C’era una volta la Fenech

di LUCA GUERINI ♦

Avevo preparato una riflessione da proporvi sul tema del rapporto del teatro coi classici e tutte le implicazioni relative alla fruizione da parte del pubblico di testi che sono entrati nella storia della nostra letteratura, ma mi sono accorto dopo averne scritto un buon 80% di avere esigenza di affrontare un argomento diverso, nato da una riflessione con lo scrittore anconetano Roberto Ricci che ringrazio per lo spunto.

Come qualcuno saprà porto in scena spettacoli attraverso un lavoro antropologico sugli istinti primordiali quindi affronto abitualmente scene di aggressività, nudità, sessualità, paura, violenza e vergogna. Da lì il discorso si è soffermato su una frase “adesso c’è più censura di prima”. Una frase che vista alla luce della grande disponibilità di materiale pornografico in rete o somministrato a piccole dosi in cinema, tv ed anche nel prime time sembra una battuta neanche troppo ilare. Mi vengono in mente subito esempi di pellicole che hanno scandalizzato ossia “Malena” del 2000 di Tornatore arrivato nelle sale un anno dopo “Eyes Side Shut” di Kubrick , “Ken Park” di Larry Clark del 2002, “The Dreamers” capolavoro di Bertolucci del 2003, “Melissa P.” di Luca Guadagnino del 2005, anno anche di “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, “Shortbus” del 2006, “Nynphomaniac” del 2013 di Von Trier e nello stesso anno “Vita di Adele”, “Weekend”del 2011 arrivato a noi solo adesso (e questo già la dice molta).

La lista è sicuramente più lunga e i molti appassionati di cinema che leggono questo blog potranno arricchirla, ma indaghiamo insieme il fenomeno: nella maggior parte dei casi si è condannata la presenza di scene più o meno esplicite che avrebbero potuto turbare gli spettatori. Siamo sicuri che sia davvero così? Siamo sicuri che quelle scene (non entro nel merito/demerito se giustificate o solo vouyerismo) siano peggiori di quanto viene propinato abitualmente tramite connessione internet? Di certo non si parla di avventure da educande in nessuna delle pellicole elencate, ma rappresentano a loro modo un mondo che esiste indipendentemente dalla volontà di chi svolge il ruolo di censore. Non voler vedere (in senso metaforico) significa secondo me non confrontarsi e mettersi in discussione, bisogna anche  quindi camminare scalzi in una sterpaglia quando si è sempre abituati al tappeto morbido e rassicurante.

Dopo questa divagazione torniamo sulla provocazione iniziale e l’esempio è da individuarsi nel film sporcaccioni di Lino Banfi e la Fenech, la domanda che vi pongo: secondo voi nel 2016 un film del genere arriverebbe al cinema? Pellicole in cui un’attrice sia nuda dall’inizio alla fine mostrando le sue grazie alla telecamera anche in immotivate docce sexy verrebbero prodotte? L’obiezione dell’amico di turno potrebbe essere “ora ci sono i cinepanettoni (purtroppo non ci sono da “ora” direi io)”. Non è uguale. Il vaudeville borghese italiano si è spostato sul tema della volgarità, della battuta stupida e di situazioni inverosimili (derivazione bieca della ben più nobile commedia plautina). Il nudo integrale della Sydney Rome del momento non esiste perché questo proibirebbe alle famiglie, che sotto Natale venerano l’arrivo di Cristian De Sica al cinema e non in una mangiatoia, di spendere le quasi dieci euro che tradizionalmente vengono spese, con buona pace delle magre offerte della Santa Messa della Notte. Non è diminuita quindi la censura, ma il turpe è economicamente sconveniente?  Forse la nostra affermazione si è spostata su un campo diverso: vedere il film boccaccesco (non volevo arrivare all’uso di questo aggettivo, scusate) è dequalificante? Questo no, anche vedere Checco Zalone o Pio e Amedeo dovrebbe esserlo… Allora se togliamo quest’aspetto di rispettabilità dobbiamo tornare a riflettere sul fatto che si cerchi altrove questo tipo di offerta (banalizzo quanto espresso in precedenza: se desidero vedere una donna nuda nel 2016 non mi serve il Lando Buzzanca di turno che ci affianchi il clichè comico).

In tal proposito mi viene in mente un riferimento alto ossia i quadri di genere religioso che spesso ritraevano nell’Ottocento sante, martiri o personaggi della Bibbia nude in atteggiamenti almeno compromettenti (cercate su Google Immagini la “Vittoria della Fede” di George Hare, solo per fare un esempio, senza quel titolo potrebbe essere benissimo una clip tratta da uno dei film testé elencati) perché la cornice religiosa permetteva l’acquisto di opere non proprio edificanti. L’ultimo esempio che voglio farvi è “Salò o le 120 giornate di Sodoma” pensate che un simile film adesso potrebbe essere prodotto e realizzato?

LUCA GUERINI