Burkini: la questione è controversa. Se non lo fosse perché parlarne?

di PIERO ALESSI ♦

In realtà, alla luce degli orrori della guerra, che è attorno a noi, o dello spargimento di sangue provocato dal terrorismo di varia origine e natura, o delle conseguenze sociali di una economia crudele, verrebbe da archiviare la pratica come una di quelle polemiche risibili di cui si nutrono le cronache estive. Abbiamo ben altri problemi che non occuparci di Burkini ma poiché la questione non è rimasta relegata, a qualche delibera di alcuni Comuni francesi governati dalla destra, ma è sostenuta anche dallo stesso premier Valls, socialista; in forma più soft e articolata dalla cancelliera Merkel, e quindi da settori autorevoli  del  femminismo,  i quali si sono espressi per vietare l’uso dei Burkini in spiaggia, forse la discussione va assumendo sempre di più i caratteri di un confronto di principio e i principi non sono questioni di secondo piano.

Gli argomenti della destra sono ovviamente diversi da quelli che alcuni settori della sinistra hanno adottato ma la conclusione a cui si giunge è la medesima: è giusto vietare l’uso dei Burkini in spiaggia. Voglio soffermarmi solo su alcune di queste osservazioni.  Si dice, mescolando le ragioni dei due fronti, che si tratta di una ostentazione insopportabile, di una autentica provocazione, di qualcosa che è contrario alla nostra cultura, di uno strumento di violenta oppressione della donna. Dico subito che la mia opinione in materia è netta, senza se e senza ma: sono contrario ad uno Stato che interviene sulle libertà individuali con strumenti repressivi. L’unico limite alla espressione della libertà è se nell’esercitarla, in qualche modo, viene violata la legge. Mi riferisco a quel sistema legislativo che è figlio della nostra storia politica, civile e culturale. Sono ateo ma non mi sognerei mai di vietare un culto, quale che sia, salvo che i suoi riti non calpestino i miei diritti e le mie prerogative. Così, non sopporterei che mi si imponesse una religione o un punto di vista. Abbiamo vissuto secoli nei quali, per tramite di letture disinvolte dei loro testi sacri, le religioni hanno imposto comportamenti e simbologie ed ancora oggi non si fanno scrupolo di vietare e prescrivere. Siamo, forse non casualmente, l’ultimo Paese in occidente che ha votato una legge sulle unioni civili. Il nostro Stato, moderno, progredito e liberale sino a ieri, ed ancora oggi, si preoccupa di capire chi dorma nel nostro letto, con quali persone sia lecito condividere sentimenti, cosa si può bere, cosa fumare e come si debba trascorrere il proprio tempo libero. E tutte queste limitazioni all’esercizio delle libertà vengono affermate in nome di buoni propositi e talvolta proprio in nome della stessa libertà che assume, in questo caso, un sapore del tutto particolare. Direi amarognolo. Per tornare in argomento, mi pare di capire che nelle spiagge, e solo in quelle (sic) se ci si presenta con il solo volto scoperto si commetterebbe un reato. Questo naturalmente vale solo per le donne, alle quali in nome della loro libertà gli verrebbe imposta quella che, a torto o a ragione, viene da noi considerata una cultura di qualità superiore. Quindi, cancellare una libertà per affermare la libertà. Non mi convince. Se vi è stata una costrizione a indossare un certo abito, in tal caso, alle nostre latitudini democratiche, si può e si deve denunciare l’atto di violenza subito, allo stesso modo di come una donna occidentale farebbe bene a denunciare i propri compagni quando pretendono da loro un determinato abbigliamento, più o meno sexi, o comportamento sociale o quando le picchiano per “amore”. Si vuole combattere una battaglia culturale per sostenere che le donne di religione islamica debbano uscire da costrizioni lo si faccia. Questa sarebbe una meritoria battaglia. Una cosa è affermare principi per conquistare una libera e consapevole presa di coscienza, altra cosa è vietare comportamenti e addirittura redigere una lista di ciò che si può indossare e di dove si può indossare. Come non capire che con atteggiamenti simili si scavano solchi ancora più profondi con mondi con i quali dobbiamo dialogare. Inoltre, ad essere realistici, impedire a poche persone di rappresentarsi come ritengono più opportuno rischia di inviare un segnale devastante a milioni di uomini e donne che appartengono ad un credo religioso che ha, in base alla nostra Costituzione e al nostro concetto di libertà, diritto alla più ampia espressione. Non sarei poi del tutto tranquillo quando al muro delle libertà, che abbiamo con sacrifici eretto, vengono assestati anche solo piccoli colpi di piccone che, per ora riguardano “altri”. Come spiegare, inoltre, che da noi, in nome della dignità delle donne, si vieta l’uso di un abito che copre ma è tollerata la prostituzione ed è del tutto lecita, accettata e apertamente pubblicizzata la pornografia? E, sia chiaro che non sto proponendo un divieto in questa direzione. Ma, come spiegare che, mentre ci scagliamo con furore contro un simbolo ritenuto opprimente e degradante, consideriamo un frutto di straordinaria libertà che ragazzine e ragazzini possano mettere in mostra i loro corpi nudi per danaro, magari con tanto di autorizzazione genitoriale, per sponsorizzare qualche prodotto o stabilire dei primati estetici? Possiamo considerare dunque la mercificazione del corpo e dei sentimenti parte della nostra cultura? Non sarà che, anche se deprecabile, diviene accettabile ciò che è compatibile con il mercato che è la quarta religione monoteista; al momento quella prevalente in occidente?  Pensiamo di combattere questa deriva con il codice penale in mano?  Non pensiamo invece che si debba attraverso il dialogo, il confronto delle idee, la contaminazione delle culture incidere, con pazienza, nel profondo della società sino a modificare parametri e paradigmi che attraversando ideologie e interpretazioni distorte e oscurantiste delle religioni, mortificano l’essere umano? Viviamo in un periodo storico particolare. Non si può cedere terreno al terrorismo che non aspetta altro che di tornare alle crociate e venga dichiarata in maniera esplicita guerra aperta all’islam. Non si può avere paura della diversità al punto da mettere in discussione le pietre angolari della nostra civiltà giuridica, della nostra cultura liberale, dei nostri principi di libertà collettiva e individuale. Concludo, ritenendo che si debba aspirare ad avere maggiori spazi di libertà per tutti, altro che reclamarne la riduzione per alcuni.

PIERO ALESSI