LE OLIMPIADI E LA SOLITUDINE DELLE PERSONE NORMALI

 

di LUCIANO DAMIANI ♦
Mentre scrivo l’Olimpiade di Rio 2016 sta vivendo le sue ultime giornate, con il susseguirsi, sempre più serrato, di finali e premiazioni, l’apoteosi della gloria. Pochi riescono a salire i gradini del podio, a fronte di una moltitudine di uomini e donne celebri e celebrati c’è  un intero popolo che non ce l’ha fatta neppure a mettere il piede sul suolo carioca.
Non sono uno sportivo ne di fatto ne di poltrona, quindi vedo questi eventi con un certo distacco, senza il trasporto di chi, a modo suo, partecipa all’avventura.
Nei giorni precedenti e nei primi, ho provato un certo disturbo, le cronache riportavano in qualche modo, chi più chi meno, il tanto stridente quanto innegabile contrasto fra il Villaggio Olimpico ed il mondo che rappresenta oltre quello prettamente sportivo, e la realtà del paese tutt’attorno. Il Brasile, un paese dalle enormi differenze sociali, nel quale intere aree sono nelle mani della criminalità più o meno organizzata, nelle quali la polizia vi entra in assetto da esercito. Insomma questo stridore, amplificato dai media, un certo fastidio me lo ha dato, tanto da farmi pensare addirittura che certe manifestazioni andrebbero fatte solo nei paesi ricchi.
Man mano, col passare dei giorni, il contorno non è stato più argomento per i media di massa, il mondo d’attorno è tornato ad essere ignorato ma continuando a subirne le conseguenze. Ma non sono solo i temi sociali a tornare nell’ombra, Lo fanno anche gli atleti che tornano a casa, soddisfatti o no, nuovamente “normali”, campioni solo per chi li ama a prescindere dalle prestazioni e sta loro vicino. Normali come milioni di persone che ogni mattino si alzano e vanno al proprio lavoro per il quale nessuno dispenserà medaglie per il quale a nessuno verrà chiesto l’autografo. Normali perché non avranno più uno stuolo di allenatori, medici, consiglieri, fisioterapisti ecc… di supporto, del resto la normalità non richiede simili sforzi, la normalità si esprime spesso nella solitudine di chi deve rispondere da se alle domande della vita, che sia una vita sportiva o una vita da travet, se non hai i fari addosso sei solo con te stesso, a volte non sai a chi santo votarti perché non sai trovare risposte alle tue domande.
Ci sono stati all’inizio dell’Olimpiade, alcuni e episodi che mi hanno fatto riflettere su questo tema, uno di questi è stato l’incidente di Vincenzo Nibali, il ciclista infortunato per una caduta. Dopo la caduta è stato accompagnato in Italia con l’Airbus di stato. Ovviamente tutto riportato dai media celebrando il campione, tale da meritare l’aereo di stato, da meritare il supporto del paese. Il pensiero, in quei momento, è andato al marito di una mia collega che, Maresciallo dell’Esercito Italiano in teatro estero, colpito da attacco cardiaco, non fu portato in Italia in ospedale poiché era il 24 o il 31 di dicembre, non ricordo. La solitudine, a volte, è proprio una brutta bestia, cerchi disperatamente qualcuno che ti tenda una mano, spesso nel giorno e nel momento sbagliato. Per i normali consiglio di aver bisogno nei giorni feriali e comunque lontani dalle feste principali. Le persone normali non finiscono sui giornali, le loro vite valgono pochino spesso meno di certi interessi.
Le Olimpiadi dispensano attimi di gloria ed attenzioni fino al momento fatidico, quello nel quale tutto si conclude, al massimo con una breve coda di festeggiamenti a casa se sei salito sul podio. Sono momenti di gloria e attenzione che durano un breve periodo, per alcuni è già tutto finito nei primissimi giorni dei Giochi. Per molti di loro la realtà torna ad essere fatta di sacrificio e duro lavoro tolto alla famiglia ed al riposo, alcuni, come gli sportivi delle Forze Armate, ricevono lo stipendio per allenarsi per il lustro dell’Arma, ma sono comunque persone normali alle quali nessuno chiederà l’autografo quando andranno, come ogni giorno per alcuni più volte al giorno, ad allenarsi, magari correndo per le vie di una città che non li conosce e senza un tutor che li segua con la bici o un fisioterapista che li sistemi alla fine dell’allenamento, tanto meno uno psicologo che li segua giorno per giorno. Anche gli atleti sono soli, fors’anche di più poiché hanno il peso della fatica del duro allenamento che speso non puoi condividere con alcuno e che ti fa piombare nella solitudine di te stesso, dei segnali del tuo corpo e dei pensieri che vanno per la loro strada, magari una strada che non piace e che è solitaria, il più delle volte.
Ci sono poi quelli che traducono la loro azione sportiva in fiumi di danaro, coloro che sono inseguiti dagli sponsor e dai procuratori, ma quelli in fondo sono talmente pochi per cui non vale tenere conto. Ma torneranno inevitabilmente ad essere soli, prima o poi, con le proprie coppe, le foto e i ricordi, senza personal trainer, senza dietista e senza procuratore
Le cronache ed i commenti raccontano di vite dedicate al raggiungimento del forse malinteso scopo olimpico, quello di raggiungere un giorno l’agognato podio. Sempre le cronache raccontano di delusioni cocenti e di esplosioni di gioia entrambe oggetti di mille sguardi e mille parole.
Le cronache hanno raccontato anche di atleti, che a causa dei loro paesi, non si sono dati la mano. Mi sono chiesto, quel giorno, se in fondo i media raccontino troppo poco, la vita delle persone “normali”, di quei ragazzi e ragazze figli di Israele che girano armati per le vie di Gerusalemme o di quei giovani palestinesi costretti a perquisizioni e controlli asfissianti. Mi domando se non ci sia bisogno di accender i fari sulla normalità delle persone non foss’altro per farle sentire meno sole, per dar loro, se non altro, un filino di speranza, quella speranza che anche un po’ di luce riesce a portare nel grigiore dell’anonimato di massa. Quando ero un ragazzo ricordo trasmissioni nelle quali la TV di stato si occupava delle “persone normali”, allora la televisione raccontava il paese e in molti casi era di supporto, ma stiamo parlando di Olimpiadi. Non sarà il caso anche di parlare di quanti hanno reso possibile tutto ciò? Non sarà il caso di parlare anche di chi fa sport semplicemente per farlo? Sappiamo forse qualcosa del movimento sportivo del nostro paese, di quello Brasiliano ecc.? Sarà forse per sfuggire a questo grigiore che alcuni dedicano la vita al sogno di una medaglia? Sarà forse per questo che il mancato successo per alcuni configura il fallimento di una vita? O forse è solo la necessità di misurarsi sempre e comunque? Non sono sportivo e non ho la presunzione quindi di riuscire a trovare una risposta, consideratela quindi una domanda fatta da un assoluto ignorante del tema.
A volte, a dispetto dello spirito di Pierre de Coubertin, penso che si cerchi l’affermazione per sfuggire alla solitudine, alla insicurezza della vita e dei rapporti con le persone. Ma come ho detto non sono sportivo ne di fatto ne di poltrona, per cui mi astengo da proporre risposte, ma solo pensieri e domande.
LUCIANO DAMIANI