Il libro di Ciancarini sugli Arditi del Popolo a Civitavecchia

di FABRIZIO BARBARANELLI ♦

Enrico Ciancarini con il libro il Fascio spezzato in libreria da qualche giorno, ha colmato un vuoto storiografico su una vicenda che merita di essere conosciuta.

Essa offre infatti molti spunti e motivi di riflessione e ci propone domande alcune delle quali destinate a rimanere senza risposta.

Il primo interrogativo riguarda proprio le ragioni per cui la storia degli Arditi del popolo è stata così poco considerata malgrado ci siano tutti gli ingredienti per scrivere pagine coinvolgenti e suggestive che ci propongono uno spaccato interessantissimo della società e della politica in una delle fasi più discusse della nostra storia: la resistenza allo squadrismo, gli schieramenti politici nelle tante incertezze del dopoguerra, la nascita del fascismo.

Le risposte a questo interrogativo non sono univoche. Quel movimento fu una meteora, durò soltanto quindici mesi, dal luglio del 1921 all’ottobre 1922 per poi sparire e non è di facile interpretazione.

Fu una anomalia che contraddiceva il sistema dei partiti organizzati e strutturati e fu anche un antifascismo diverso.

Ebbe come prima caratteristica la determinazione e la certezza di dover combattere, armi in pugno, contro l’insorgere del fascismo e la sua violenza.

Non ebbe le incertezze dei partiti che si divisero tra di loro e al loro interno, facilitando così l’avvento del ventennio mussoliniano.

Nelle loro file confluirono anarchici, sindacalisti rivoluzionari, comunisti, socialisti, repubblicani, reduci della guerra con tendenze assai diverse, in un clima di generale confusione caratteristica di quella fase storica.

Molti usciti dall’arditismo combattentistico presero anche la via del fascismo e si trovarono a combattere contro i loro compagni di un tempo a conferma che in un clima di profonde radicalizzazioni le linea di demarcazione risultano assai difficili.

Essi furono una diversità, proposero schemi nuovi di lotta ai quali i partiti della sinistra non erano preparati e che contraddicevano la linea di sviluppo democratico che si erano dati.

Resta e resterà sempre sospesa la domanda: se si fosse realizzata intorno a loro l’unità il fascismo sarebbe stato fermato? Se non avessero avuto l’ostracismo della sinistra si poteva battere il fascismo?

Il fenomeno non fu capito e condiviso, soprattutto dai socialisti che con Turati definivano gli Arditi degli avventurieri e dei provocatori.

Ma lo stesso Partito comunista che pure aveva progettato la creazione di gruppi armati si divideva nel rapporto con gli Arditi. Bordiga li osteggiava mentre Gramsci, li vedeva con favore ed interesse, come d’altronde Lenin e l’Internazionale.

I luoghi dove gli Arditi si opposero con grande forza allo squadrismo fascista furono quelli del proletariato portuale (Livorno, Genova, Piombino, Civitavecchia) e quelli di radicate tradizioni anarchiche (Parma, Ancona, Viterbo).

Civitavecchia fu una roccaforte.

Ciancarini analizza il fenomeno nella nostra città e lo fa con la cura e l’impegno di ricercatore che lo caratterizzano. Anni di lavoro per raccogliere, selezionare e studiare il materiale in modo da fornire un quadro preciso e puntuale, fuori di ogni approssimazione. La storia non si inventa. La superficialità nel parlare di storia è sempre pericolosa e fuorviante.

Emerge da questo volume un quadro non solo del fenomeno degli Arditi, ma della città come si presentava in quegli anni.

Una città di circa 25.000 abitanti, che aveva conosciuto le sofferenze della guerra, con poche attività lavorative presenti nel territorio, povera e fortemente proletarizzata.

In questa realtà, in cui esercitavano una sostanziale egemonia il porto e la categoria dei portuali, un numero elevatissimo di cittadini insorse contro la violenza squadrista. Si calcola che in circa 600 aderirono all’arditismo antifascista.

Ciancarini in appendice ci propone un elenco di ottanta nomi di Arditi della città, utilizzando i fascicoli del Casellario Politico Centrale. Esaminando questi nominativi si conferma una straordinaria continuità: cognomi e spesso anche nomi e soprannomi che si ripropongono ancora oggi nelle file del movimento operaio e democratico cittadino.

Prevalentemente portuali ma anche ferrovieri, panettieri, innanzitutto comunisti ed anarchici.

Essi combatterono contro le squadre che venivano da altre città, da Roma, dalla Toscana, in quanto a Civitavecchia il fascismo non riuscì a reclutare grandi forze.

Numerose nel libro le descrizioni dei combattimenti nelle strade, anche con morti e feriti.

La nostra città trasformata in un campo di battaglia, questo emerge dal libro di Enrico Ciancarini, con descrizioni anche minute di episodi significativi, di atti di coraggio e di resistenza.

La sala della Compagnia portuale come luogo di riunione e di organizzazione, come la sede del sindacato, i tanti luoghi delle battaglie, il ruolo delle donne, coraggiosissime combattenti, le complicità con il fascismo, i personaggi, i protagonisti e poi il brusco declinare dell’esperienza: un epos popolare di straordinaria intensità che Enrico ci rappresenta facendoci immergere nei tanti episodi, nelle tante vicende che lo distinsero e caratterizzarono.

Dal suo sorgere fino al brusco e mesto tramonto che coincise con la marcia su Roma.

Un libro da leggere che ci aiuta a meglio capire non solo la nostra storia, ma anche alcuni caratteri della nostra attuale società cittadina.

FABRIZIO BARBARANELLI