LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE: UN’OCCASIONE DA NON PERDERE

di MAURO IENGO 

Scusate il ritardo e se ritorno su un tema già trattato in questo spazio libero. Vorrei infatti intrattenermi sulla riforma della Costituzione che, come è prevedibile, caratterizzerà il dibattito politico dei prossimi mesi.

È difficile esprimere convinzioni definitive. Troppe le variabili in gioco, soprattutto quella della legge elettorale e della relativa qualità del ceto politico che ne deriverebbe, per non considerare in equilibrio le critiche positive e negative. Uso questi termini perché a me sembra assurdo che su una riforma costituzionale così complessa tutto si debba ridurre ad un Fronte del Si e ad uno del No. Mi rendo conto che ci troviamo di fronte ad un referendum, con le relative semplificazioni giornalistiche e della contesa politica. Paradossalmente, anche se è stata un’opzione già considerata e (opportunamente) scartata, sarei stato più soddisfatto di uno spacchettamento del quesito referendario in più quesiti, perché in tal modo i cittadini avrebbero avuto la possibilità di concentrarsi sui diversi e specifici temi.

In questo momento, data per scontata la conoscenza degli elementi essenziali della riforma, pongo alcuni interrogativi cercando di trovare, insieme a voi, delle risposte. Mi limito per ora al tema della riforma del Bicameralismo perfetto (con annessa legge elettorale), rinviando ad altro articolo quello sulla riforma del Titolo V relativamente alla nuova ripartizione delle potestà legislative tra Stato e Regioni.

Le domande sono davvero numerose.

È giusto superare il bicameralismo perfetto per dare maggiore efficienza e tempestività all’attività legislativa?

Sicuramente si. La nostra è un’epoca caratterizzata dal rapido evolversi dei problemi e dalla necessità di rispondere alle sollecitazioni comunitarie ed internazionali, oltre a quelle di origine interna.

Da una parte, assistiamo da anni al fenomeno del rimpallo dei progetti di legge da un ramo ad un altro del Parlamento, soprattutto dei progetti di iniziativa parlamentare, rendendo l’iter degli stessi lunghissimo e, spesso, inconcludente. Dall’altra, i progetti che generalmente vanno a buon fine sono quelli di iniziativa governativa, proposti attraverso la formula del decreto legge o della legge delega, formula che condiziona l’operato dei parlamentari perché costretti a decidere entro 60 giorni dalla pubblicazione in G.U. del decreto legge o perché portati a ragionare solo su principi e criteri generali che saranno poi tradotti dal Governo in norme cogenti nei decreti legislativi delegati. Se a questo poi aggiungiamo che le materie trattate sono spesso complesse e delicate in misura tale che vi è spazio temporale per il confronto politico in un solo ramo del Parlamento (il secondo si limita a confermare quanto già approvato in prima lettura), verrebbe da dire che il bicameralismo “imperfetto” è già in qualche modo praticato nel nostro sistema.

È evidente come un impianto simile non sia più idoneo (soprattutto nel nostro Paese che soffre di bulimia legislativa) e che esso sia troppo subordinato agli interessi del Governo.

Ora, la soluzione che propone la Riforma è capace di rispondere alle esigenze del sistema e superare le contraddizioni e le ambiguità sopra esposte?

I dubbi sono parecchi e si condensano in primo luogo intorno al ruolo attribuito al Senato. Al di là delle scelte su come selezionare i Senatori, aspetto di non poco conto, non appare particolarmente convincente aver mantenuto funzioni legislative dirette in capo al Senato (ricreando seppur limitatamente il bicameralismo perfetto) e la possibilità di pronunciarsi su tutte le materie di competenza della Camera, in particolare sulla legge di bilancio. Il meccanismo appare farraginoso. Sicuramente, molti nodi procedurali saranno sciolti attraverso i Regolamenti e le prassi parlamentari, ma, secondo la logica della semplificazione, non sarebbe stata più lineare la scelta di un Parlamento monocamerale?

Vi è poi da ragionare su alcuni aspetti del futuro rapporto tra il Governo e la Camera (e il Senato nei limiti delle competenze ad esso attribuite). La riforma contempla un ridimensionamento dello strumento del decreto legge che, come è noto, secondo la vigente Costituzione, può essere emanato dal Governo solo in casi straordinari di necessità e di urgenza e convertito in legge dalle Camere entro 60 giorni. Questo ridimensionamento è assolutamente condivisibile, ma attiro l’attenzione su un altro strumento che la Riforma intende introdurre, vale a dire il cosiddetto “voto a data certa”. In forza di tale istituto il Governo può chiedere alla Camera di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge –indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo– sia iscritto con priorità all’ordine del giorno ed approvato in via definitiva entro 70 giorni dalla deliberazione medesima (incluse le eventuali proposte di modifica del Senato). Tale procedura, pur essendo esclusa per alcune tipologie di leggi – quelle ad approvazione paritaria (cioè quelle che prevedono il voto paritario del Senato), le leggi elettorali e di ratifica dei trattati internazionali, le leggi di bilancio e quelle di concessione dell’amnistia e dell’indulto -, attribuisce al Governo uno strumento particolarmente potente e delicato al tempo stesso. Visto che parliamo di provvedimenti essenziali per l’attuazione del programma di Governo, è come proporre alla Camera un voto di fiducia ex ante. Cosa succederebbe se la Camera votasse in senso contrario, non rispettasse il termine dei 70 giorni o modificasse radicalmente il contenuto del disegno di legge del Governo? Sarebbe crisi? E quali saranno le materie considerate essenziali dal Governo? Saranno preannunciate in sede di costituzione dello stesso o indicate di volta in volta?

