MARCINELLE 60 ANNI DOPO E IL DI PIU’

di LUCIANO DAMIANI ♦

Ieri, domenica sette, per chi legge, ho avuto un contatto ravvicinato, in casa, con il quotidiano “la Repubblica”. Ad essere sincero, ultimamente, i quotidiani in casa entrano piuttosto poco, li trovo spesso già vecchi, arrivando questi sempre ed inevitabilmente in ritardo rispetto al web ed altri media, ma mia moglie, volendo informarsi sulle motivazioni del referendum, ha preso ad acquistare carta stampata. Così mi sono trovato innanzi, sulla penisola della cucina, il quotidiano. Per prima cosa mi ha portato indietro nel tempo, al tempo in cui mi cibavo di carta stampata. Come secondo pensiero ne ho considerato le dimensioni, veramente enormi. Tanto grosso da spingermi a pesarlo, 260 grammi. Anche il Corriere della Sera ricordo molto voluminoso e pesante da tenere in mano, tant’è che prediligevo i giornali “piccoli”, come ad esempio il Foglio ma non solo. Insomma ho preso a sfogliare questo quotidiano per vedere cosa ci fosse dentro, per fare così tanto volume. Fiumi di parole e approfondimenti per tutti i gusti, pensavo fosse pieno di pubblicità.. ma neanche tanta. Al tempo della carta prediligevo i giornali in qualche modo specializzati o comunque poco voluminosi poiché consideravo uno spreco inutile di carta e inchiostro l’acquisto di un giornale di cui avrei letto si e no il 5 per cento. Non può interessarmi tutto ciò che è scritto, ne potrei averne il tempo. Oggi più che mai mi pare anche ecologicamente riprovevole consumare così tanto inutile inchiostro e carta, fatemi comprare ciò che mi interessa, perché debbo comprare pagine e pagine di Olimpiadi se a me non interessano e non le leggerò mai? Destinazione di quelle pagine il secchione della carta senza alcun vero scopo, forse ne farò rettangoli per togliere il sapone dal rasoio, ma non credo sia igienico.
Ecco avrei voluto scrivere un articolo sul “di più” cioè sulla insensatezza della necessità di produrre di più, produrre in tutti i sensi, anche parole. L’avrei fatto considerando lo specifico della stampa, consumare più carta per avere più finanziamenti, almeno così era un tempo, ora sinceramente non so. Ricordo di centinaia di copie stampate e regalate o anche lasciate alla portata di tutti, solo per averne il corrispettivo finanziamento, all’epoca mi sembrava assurdo che si stampassero giornali, non per venderli ma per avere finanziamenti, il senso ecco appunto del “di più”.
Ma che c’entra Marcinelle? C’entra perché con questo pensiero in maturazione, mi sono alzato questa mattina, lunedì 8, ed il Presidente Mattarella mi ha ricordato di Marcinelle, ed allora ho collegato, ho considerato che anche le tragedie sul lavoro accadono per la necessità del “di più”, coniugato in mille modi, ma sempre del di più si tratta.
60 anni fa, un’incidente nelle viscere della terrà causò una delle più grandi tragedie industriali d’Europa, 262 minatori persero la vita in una miniera di carbone. Forse fu proprio quell’incidente a dare il via alla chiusura di quasi tutte le miniere di carbone europee. Troppi morti, troppi alti i costi per la sicurezza. Fu così che il petrolio conquistò posizioni con l’aiuto del gas, in maniera diversa per i singoli stati, per alcuni il carbone rimase assai importante, ma era carbone che veniva da fuori, probabilmente costava meno importarlo che estrarlo dal proprio sottosuolo, sia in termini economici che in termini di vite umane, le proprie. La crescita economica, fatta di consumi, ha sempre richiesto il di più, spesso insensato, come le pagine dei giornali di cui prima, o meglio con un senso di cui vorremmo magari fare a meno, o come la stupidità dell’usa e getta, non avere piatti da lavare ti permette di avere più tempo per fare altre cose, magari per consumare qualche cosa d’altro in più.
