A Berlino, fra gli incubi e i sogni della modernità 

 

di NICOLA PORRO ♦

Era un proposito che coltivavo da un po’.  Tornare finalmente in Germania da turista, emancipato dagli impegni di lavoro e dai suoi luoghi deputati, nel mio caso le pur gradevolissime città di Amburgo e Colonia. Viaggiare in auto è faticoso nei giorni del grande rientro. Le Autobahn sono congestionate come la Milano-Laghi il venerdì sera e così martoriate dai lavori in corso che sembra di stare sulla Salerno-Reggio Calabria. Però il percorso offre l’opportunità di ritornare nella romantica Heidelberg, di rivedere Norimberga completamente ridisegnata nel suo tessuto urbanistico, di perdersi fra i musei di Dresda e i suoi edifici barocchi, filologicamente ricostruiti dopo la devastazione bellica, di esplorare le viuzze trendy della Nueue Stadt di là dall’Elba. Cammin facendo si incontra la graziosa città fortificata di Rothenburg ob der Tauber e si può esplorare la piccola deliziosa Bamberga.  La Germania, visitata in giorni di sole senza essere tallonato da colleghi e studenti, mi sembra tutt’altro che priva di appeal turistico.

Il cuore del viaggio è inevitabilmente Berlino. Vi mancavo da venticinque anni, quando era ancora palesemente percepibile la frattura fra le due città dopo il Muro e incompleta l’opera di edificazione della Grande Capitale. Dal nostro hotel vicino alla Ku’Damm basta salire su un normale autobus di linea a due piani, il 100, per attraversare le principali arterie cittadine godendo di una spettacolare visione panoramica. La città mi pare più maestosa, più ricca di verde, forse un po’ meno ordinata di come la ricordavo. L’Alexanderplatz e l’avveniristica Potsdamer sono grandi spazi pubblici accoglienti e vissuti, non sempre bellissimi ma sicuramente originali e funzionali. Come la prima volta, tuttavia, stento ad associare Berlino alle maggiori metropoli occidentali. Non assimilabile a Parigi, Londra o New York. Rimane in modo inconfondibile l’antica e nuova capitale della Germania con i suoi tratti inconfondibili. Per rimanere all’area centroeuropea, non possiede la leggiadria di Vienna né la vivacità di Monaco né l’eleganza di Amburgo o il fascino discreto di Praga. L’Isola dei Musei offre però tesori d’arte e reperti archeologici straordinari. Ovunque sono disseminate istituzioni culturali o esibizioni d’arte perfettamente allestite. Il vecchio arsenale ospita il grandioso Deutsches Historisches Mueseum. Audiovisivi ben confezionati e percorsi di visita ben pianificati ti guidano in un viaggio ricco di stimoli e di sorprese nella storia millenaria di questo Paese chiave del continente. Immagino la fatica e lo sforzo intellettuale dei curatori chiamati a raccontare una storia collettiva così densa, complicata e controversa. Il risultato è soddisfacente. La rivolta delle tribù germaniche al dominio romano, la stagione carolingia, i conflitti che precedettero e seguirono lo scisma luterano, la sofferta gestazione dello Stato unitario, le guerre del Novecento sono raccontati e illustrati con chiarezza e rigore didattico. Traspare l’intenzione di offrire una lettura corretta e mai ideologica di vicende che ancora dividono gli storici e talvolta la stessa opinione pubblica. La scottante parabola del nazismo è però affrontata senza infingimenti. I documenti, le foto esposte, le sobrie ricostruzioni storiografiche dei fatti che accompagnano i reperti bastano e avanzano.

A Berlino, d’altronde, la storia ti insegue, quasi ti opprime. Qui si sono consumate le più grandi tragedie dell’Europa novecentesca. A poche centinaia di metri dal bunker dove Hitler si tolse la vita, sotto la sede della Gestapo nazista, sorge un suggestivo museo all’aperto, chiamato Topografia del terrore. È un allestimento fotografico permanente che documenta con crudezza ascesa, trionfi e finale catastrofe del regime nazionalsocialista. A distanza di pochi passi si conserva l’unico tratto relativamente integro del Muro, sottratto alla commercializzazione turistica che svilisce il Check Point Charlie qualche chilometro più in là. Non distante sorge lo struggente Holocaust Mahnmal. È un grande spazio disadorno che ospita quasi tremila steli di vittime del genocidio. Vi si accede percorrendo un labirinto che suscita una sensazione di smarrimento claustrofobico, capace di rendere il sentimento di disperata impotenza delle vittime del totalitarismo.

