Una bandiera mai vista prima alle Olimpiadi

di MARCO DE LUCA
Di fronte al patriottismo che spopola durante i giochi olimpici, mi è parso inevitabile riflettere sull’aspetto unificatore e cosmopolita di queste occorrenze. Perché se le Olimpiadi sono in teoria eventi dove il senso di appartenenza a una comunità globale prevale ma non cancella quello di appartenenza nazionale, a volte esso sembra farlo in pratica. È ovvio insomma che l’amor di patria rimanga il punto di riferimento, e anche che questo talvolta sfoci in piccole avversioni per gli esponenti di altri stati (magari solo perché vincitori ai danni dei nostri), considerato che la nazionalità è la discriminante; ma c’è uno spirito forse meno popolare, eppure vero, sentito, che fa sì che quella discriminante valga solo per le competizioni. Sarebbe un’offesa per chi legge sottolineare che anche nelle gare vige la più ferma lealtà e la solidarietà tra gli atleti dei diversi stati; ma lo sarebbe anche negare che, alla fine dei conti, tutti (o quasi) tifiamo per “i nostri”. E non è infatti questo l’intento di questo breve scritto, bensì quello di prendere il tempo per soffermarsi su un senso di unità più vasto, riferito a una realtà che in tempi recenti ha rappresentato l’argomento per molte dissertazioni, nel periodo che ha immediatamente seguito i risultati del referendum in Gran Bretagna riguardo l’uscita dall’Unione Europea. Ed è proprio quella dell’Unione la realtà a cui faccio riferimento.
Che le fondamenta di tutta l’Europa abbiano cigolato a seguito di un evento come la cosiddetta Brexit, è ormai evidente, dato il tumulto non solo popolare ma anche fra i vertici di stato europei. Se quelle fondamenta cigolassero anche prima, è difficile da chiarire; impossibile per me. C’è qualcosa però che voglio permettermi di dire, o piuttosto di chiedere: c’è mai stato, secondo voi, un diffuso senso di appartenenza europeo? È mai nato, è mai cresciuto? Mi sembra chiaro che, nel momento in cui l’Unione nasceva, dovesse esserci un certo entusiasmo, non dico di tutti, ma dei più. Ora? Non ho le capacità nemmeno per immaginare analisi politiche e economiche di sorta; posso limitarmi a dire che questo senso di comunità, questa sorta di patriottismo allargato, fin’anche forse di cosmopolitismo, non lo avverto. Non che non lo senta in prima persona, ma certo non lo sento attorno. Una gran bella ovvietà, direte voi, pensando a questo punto di aver sprecato il vostro tempo prezioso. Ma voglio rubarvi un ultimo minuto per dire che, proprio a causa di questo mio scetticismo a riguardo, mi sono trovato sorpreso e commosso di fronte al gesto dell’italiana Elisa Di Francisca che, dopo la vittoria dell’argento nella scherma alle recenti olimpiadi di Rio, ha esibito con grande emozione la bandiera europea. Un gesto che forse non tutti sarebbero d’accordo nel giudicare, ma che certamente si può definire inaspettato: e forse sorprenderà voi quanto ha sorpreso me scoprire che di foto come quella della nostra Elisa, cioè di atleti olimpionici che sfoggiano la bandiera di un’Unione forse troppo bistrattata, come lei sorridenti, come lei con passione, con gioia, con orgoglio, non ce ne sono altre: è stata lei la prima. A dire il vero non ho trovato molte foto di bandiere europee impugnate con fierezza neanche al di fuori delle Olimpiadi. Perché? Non ho la risposta, forse altri ce l’hanno, ma voglio dire: brava Elisa. Brava per la medaglia, e brava perché credi in qualcosa in cui non molti dimostrano di credere: due volte brava, anche per la convinzione con cui ha in seguito dichiarato che “l’Europa esiste, ed è più unita di quel che pensiamo”. È stata lei la prima e speriamo non sia l’ultima. E anche se nè io nè lei fossimo riusciti a convincere qualcuno a sentirsi cittadino d’Europa, mi voglio consolare sperando di aver spinto a qualcuno a una riflessione. Quanto a lei, per consolarsi sarà sufficiente una medaglia.
MARCO DE LUCA