Storie di toponimi nella storia di Civitavecchia

di FRANCESCO CORRENTI ♦

Nel marzo 1989 erano trascorsi già vent’anni dalla mia assunzione – a seguito di pubblico concorso – al posto di urbanista comunale ed avevo già pubblicato (nell’85), con quasi un decennio di ritardo dalla stesura dei testi, il primo volume della mia rilettura critica della storia urbanistica di Civitavecchia, di cui non ero riuscito prima a seguire la realizzazione tipografica, soverchiato dai quotidiani impegni del servizio. E il meglio doveva ancora venire.

Invitato da Costantino Forno a preparare, per il suo periodico «O&C-l’Opinione e il Confronto», un articolo che avesse attinenza con le mie ricerche, gli consegnai, appunto in quei giorni di marzo, uno scritto dal titolo Toponomastica bugiarda o forse Le bugie della toponomastica, in cui mettevo in evidenza le principali “stranezze” che, da forestiero quasi naturalizzato, avevo riscontrato nei nomi di luoghi e cose.

Al Forte Michelangelo proponevo di sostituire la Fortezza bramantesca (non ero ancora arrivato al Forte Michele Angelo), compensando la perdita dell’attribuzione del Tempietto di San Lorenzo o del Piernicoli. Pregavo poi di non attribuire il campanile di Sant’Egidio dei Cavalieri di Rodi (poi di Malta) – in seguito identificato con la precedente intitolazione templare di San Giulio – alla chiesa di San Giovanni in Taurina, ricordata da Gregorio Magno sei secoli prima. Criticavo anche la denominazione data comunemente alle Terme Taurine, anche nella viabilità, di Terme di Traiano, malgrado le epoche ben diverse delle loro strutture. Trovavo, soprattutto, ridicola la derivazione del nome stesso di Centumcellae – in realtà, a mio parere, la villa traianea – da una fantasiosa conformazione cellulare del porto (complice il Guglielmotti!) o dalle innumerevoli insenature della costa.

Passavo, quindi a, cercare, invano, conferma sulla bussola della posizione effettiva della Bocca di levante e della Bocca di ponente. O della località di Tramontana. Vedevo in Campo dell’Oro un legame con il Fosso del Lauro e non con giacimenti del prezioso metallo, Come pure il nome delle Colline dell’ Argento mi sembrava solo la conseguenza d’un abuso di Paolo Argenti, che nel 1520 si era impossessato di terreni «nel luogo detto il Poggio del Bagno».

Ad una simile derivazione di toponimi da cognomi di famiglie proprietarie o affittuarie dei terreni, si dovevano, infine, il Fosso del Buon Augurio, in realtà riferito alla famiglia Bonaguri, il Pontone di Rocca, in origine dei Rocchi, e la località Boccella (oggi addirittura trasformata al plurale, le Boccelle), relativo alla famiglia Buccella.

Come se il passare dei decenni non fosse una inesorabile caratteristica dell’esistenza, ma un accadimento estraneo, dopo più di un lustro dall’exploit precedente, ho ripreso in mano la questione ed ho tentato di fare ordine nella materia della toponomastica, che nel frattempo era diventata una delle innumerevoli competenze del mio ufficio. In data 8 dicembre 1995 (con un aggiornamento del 20 febbraio 1996), ho trasmesso al sindaco pro-tempore una lunga relazione dal titolo Toponomastica stradale. Analisi dello stato di fatto e proposte di intervento, che ripropongo qui pari pari, con la stessa articolazione in paragrafi, più burocratica ma meglio rispondente alla sistematicità espositiva.

1. Le origini della toponomastica urbana a Civitavecchia

La toponomastica viaria del centro urbano di Civitavecchia ha seguito, nel tempo, i mutamenti politici, rispecchiando come ovunque lideologia dominante nei vari periodi storici.

