra il 13 e il 14 febbraio 1945. Inghiottito da una tempesta di fuoco. È un’espressione scientifica, non letteraria. Ottocento aerei britannici avevano per primi seppellito il centro urbano sotto 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 bombe incendiarie. Alle prime luci dell’alba gli F-17 americani – con quattro raid di bombardamenti a tappeto – sganciarono altre 1.250 tonnellate di bombe esplosive. L’incendio che ne seguì divampò a una temperatura di 1.500 gradi. L’escursione termica, con valori ambientali attorno a zero gradi, causò un ciclone che, spianando l’area colpita, sollevò al cielo un’enorme quantità di materiali, comprese opere d’arte, intere biblioteche, rivestimenti pregiati. Altri raid alleati colpirono la città nelle ultime settimane di guerra. Particolarmente cruenti furono quelli americani del 2 marzo e del 17 aprile 1945.

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Un cartello informa con precisione che 24.866 dei 28.410 edifici che componevano il centro città, l’antica Stadtmitte, andarono distrutti. Quindici chilometri quadrati di aree densamente popolate furono rasi al suolo in meno di sette ore. La foto di Richard Peter rende plastica evidenza della tragedia che si consumò sulle rive dell’Elba. La stima delle vittime è ancora incerta: esagerando, si è parlato di 250.000. Certamente però i caduti furono diverse decine di migliaia. Kurt Vonnegut, che fu testimone oculare della vicenda, racconta in Mattatoio n. 5 che ai sopravvissuti usciti dai rifugi sembrò di trovarsi “sulla superficie della Luna”. L’impatto emotivo della distruzione di Dresda rivivrà dopo molti anni nel romanzo di Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, e nelle inquietanti elaborazioni grafiche di Luca Enoch. Gli Iron Maiden dedicheranno alla tempesta di fuoco una straordinaria narrazione per immagini e suoni (Tailgunner: no more bombs, just one big bomb).

Non sorprenda che la distruzione di Dresda abbia evocato emozioni superiori e memorie più persistenti persino rispetto a quelle suscitate dall’ecatombe atomica di Hiroshima e Nagasaki. Non credo si tratti di un puro riflesso eurocentrico. Dresda, più che la stessa Berlino, fu in realtà il teatro e l’ara sacrificale dell’ultimo atto della Guerra europea. Gli obiettivi militari erano insignificanti, decisivi quelli politici e simbolici. Gli americani volevano accelerare la resa hitleriana. Le squadriglie della Raf si alzarono in volo per vendicare la distruzione di Coventry, il martirio di Londra e tutte le ferite inferte al loro Paese dai bombardieri della Luftwaffe.