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Bisogna dare atto ai tedeschi di aver fatto i conti con la propria storia pubblicamente, con onestà intellettuale e con un rigore “luterano” che sono mancati da noi nell’elaborazione del giudizio sul fascismo o in Spagna nella riflessione sul franchismo. C’è una premessa non verbalmente dichiarata ma che risulta di immediata comprensione. Ci dice che i totalitarismi del Novecento, pur di diverso profilo ideologico, non furono incidenti della storia. Furono fenomeni indotti da vicende umane e prodotti da uomini in carne e ossa. E come umane vicende vanno conosciuti e indagati. Lo sterminio industrialmente pianificato di interi popoli, l’inferno dei gulag staliniani, una guerra di dimensioni apocalittiche, furono l’esito di azioni umane consapevoli. Mi viene in mente come poche settimane prima fosse stata approvata in Italia la controversa legge sul negazionismo (di cui personalmente non ho capito la necessità e l’opportunità)  mentre un importante quotidiano vicino alla destra mandava in edicola il Mein Kampf di Hitler e sui canali televisivi di intrattenimento dilagavano programmi dedicati ai personaggi e alle vicende più repellenti dell’epopea nazista. Inevitabile domandarsi quale sotterranea inconfessabile attrazione eserciti su di noi, cittadini trasformati in audience o degradati a “popolo della rete”, quella che Hannah Arendt ha chiamato la banalità del male. Una formula discussa e discutibile che tuttavia rinvia al tema cruciale: la responsabilità degli individui nei confronti del male. Questione che interroga storia, filosofia, diritto, antropologia, ma che va ben oltre i territori della conoscenza e della ricerca. Nemmeno chiama in causa soltanto i criminali che furono definiti a Norimberga i “volenterosi carnefici di Hitler”. I bravi curatori delle mostre berlinesi sollevano la questione urticante della complicità. Il riferimento è a quei milioni di persone oneste e istruite che di fronte all’orrore e al terrore si limitarono a girare il capo dall’altra parte. Quelli che non vollero vedere e quelli che rifiutarono di capire. È falso, ci confermano studi aggiornati, che nessuno sapesse o che non si sapesse abbastanza per reagire. In un lavoro appena pubblicato, Orgoglio e genocidio, Alberto Burgio e Marina Lalatta Costerbosa – due storici italiani influenzati dalla giovane storiografia tedesca – affrontano di petto la questione. Rifiutano l’approccio in base al quale il popolo tedesco sarebbe stato trascinato quasi inavvertitamente, per effetto di una perversa logica sistemica divenuta presto incontrollabile, in un baratro senza fondo e senza possibilità di uscita. Non fanno propria, insomma, la tesi della Arendt sulla banalità del male, o meglio segnalano il rischio che essa finisca, seppure involontariamente, per ridimensionare le responsabilità personali di fronte all’orrore. Secondo la nuova storiografia tedesca, la deriva genocida del nazismo si valse piuttosto di una complicità morale di massa che portò milioni di persone intelligenti, mediamente istruite e “per bene” a subire i deliri paranoici e le pulsioni di morte dei capi, alcuni dei quali non erano soltanto dei fanatici ma degli autentici psicopatici. Non si trattò soltanto di paura o indifferenza. Non pochi furono sedotti da possibili benefici individuali, pochi prestarono ascolto alle voci che avevano lanciato l’allarme in tempo ancora utile.

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Occorre fare molta attenzione: gli appelli del populismo xenofobo nell’Europa dei nostri giorni utilizzano gli stessi ingredienti emozionali e alimentano le stesse illusioni. Avallano l’idea che le difficoltà economiche siano il prodotto delle ondate migratorie, che siano in atto congiure ai danni della nostra civiltà, che il nostro declinante benessere sia minacciato da orde di invasori o da un nemico interno individuato senza distinzioni in un generico e corrotto ceto politico, in fantomatici “poteri forti”, nella debolezza delle istituzioni democratiche o  nelle trame del gruppo Bildelberg.

Fatte le debite differenze, sono gli stessi ingredienti dei populismi reazionari che fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento si offrirono come risposta alle crisi combinate dell’economia e della legittimità politica delle vecchie democrazie. È per questa via, non per qualche presunta tara etica, che un grande Paese europeo divenne complice dei peggiori crimini contro l’umanità.

Nel corso dei decenni sono fiorite le spiegazioni. Si è detto che la Germania era passata bruscamente dal medioevo alla modernità senza transitare per l’Illuminismo. Si è chiamata in causa la nazionalizzazione tardiva del Paese (argomento usato anche per spiegare il fascismo italiano). Si è parlato della dissennata ritorsione antitedesca che con il Trattato di  Versailles avrebbe alimentato la paranoia vittimistica e il revanscismo nazionalista saldando sovversivi hitleriani e borghesia “patriottica”. Argomenti sensati, che aiutano a comprendere ma che non forniscono una risposta risolutiva all’interrogativo posto con drammatica semplicità da Christopher Browning: “Why did they kill?”, perché uccisero?