Il nostro paese, il di più energetico l’ha prodotto per molti anni con il petrolio, ma ultimamente i paesi produttori hanno la febbre e quindi s’è ritenuto saggio tornare al carbone. E così il di più energetico ha preso la faccia nero carbone, come l’avevano i nostri emigranti nella miniera di Marcinelle e come l’hanno i minatori delle miniere russe, cinesi, sudafricane, turche ecc., tutti paesi notoriamente molto attenti ai diritti dei lavoratori ed alla loro sicurezza, battuta triste. Insomma il di più di morti noi europei lo abbiamo lasciato volentieri agli altri. Nel  2014, giusto per citarne un caso, nei pressi di Smirne 232 vittime in un solo incidente, ed è facile farne un tragico elenco, basti pensare che i decessi per incidente nelle miniere cinesi ogni anno si contano con cifre a 3 zeri.
Ecco, il di più del nostro scellerato modello di sviluppo, delle nostre scellerate abitudini, si trasforma in di più di morti nelle viscere della terra delle miniere di carbone, e morti alla luce del sole per il petrolio. Ma mentre per il petrolio le morti sono indotte da un insieme di circostanze geopolitiche che l’intelligenza potrebbe anche cambiare, quelle del carbone sono insite nel carbone stesso. Non se ne può fare a meno poiché solo se si applicassero delle normali norme di sicurezza sarebbe subito non economicamente conveniente.
Noi ancora pensiamo che il consumo sia sinonimo di sviluppo, quindi sempre più consumo con sempre maggiore produzione di energia, un di più che si autoalimenta, guai a fermare lo sviluppo, infatti il calo dei consumi energetici è la traduzione delle crisi economiche, come quella attuale. Quando sentiamo che la produzione industriale è in aumento siamo tutti più sereni, i produttori di fonti energetiche lo sono di più, lo sono anche coloro che ci lavorano, il posto di lavoro è salvo, se poi per lavorare bisogna rischiare la vita o ammalarsi, la giustificazione non manca, si muore anche di disoccupazione.
Il “di più” è anche nelle giustificazioni che troviamo per renderci meno responsabili. Siamo davvero capaci di giustificare di tutto e di più, non solo in nome del lavoro ma anche e sopratutto in nome della libertà, della libertà di consumare. La libertà di consumare che si traduce per altri nella necessità di morire, lo sanno le famiglie dei minatori, come lo sonno le vittime dell’ILVA eccetera. Sono tutte vittime del “di più”.
A volte il “di più” è imbarazzante, mi raccontava mio figlio, nel suo viaggio in Cina, come si possano vedere condizionatori d’aria all’aperto, o come da noi le stufe all’aperto per permettere agli avventori di sedersi e consumare il loro pranzo o il caffè in piazza.
Insomma 60 anni dopo ci ricordiamo di ciò che è accaduto in quel del Belgio, roba di altri tempi, ma sempre buona per la retorica, qui le abbiamo chiuse tutte le miniere. Forse un giorno capiremo, forse le generazioni future capiranno, forse un giorno capiranno che il problema non è tanto nel come si produca l’energia quanto nel come cambiare il modello di sviluppo, ora è basato sulla produzione di cose e loro relativo consumo. Stiamo ancora abbracciando l’assunto che l’economia in salute produce tanto e consuma più di quanto si riesca a produrre innescando il processo falsamente virtuoso della domanda superiore all’offerta, con relativa leggera e controllata inflazione.
Qualche segno del cambiamento c’è, ci sono luoghi dove il consumo inutile e senza senso è combattuto, dove si investe nei servizi e si penalizzano i consumi privati, dove il consumo di per se è considerato “stupido” perché nel tempo si è fatta opera ed azione nel giusto senso. Se si confrontano ad esempio gli scaffali dell’usa e getta di quei luoghi con i nostri si comprende come consumare meno sia possibile senza sentirsi privati di un falso senso di libertà. Insomma cambiare si può, speriamo che i nostri governanti, ad ogni livello, dal comune alla Commissione Europea mettano la freccia e si decidano a svoltare, ognuno per le proprie competenze, come diceva il mio capo.

LUCIANO DAMIANI