Alla fine delle ostilità, la città di Dresda, ridotta a un cumulo sconfinato di macerie, avrebbe seguito il destino delle altre città della Germania orientale. Per popolazione costituiva la seconda città della Repubblica democratica. La sua importanza strategica discendeva dalla posizione geografica, dall’antico splendore artistico e dalla tradizione di eccellenza di aziende come la Zeiss. Per ragioni forse non puramente orografiche, era la sola città importante della Ddr orientale dove non era possibile captare il segnale televisivo delle reti occidentali. Eppure fu Dresda l’epicentro della rivolta che prese corpo già nei primi del fatidico 1989. A metterla in moto fu la pacifica iniziativa di privati cittadini: il cosiddetto movimento del lunedì. In quel giorno, ogni settimana alla stessa ora, migliaia di persone avevano preso a radunarsi nell’immensa Frauenkirche, la Chiesa della Signora devoluta al culto protestante. Erano credenti e non credenti, simpatizzanti del dissenso e persino iscritti al partito di regime. Decisero di interrogarsi sulla libertà, i diritti, le promesse mancate del socialismo e le ferite della divisione. Chiunque aveva libertà di parola: pastori protestanti e sacerdoti di altre confessioni, intellettuali, artisti, semplici lavoratori, casalinghe, operatori sociali, docenti universitari e insegnanti di ogni ordine di scuola. Le spie del regime si limitarono ad annotare per mesi con burocratica diligenza nomi e recapiti degli autoconvocati. Inaspettatamente, però, quanto più si riempivano le navate della cattedrale, animandosi di voci sempre più libere e impazienti, tanto meno stringente si faceva il controllo di polizia. Un bel giorno gli agenti maldestramente mimetizzati smisero persino di annotare nomi e recapiti. Erano stati i primi a saperlo: qualche ora prima, la non lontana Ungheria aveva aperto le frontiere e già a decine di migliaia, attraversando valichi di confine incustoditi, i tedeschi dell’Est si andavano dirigendo verso l’Austria per raggiungere da lì la Germania federale. Quella sera la scrittrice Christa Wolf, considerata una fiancheggiatrice critica del regime, lanciò dalla tv di Stato un appello “Per la nostra Patria”.  Invitava i compatrioti a non lasciare il Paese, inneggiava alla pacificazione, auspicava quella incruenta socialdemocratizzazione del comunismo che venti anni prima i cingolati del Patto di Varsavia avevano negato alla vicina Cecoslovacchia. Ma era troppo tardi per gli appelli. La gente era già per le strade, i venti del lunedì erano diventati ventimila e crescevano di minuto in minuto. Un bel momento venne loro spontaneo prendersi per mano, in un gesto di solidarietà e di festa. Diedero vita così alla più lunga catena umana della storia europea. Si snodò per giorni lungo le arterie automobilistiche principali, raggiunse le campagne, animò pacifici girotondi attorno alle carceri e alle caserme abbandonate. Prima dell’economia di mercato, del Welfare e del marco pesante arrivarono i codici comunicativi delle tifoserie calcistiche. Qua e là dai finestrini delle piccole scoppiettanti Trabant cominciarono a sventolare le bandiere nazionali amputate dal simbolo del regime. I compunti guidatori si abbandonarono a squillanti sinfonie di clacson che nemmeno a Via Chia quando vince il Napoli. La calcistizzazione della politica debuttava anche al di là dell’Elba. Riproduceva modelli e comportamenti già familiari nell’altra Europa. Con intenti e sentimenti incomparabilmente più nobili, però, di quelli sguaiatamente ostentati dalle curve leghiste del nostro Nord-est o peggio da quegli incubatori del rancore che annunciavano le guerre balcaniche dagli stadi serbi e croati.

Ci raccontano scherzando che per la prima volta qualcuno fu visto persino parcheggiare in doppia fila. Presto i ritmi delle serate familiari cominciarono a essere scanditi dai programmi delle televisioni di stile occidentale. Era un pubblico ancora ingenuo e facile agli entusiasmi. Magari qualche impresario fece in tempo a rifilargli un’esibizione di Scialpi (non ancora diventato Shalpy), un concerto live dei Ricchi e Poveri, uno speciale con Raffaella Carrà o una puntata di Giochi senza frontiere. Non saprei dire, certo però le dimesse birrerie si arresero senza colpo ferire all’avanzata di colonne corazzate di pizzaioli che, alla testa di battaglioni di apprendisti tunisini e camerieri egiziani, presero possesso della quasi totalità dell’aristocratico e ancora austero centro monumentale. Gli abitanti, troppo a lungo abituati a obbedire e a sopportare, non si scomposero. Avevano visto di peggio.

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O meglio: dimostrarono di sapere quello che contava davvero. La città della tempesta di fuoco si era ripresa la sua storia, le sue splendide memorie, l’orgoglio di sentirsi di nuovo una capitale europea della cultura. Era di nuovo la Firenze dell’Elba. Quella che si andava producendo fu una rapida ma intensa contaminazione fra politica, economia, azione sociale, prosaici interessi materiali e generosi afflati ideali. È una storia che a noi è pervenuta con un eccesso di semplificazione, talvolta banalizzata. Eppure riguarda da vicino anche noi, il nostro presente. Interessa, in particolare, i mutevoli e raramente sereni rapporti fra un’Europa in crisi di progetto e una Germania incapace di esercitare una leadership. Una carenza di respiro strategico surrogata di volta in volta da irritanti ramanzine ai Paesi partner o da burocratiche esternazioni contabili. Per cercare di capire meglio occorre ripartire proprio da Dresda e dai giorni che seguirono il suo ritorno all’Europa. Ci sono cose dimenticate o poco note che vorrei raccontare. Ve ne parlo presto, restate con noi!

NICOLA PORRO