In origine, la denominazione delle strade cittadine rispondeva a criteri di praticità e di immediata comprensione, nascendo dall’uso quotidiano e non da atti deliberativi della pubblica amministrazione. I toponimi erano riferiti alla situazione urbanistica o a particolari elementi distintivi dei luoghi. A Civitavecchia abbiamo, così, le strade del nucleo pre-rinascimentale parallele al mare (ed all’antico cardo nord-sud) indicate, in base alla loro posizione, prima, seconda, terza e quarta strada, cui si aggiungeranno in seguito – un poco disordinatamente – le altre, fino alla nona, che davano anche nome ai rispettivi “rioni”. Oltre a queste, abbiamo una serie di percorsi (trasversali ai primi) contraddistinti, generalmente, da denominazioni riferite alla presenza di piante (salita del colle dell’olivo o macchia dell’ulivo, via dell’olmo e, forse, anche via di Laura e la platea Leandri). In altri casi, la voce popolare, divenuta toponimo, era riferita alle caratteristiche fisiche del luogo (via nuncupata la Risicata) o al suo uso (monte delle ciarle, piazza del pesce, piazzetta dello sbarco, piazza della vista, con l’eccezione di Campo Ursino o camp’orsino, probabilmente derivato da proprietà della famiglia romana degli Orsini (in particolare, Gentile Virginio Orsini fu nominato da Paolo III, nel 1534, castellano di Civitavecchia e ammiraglio dell’armata nella vittoriosa spedizione contro Tunisi; morto lui nel ’48, dopo un periodo che vide quelle cariche tenute da Alessandro Sforza, esse passarono nel ’55 a Flaminio Orsini).

La prima intitolazione di strade ufficiale e con intenti celebrativi di cui si ha notizia a Civitavecchia risale al 1836 circa, quando fu dedicata al pontefice regnante l’area spianata della Porta Romana del 1569 (piazza Gregoriana, oggi largo Cavour) e furono realizzate le vie adiacenti. Così ne riferisce l’Annovazzi:

La Magistratura comunale livellò le cinque nuove strade ricavate dall’area del demolito bastione, e le chiamò Antoniana dal Tesoriere Antonio Testi, Ugolina dal presidente delle armi Monsignor Ugolini (ora Cardinale di S. Chiesa e protettore di Civitavecchia), Delicata dal delegato apostolico Monsignor Lorenzo Grech Delicata, Prospera dal principe di Roviano D. Prospero Sciarra-Colonna, e finalmente Paola dall’emerito Gonfaloniere Paolo Vidau. Tutte queste strade poi sono state lastricate in calce a spese della cassa comunale.

Con l’annessione al Regno d’Italia la toponomastica stradale di Civitavecchia non ha subito, dapprima, sostanziali mutamenti, rimanendo in uso le precedenti denominazioni, derivate da chiese (via del Suffragio, vicolo della Morte, vicolo di Santa Maria, piazza san Francesco, via della Stella), edifici pubblici (contrada degli Ospedali, piazza del Conservatorio, via del Seminario, via del Quartiere) o privati (via Manzi, via Palomba), da preesistenze architettoniche (contrada dei Pozzi, via della Scaletta, vicolo del Lavatore, via di Porta Marina, via del Lazzaretto, via dei Granari, a volte con riferimento ad analoghe situazioni di Roma, come nel caso del mattatoio (via di Testaccio) e dei giardini pubblici (Pincio). Rari i casi di denominazioni celebrative (via Innocenziana, via Tiberiana, via Adriana, via Trajana), comprese quelle riprese dai bastioni demoliti (Borghese, Barberini), e rarissimi i toponimi riguardanti la presenza in città di lavoratori forestieri, gli extracomunitari di allora, provenienti dalla Campania: via delle Gaetane, via del Pozzolano. Unico e misterioso è il caso – documentato nella mappa del 1873 – della intitolazione ad una città, per giunta della lontana Sicilia: via Catania.

2. Tra retorica autocelebrativa e memoria storica

Con la morte dei protagonisti del Risorgimento nazionale, si diffonde in tutta Italia l’uso di dedicare i principali spazi pubblici urbani alla loro memoria, oltre che agli eventi più rilevanti di quella “epopea” e alle date che li rappresentano.