Va detto, per inciso, che la stessa procedura non è prevista per le proposte legislative di iniziativa parlamentare che, a me sembra, potrebbero avere loro stesse un carattere di strumentalità nell’attuazione del programma di Governo.

Ora, non voglio insinuare che in futuro si possa profilare un modello politico legislativo “dominato” dal Governo. Il nostro rimarrà un sistema parlamentare, anche se con equilibri istituzionali differenti rispetto a quelli che abbiamo sinora praticato. L’importante è capire dove poniamo l’accento: sulla capacità di decidere (modello a trazione governativa) o sulla capacità di rappresentare (modello a trazione parlamentare)?

E qui veniamo all’interrogativo finale. La legge elettorale recentemente approvata, l’Italicum, può aiutare a perseguire un assetto istituzionale ordinato al fine di evitare squilibri nel rapporto tra il Potere esecutivo e il Potere legislativo?

Riassumiamo brevemente: si prevede un premio di maggioranza che può trasformare il partito che vince, qualsiasi siano le sue reali dimensioni elettorali, in un gigante parlamentare (340 seggi). Il finale al ballottaggio introduce di fatto l’elezione diretta del premier. Non si va al ballottaggio se la lista ottiene il 40% dei voti al primo turno, anche qui indipendentemente dalla partecipazione al voto da parte dei cittadini. Il voto è bloccato solo per i capilista e l’elettore potrà esprimere fino a due preferenze (con i capilista plurimi si riduce tuttavia il peso degli elettori).

Sappiamo quali sono le opinioni in campo. Da una parte si invoca la necessità di dare maggiore stabilità ai Governi (dal ’96 al 2006 abbiamo avuto 12 Governi e 8 Presidenti del Consiglio), dall’altra si denuncia il rischio che il gioco combinato della “velocità” nella politica e dell’elezione come investitura trasforma chi vince in arbitro indiscusso del sistema.

È difficile scegliere quale delle due necessità sia prioritaria. Chi non desidera un Governo stabile, evitando al tempo stesso arbitri indiscussi del sistema? L’obiettivo non può che essere l’equilibrio. Probabilmente, ci si avvicina meglio a questo obiettivo prevedendo un sistema elettorale diverso, che eviti, in un’epoca di forte astensionismo, premi di maggioranza ad una singola lista. Tuttavia, a mio parere, al fondo della questione, non è tanto questo l’argomento decisivo, quanto quello della qualità del ceto politico e della necessità di recuperare fiducia nella politica.

A quest’ultimo riguardo, segnalo un interessante articolo di De Bortoli sul Corriere della Sera dell’8 agosto scorso. Nel chiedere una riforma legislativa dei partiti che introduca norme condivise sugli statuti, sul funzionamento delle primarie, sul tema delle fondazioni e dei loro sostenitori, l’Autore afferma che, “se si vuole tutelare la democrazia rappresentativa, occorre rendere meno oscure e insindacabili le liste dei candidati  o dei nominati che i leader dei partiti propongono agli elettori. Come sono selezionati? Per meriti o per fedeltà? Quali competenze hanno? Chi li finanzia? Conclude De Bortoli sostenendo che una riforma dei partiti sgombrerebbe il campo referendario da molti dubbi e polemiche e contribuirebbe a sciogliere quella patina di sospetto e pregiudizio che alimenta il populismo e l’astensionismo.

Anche se trovo improbabile che tale riforma possa essere approvata in tempi brevi, io condivido il pensiero di De Bortoli. Se fossimo certi che i Deputati e/o i Senatori, ma anche i consiglieri regionali o comunali, siano il risultato di un processo veramente democratico e trasparente in seno ai partiti, siano portatori di competenze e capacità rappresentative delle istanze sociali, i rischi dell’”uomo solo al comando” o di persone che, grazie a poche decine di clic in un social network, sono chiamate a ricoprire funzioni istituzionali senza averne contezza, si ridurrebbero in modo esponenziale.

Non voglio rifugiarmi nel “benaltrismo”. Io andrò a votare al referendum e, nonostante tutti i dubbi che ho espresso e che non vanno nascosti, voterò a favore della riforma costituzionale, anche perché mi convince molto la parte che riguarda il Titolo V della Costituzione (ma questo sarà il tema che cercherò di affrontare nel prossimo articolo).

Spero tuttavia che nei prossimi mesi la politica sappia rispondere ai dubbi che la riguardano direttamente. I cittadini si aspettano soprattutto questo.

MAURO IENGO