Politiche giovanili

di STEFANO CERVARELLI  ♦

In occasione dell’ultima giornata della Festa dell’Unità si è svolto un interessante dibattito avente come tema portante le politiche giovanili ma che poi, inevitabilmente, direi ovviamente, considerando l’attualità dell’argomento, si è esteso ad altre tematiche riguardanti sempre i giovani.

Voglio dire subito che ritengo apprezzabile il tentativo di avviare un dialogo con l’attuale Amministrazione (che, comunque si sarebbe dovuta sentire tanto forte e serena da raccogliere anche gli altri inviti) intorno a un tema che non è di interesse prettamente giovanile, ma riguarda anche famiglie e genitori quotidianamente alle prese con problemi noti a tutti.

Bene ha fatto, dunque, il delegato Matteo Manunta, a presentarsi alla platea “nemica” per illustrare i suoi programmi, le sue idee.

Un momento, quindi, di riflessione comune del quale bisogna dare atto ai promotori dell’iniziativa. Ci auguriamo possa essere l’inizio di una fase di confronto considerando che le esigenze della collettività e della nostra città dovrebbero spingere a superare ostracismi e pregiudizi e a far prevalere ciò che non dovrebbe mancare mai: l’onestà intellettuale.

Detto questo, prima di passare all’argomento principale di questa nota, vorrei aggiungere che a fronte di una platea degna di tutto rispetto, in rappresentanza di varie categorie sociali, si notava, purtroppo, l’assenza di istituzioni, enti e società sportive. Vale a dire l’assenza proprio di quei soggetti che si trovano ad operare in prima linea con il mondo giovanile, e che debbono essere i primi a recepirne il mal di pancia e di suggerire le cure appropriate.

Peccato, perché hanno privato il dibattito di un valido contributo.

Dicevo prima che dal tema principale “Le politiche giovanili” il passo a parlare di altri argomenti è stato breve e alla fine gli interventi che hanno avuto un comune denominatore sono stati quelli sullo sport nei suoi aspetti socio-educativi, contenenti quei fattori necessari per un sereno ed equilibrato inserimento nella vita adulta.

Sono stati dibattuti concetti che, essendo stato per anni allenatore di basket, in prevalenza di squadre giovanili, non possono che trovarmi d’accordo, ma che, proprio in virtù della mia modesta esperienza sportiva, mi spingono a fare alcune considerazioni riguardo quello che viene comunemente definito sport sociale.

La prima: lo sport, tutto lo sport, è figlio della società in cui opera e della quale è anche promotore, come in un gioco di specchi riflessi.

Non si può, quindi, trattare l’argomento sport in assoluto, estrapolandolo dalla realtà in cui viene praticato e che, in tantissimi casi, lo condiziona; mi limito a fare un paio di esempi. Il primo, visto che in questi giorni sono iniziate le Olimpiadi, riguarda proprio il Brasile. Nelle realtà delle favelas i bambini vedono nel calcio non certo un modo per socializzare (la vita li costringe a vivere ben altre forme di comunità) bensì un mezzo per fuggire dal mondo in cui sono cresciuti.  Allora spazio alle rivalità, alle lotte senza scrupoli per emergere; lì, a 10 anni, devi farti trovare pronto all’appuntamento, ne può valere della tua vita.

E visto che stiamo in tema di Olimpiadi, come non ricordare il caso di Saima, la ragazza diciassettenne somala, di Mogadiscio, che aveva affidato all’atletica la sua speranza di vita “normale”. Dopo aver partecipato alle Olimpiadi di Pechino nei 200 metri, sognava di partecipare a quelle di Londra, ma il regime operò su di lei una terribile repressione, tanto da costringerla a fuggire ed affrontare un’odissea, purtroppo, senza lieto fine.

Casi limite? No, forse i più eclatanti, i più disperati.

Tornando alla nostra realtà, alla nostra società, devo dire che sempre più spesso i giovani e giovanissimi praticanti le varie discipline sportive sono chiamati ad impegni tecnicofisici pressanti: ore ed ore di allenamento e ripetizione dei gesti tecnico atletici. Questo perché si persegue il risultato ad ogni costo dimenticandosi che davanti ci sono adolescenti ancora non completamente formati, e non in grado a volte di sostenere forti pressioni, con tutto quello che ne consegue. Ma come potrebbe essere diversamente se la società in cui si opera in tutte le sue espressioni fa del successo un suo idolo a cui “innalzare sacrifici”?

Lo sport ne recepisce inevitabilmente il messaggio assorbendone gli aspetti più negativi.

Ci vorrebbe un filtro. E chi dovrebbe fare da filtro? Sicuramente i genitori, i tecnici, gli allenatori: cioè quelle figure alle quali in prima istanza è delegato il compito di responsabilizzare, educare e guidare i giovani atleti. Ma ciò tante volte non avviene. Ci sono stati e ci sono tanti casi in cui i genitori, cadendo loro per primi vittime del desiderio di successo, assumono atteggiamenti altamente negativi. Si comportano da ultras, indirizzano urla, insulti e minacce agli avversari dei loro figli (parliamo di giovanissimi) arrivando a litigare e a fare a pugni tra di loro e con i genitori “avversari”; incitano i loro figli a comportamenti altamente diseducativi, se non proprio sleali. E non voglio aggiungere altro…. Insomma, fanno della attività sportiva dei figli una ragione di vita, una loro realizzazione. Gli allenatori, gli istruttori dal canto loro, il più delle volte si preoccupano solo ed esclusivamente della parte tecnico atletica, tralasciando la parte formativa.

Ed allora rieccoci al punto di partenza: sport sociale? Prima di rispondere facciamoci quest’altra domanda: “figlio” di quale società?

Vorrei aggiungere ancora una cosa: non condivido la limitazione, quasi ghettizzazione, che si fa del termine “agonismo” limitandolo solo a una certa parte di sport. L’agonismo è competizione, è lotta (leale), è volontà di vincere. Ebbene, questi requisiti non si riscontrano forse in ogni “duello” sportivo a partire dalla più innocua partita a ping-pong all’oratorio, alla sfida a biliardino, alla partita di calcetto tra amici, fino agli avvenimenti più prestigiosi? Bisogna giocare sempre per vincere. Ma come? La spiegazione è nella definizione stessa di sport: “Lo sport è l’affermazione di una momentanea, migliore capacità, attraverso sistemi, mezzi e strumenti leali, vale a dire: rispetto delle regole, rispetto dell’avversario, rispetto di noi stessi”. Quanto sarebbe facile fare sport!!

 

STEFANO CERVARELLI