2.1. Il periodo postunitario (1870-1922)

La toponomastica stradale diviene competenza ufficiale del Comune. A Civitavecchia, negli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del nuovo secolo, inizia il mutamento dei toponimi per celebrare l’unità della Penisola e la fine del governo pontificio. Si hanno. così, piazza del Plebiscito (quello del 2 ottobre 1870, di conferma dell’annessione), piazza Vittorio Emanuele II, largo Cavour, via Garibaldi (poi via Mazzini, quando all’eroe dei Due Mondi fu dedicato il viale lungomare dell’Aurelia), vicolo Ranucci, piazza Saffi, via Raffaele Cadorna, via Nino Bixio e via XVI Settembre (data dell’entrata in città delle truppe italiane, prima della presa di Porta Pia che diede a Roma il nome alla via XX Settembre). Accanto agli uomini politici sono celebrati gli esponenti della dinastia sabauda, anche in vita o in occasione della loro nascita: Corso Umberto I, piazza Regina Margherita, Via Regina Elena, via Principe Umberto (nato nel 1904). Ad essi si aggiungono patrioti, idealisti, simboli dell’Italia laica del tempo: Felice Cavallotti, Antonio Fratti, Annibale Lesen, Giacinto Bruzzesi, Francesco Ferrer, Giordano Bruno.

2.2. Il periodo fascista (1922-1944)

Durante questo periodo la toponomastica si articola in alcuni filoni principali, rispettivamente dedicati a precise finalità:

a) celebrazione del valore del popolo italiano nella Grande Guerra del 1915-18 (eroi, battaglie, località, eventi);

b) celebrazione di date e personaggi del regime (caduti, avvenimenti “fatali”, episodi locali, simboli fascisti);

c) celebrazione del “genio” italiano (artisti, letterati, scienziati, santi e condottieri, comunque in qualche modo legati alla città);

d) celebrazione delle guerre colonialiste (città conquistate, località di battaglie, miti dell’impero).

Questa fase, a Civitavecchia, riguarda solo parzialmente cambiamenti di denominazioni precedenti, dato che l’espansione dell’abitato fornisce spazio alle esigenze celebrative del regime.

Del primo gruppo fanno parte le aree per la circolazione dedicate alle “città redente” Trento, Trieste, Zara o a regioni “italianissime” (Istria, Dalmazia), a fiumi del teatro delle operazioni (Piave, Isonzo), ai martiri dell’irredentismo (Oberdan, Sauro e Battisti), ai caduti nel loro insieme (piazza degli Eroi), alla Vittoria sugli Austriaci ed ai suoi “artefici” (Luigi Cadorna, Armando Diaz). Va notato che la via Enrico Toti è stata così intitolata nell’ultimo dopoguerra, per sostituire la mussoliniana via XXX Ottobre.

Al secondo gruppo appartenevano (oggi sono tutte scomparse, spazzate dalla revisione delle amministrazioni democratiche degli anni Cinquanta) alcune denominazioni come la via XXX Ottobre, appunto, che ricordava il giorno del 1922 in cui Mussolini transitò dalla stazione di Civitavecchia, chiamato da Vittorio Emanuele III dopo la “marcia su Roma”, e poi il piazzale Costanzo Ciano, la piazza Costantino Scimula e Mario Sonzini, la via Duca del Mare (sostituita dal lungomare Paolo Thaon di Revel, che di fatto celebra il medesimo personaggio), il molo Littorio.

Ben più numerosi i nomi di grandi italiani, tuttora conservati, anche se – a volte – con ripetuti trasferimenti. Alcuni sono di artisti, storici, benemeriti civitavecchiesi: Luigi Calamatta, Vincenzo Annovazzi, Alberto Guglielmotti, Nicola Cavalieri di San Bertolo, Alessandro Cialdi; altri sono di architetti che hanno operato a Civitavecchia (Donato Bramante, Antonio da Sangallo il Giovane, Gian Lorenzo Bernini) o che si crede vi abbiano lavorato (Michelangelo Buonarroti); altri ancora sono, come Guido Baccelli, illustri studiosi che in qualche misura si sono interessati della città, del suo territorio o, nel caso specifico, delle sue acque termali.

All’ultima categoria appartengono le vie di un intero quartiere (allora periferico), quello sorto a ridosso del cementificio, che può definirsi il “quartiere africano”. Qui le denominazioni riguardano Amba Aradam, Gondar, Neghelli, Endertà, lo Scirè, tutte località rese famose dalla guerra d’Etiopia del 1936, mentre ad Adua – città della sofferta sconfitta italiana del 1896 – era già stata dedicata una via più centrale.