L’incubo narrato a Berlino ci insegna a diffidare di spiegazioni monocausali. Ciò che fece della Germania la terra dell’Olocausto e dell’orrore furono il concorso e la sinergia di ragioni diverse. Giocò un ruolo l’umiliazione per gli esiti della Grande Guerra, che si trasformò in rancore diffuso di fronte alla richiesta di risarcimenti che misero in ginocchio l’economia nazionale. L’impoverimento di massa, le turbolenze politiche e poi l’inflazione galoppante che genererà l’ossessione maniacale “ordoliberista” per i bilanci sotto controllo – che ancora permea nel bene e nel male la politica tedesca -, favorirono le pulsioni gregarie, il bisogno del capo, la regressione collettiva all’ideologia della forza. La quale, a sua volta, si sarebbe più tardi trasformata nella pratica industriale dello sterminio. Grandissime furono le responsabilità del ceto intellettuale e di molti ambienti professionali. Magistrati e giuristi si prestarono a trasformare la legislazione vigente in codificazione delle disuguaglianze. Carl Schmitt, un maestro della giurisprudenza di scuola cattolica, teorizzò il decisionismo del capo e il primato della politica sulla norma morale (“auctoritas, non veritas, facit legem”). Argomenti brillantemente proposti e sviluppati con cinico rigore. Sarebbero piaciuti non solo a Mussolini e a Franco, ma anche a Stalin e a Pol Pot. Burgio e Lalatta Costerbosa mettono in relazione il decisionismo di Schmitt con quello che è il suo apparente opposto, il formalismo giuridico che già nel 1933 permise di sospendere senza colpo ferire i diritti fondamentali e poco dopo di varare le leggi razziali.

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Ciò che però rende inquietante l’esperienza del totalitarismo nazista è quello che Agamben e altri studiosi – fra cui Roberto Esposito in una recensione proprio al volume di Burgio e Lalatta comparsa su Repubblica del 4 settembre 2016 – hanno definito biologizzazione del diritto e della politica. La persecuzione razziale veniva cioè resa “accettabile” producendo “una dissezione capillare del bios in base a differenze di tipo razziale”. In parole più semplici: non fu il totalitarismo a dare corpo al razzismo e a generare lo sterminio, bensì fu il principio della diversità irriducibile (quella dettata non dalla storia ma dal genoma) a partorire e legittimare i totalitarismi. La deriva criminale del nazismo discenderebbe da una regressione della civiltà alla natura primigenia del bios, che certo si fece strada con più facilità in un Paese non sufficientemente dotato degli anticorpi dell’eredità illuministica. La biologizzazione della politica precede perciò lo stesso antisemitismo. Alimenta e giustifica lo sterminio armeno come il massacro dei kulaki, l’eccidio cambogiano perpetrato dagli khmer rossi come il genocidio del Ruanda. Tragedie che avrebbero fornito una raccapricciante conferma delle intuizioni del pensiero critico del secolo breve. È quello che avevano intuito prima Freud, quando sviluppò l’ipotesi dell’istinto di thanatos, e poi Foucault elaborando la nozione di biopolitica. Ed è anche la lezione che viene dalla Scuola sociologica di Francoforte, che non casualmente dedicherà la sua opera maggiore alla Dialettica dell’Illuminismo, e dal nostro Agamben con la sua acuta rivisitazione dell’homo sacer.  La politica trasformata in biopolitica si sarebbe così rovesciata inesorabilmente in pratica collettiva della morte: la tanatopolitica.  Ne troviamo tracce nel simbolismo fascista che associava pulizia etnica e celebrazione della “bella morte”. L’Isis, esaltando l’annichilamento materiale del nemico e l’ideologia dei martiri carnefici, si nutre degli stessi repertori culturali e delle stesse inconfessabili pulsioni psichiche. Purtroppo l’orrore e il terrore non sono sepolti per sempre sotto le macerie di qualche muro o di qualche palazzo del potere (Berlino perfetta e tragica metafora della storia d’Europa). La memoria evocata dalle testimonianze ci consegna, al contrario, una domanda inquietante e niente affatto accademica. L’Olocausto fu il prodotto dalla negazione della modernità – una sorta di suo temporaneo deragliamento – o rappresenta ancora, al contrario, una delle forme possibili della postmodernità? È una pulsione esorcistica o è il freudiano istinto di thanatos a ispirare la sinistra fascinazione ancora esercitata dai totalitarismi? Cosa cerchiamo per le strade di Berlino, nei dolenti pellegrinaggi ad Auschwitz, nei programmi Sky che promettono di svelarci gli arcani del Terzo Reich? Siamo sicuri di essere al riparo dai fantasmi e dagli incubi del Novecento?

NICOLA PORRO