2.3. Gli anni della ricostruzione e del boom edilizio (1945-1968)

Dal 1945, all’opera di ricostruzione del nucleo antico distrutto si associa la revisione delle poche denominazioni d’impronta fascista e lo spostamento di altre. L’antica seconda strada viene cancellata fisicamente dal centro storico e il nome di via Trento emigra a monte dell’Aurelia (viale Baccelli), vicino ad un gruppo di strade dedicate, senza un criterio di scelta comprensibile, a fiumi italiani: Tevere, Po, Arno, Ticino e Mignone. Il ristrutturato corso Umberto viene intitolato a Guglielmo Marconi. La toponomastica di questo periodo non sembra seguire alcuna logica ubicativa. Le denominazioni viarie vengono disseminate in disordine, come disordinatamente le costruzioni si estendono verso monte lungo numerose direttrici.

L’omogeneità dei toponimi, quando c’è, si limita ad ambiti molto ristretti, anche se è possibile individuare, nella loro scelta, alcuni indirizzi “ideologici”, non dissimili da quelli del periodo precedente ma meno coerenti.

Bandito ogni riferimento alle più recenti vicende belliche, si torna ad attingere al repertorio risorgimentale: Anita Garibaldi, Ciceruacchio, Silvio Pellico, Ugo Bassi, i Fratelli Bandiera, i Fratelli Cairoli e molti altri fanno la loro apparizione tra le case che sorgono nel suburbio, insieme ai luoghi di battaglie ormai remote nel tempo e nel ricordo: Curtatone e, ovviamente, Montanara, San Martino, Montebello e Solferino, tratti come a caso da un libro di storia delle medie.

La storia locale trova qualche spazio sporadico, mescolata a nomi d’altra categoria, in stradine desolate. Evocati da qualche archeologo dilettante, hanno la loro targa i Villanoviani, l’abitato di Alga, Castronovo, i Classiari, ma anche i Veliti, che con Civitavecchia hanno poca attinenza. L’architetto traianeo Apollodoro si ritrova ben lontano dal suo (?) porto.

Relegati in zone tra loro distanti, alcuni autori di opere fondamentali per la storia della città: Plinio il Giovane, Rutilio Namaziano, Arcangelo Molletti e Gaetano Torraca. Nel centro cittadino, Carlo Calisse, scomparso nel 1945, prende il posto del Sangallo, al quale – una volta tanto – viene data una collocazione pertinente, lungo il tratto residuo della sua cinta bastionata.

Scarsa considerazione hanno alcune denominazioni che meriterebbero strade di maggior rilievo: Etruria, Tuscia, Leopoli. Il simbolo della pretesa “rifondazione” della città, l’Ottimo Consiglio dello stemma civico, anziché fregiare la piazza del municipio, è confinato in un vicolo tortuoso che sfocia in una improbabile via del Vomero.

Sorte non migliore hanno i vari papi (Leone IV, Giulio II, Pio IV, Pio V, Paolo III, Urbano VIII) promotori dei grandi interventi urbanistici nei secoli della dominazione pontificia.

Del tutto ignorati i pur famosi architetti che riedificarono il porto e la città nel Rinascimento: Baccio Pontelli, Giovannino de’ Dolci, Lorenzo da Pietrasanta, Bernardo Rossellino.

Poco incisivo e, al solito, disorganico è il richiamo alla nuova realtà repubblicana del Paese, ai nomi delle vittime della dittatura e dell’occupazione nazista, quasi che il timore di ricadere nella retorica del passato regime impedisca di proclamare e celebrare gli ideali della libertà e della democrazia riconquistate. Il piazzale Costanzo Ciano diviene viale della Repubblica, la prosecuzione del corso Centocelle si intitola a Giacomo Matteotti. Qua e là, in quella commistione di denominazioni già descritta, si colgono i rari tributi alla lotta antifascista: una via XXV Aprile, minuscola e appartata, e poche altre dedicate ad Antonio Gramsci (il lungoporto), a Piero Gobetti, a Don Morosini, ai Fratelli Cervi.

Per il resto, si fa un gran ricorso alla letteratura italiana, dai nomi più scontati (Leopardi, Carducci, Pascoli e via dicendo) fino al buon Cesare Cantù, forse amato da qualche assessore con reminiscenze liceali. Poi alcuni poeti dialettali, anche di altre regioni (Salvatore Di Giacomo, Giovanni Meli, Berto Barbarani) e due scrittrici, Grazia Deledda e Ada Negri, quale timido omaggio al nascente femminismo.

2.4. L’espansione pianificata (1969-1995)

Con l’entrata in vigore del PRG, l’espansione urbana si colloca entro zone predeterminate, che vengono attuate attraverso piani di esecuzione. La nuova viabilità risulta più ordinata, meglio definita nel perimetro di ambiti spaziali unitari, e questo favorisce una maggiore coerenza nelle scelte toponomastiche.

Già dal ’65 sono operanti i piani di zona “167” e il primo quartiere realizzato, Campo dell’Oro, vede le proprie strade intitolate a figure di rilievo politico e sindacale (De Gasperi, Di Vittorio, Turati, Achille Grandi) ed a vittime del fascismo (Bruno Buozzi, Don Minzoni, i Fratelli Rosselli). La caratterizzazione politica diviene prevalente all’inizio degli anni Settanta e prosegue per tutti gli anni Ottanta, improntando le diverse zone della città urbanizzate in questo periodo, come anche le varie arterie di nuova costruzione all’interno dell’abitato: via Togliatti, via Nenni, via Morandi. Tutti i partiti dell’arco costituzionale vengono rappresentati nella toponomastica dai loro esponenti che scompaiono. Non manca chi, prendendo a prestito un termine della relazione del PRG, teorizza il valore politico e l’attualità della via mediana.

La parte più recente di Campo dell’Oro viene, invece, dedicata alle regioni italiane, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia (non vi sono, però, strade sufficienti per il Trentino-Alto Adige, ma Trento ha già una sua strada, e così pure il fiume Adige).

La politica ha lasciato il campo ad altre fonti d’ispirazione nel quartiere di San Gordiano, dove tutte le strade sono idillicamente dedicate ai fiori: Gardenie e Glicini, Mimose e Ortensie, Gigli, Viole, Strelitzie e così via sbocciando, per corrispondere al carattere di “città-giardino” che viene attribuito alla zona nell’opinione corrente.

Nel quartiere Cisterna-Faro si ricordano i Lavoratori del Mare, la sola strada di Civitavecchia intitolata al mondo del lavoro e dei mestieri, dopo una via degli Agricoltori che trova poco riscontro nella storia del territorio dal tempo della colonizzazione romana. Il riferimento al mare porta con sé le glorie marinare d’Italia. Non disponendo che di due vie, tra tanti navigatori, trovano posto solo Antonio Pigafetta e Nicoloso da Recco.

Dal mare ai monti: un altro comparto dello stesso quartiere è dedicato, naturalmente, ai Monti della Tolfa, ma anche ai Monti Cimini, ai Monti Reatini e ai Monti Sabatini. Mancano tutti gli altri, dagli Appennini alle Ande.

Le ultime intitolazioni deliberate alla scala di interi quartieri riguardano San Liborio e la Borgata Aurelia. Nel primo caso, si è provveduto a mantenere o a ripristinare nelle denominazioni viarie gli antichi toponimi della località (Orto di Santa Maria, Fontanile di San Liborio ecc.), dedicando la nuova viabilità interna ad architetti, pittori, incisori e scrittori del Seicento e del Settecento che hanno lavorato a Civitavecchia o l’hanno illustrata nelle loro opere.

1990. Toponomastica San Liborio

Nel secondo caso, su proposta della Circoscrizione interessata, si sono intitolate le strade a grandi musicisti italiani e stranieri, colmando una lacuna della toponomastica civitavecchiese, a parte i Verdi, Puccini, Bellini e Mascagni di Borgo Odescalchi. Tre vie al centro del quartiere sono doverosamente riservate ad Anna Piccolomini, Luigi Brunati e Mario Castaldi, autori – nel 1930 – del raffinato progetto dell’insediamento.

La mia relazione proseguiva con una Ipotesi operativa per un riordino toponomastico e con una descrizione del progetto di tale riordino, con i.tTempi di esecuzione del progetto (ho pubblicato queste proposte nei quaderni del Centro di documentazione urbanistica nel 2005), ma la competenza in materia fu trasferita altrove e poi, decennio dopo decennio, è giunto il momento di passare la mano (non «le consegne», mai avvenute, perché non richieste). Come in altre situazioni tipiche e topiche (nel senso di proprie del luogo), l’aver stabilito dei criteri razionali è stato un ottimo parametro per non rispettarli e procedere nel modo più irrazionale e caotico possibile.

FRANCESCO CORRENTI