Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

di CIRO FIENGO ♦

Era il 1897 quando Paul Gauguin dipinse questo quadro, la tela rappresenta le varie stagioni della vita, come in una via crucis, da destra verso sinistra, vengono raffigurate le stazioni della vita di un uomo dalla nascita alla vecchiaia. Le tre domande del titolo sono scritte in un cartiglio posto in alto a sinistra dell’opera. Molto spesso il titolo di quest’opera viene utilizzato come incipit per riflessioni di natura filosofica che portano a lunghissimi e articolati ragionamenti sull’esistenza umana.

Da dove veniamo?

Era il 1897, mentre Gauguin dipingeva la sua opera, a Civitavecchia, i “facchini” del porto, opponendosi allo sfruttamento dei caporali, scioperavano per molti giorni gettando le basi per la nascita della futura cooperativa portuale. In città, già dal 1851 si poteva bere la Sambuca Manzi, molto gradita a Garibaldi. Nel 1896 la “Società Anonima Fabbrica Calce e Cementi” di Casale Monferrato scelse la periferia di Civitavecchia per realizzare la costruzione del cementificio. La città era ancora bella, stupendamente antica e la sua economia ruotava esclusivamente intorno al porto. Città sede dell’antico porto di Traiano e delle Terme Taurine, viveva ancora in un ridente passato, come descritto anni prima da Jean Baptiste Labat. In quegli anni veniva costruito il mitico Grand’Hotel le Terme dove potevi godere dei benefici delle acque termali. Passarono solo 45 anni e la seconda guerra mondiale distrusse tutto. La città cambiò per sempre, il porto, il centro storico cittadino, furono distrutti dai bombardamenti, in un attimo la città d’incanto fu violentemente mutilata delle sue bellezze. La ricostruzione ci regalò una diversa e discutibile urbanizzazione. Nel 1945, con una diversa formula di quella del Manzi, Angelo Molinari crea la nuova sambuca extra conosciuta e apprezzata a livello mondiale. Nel 1951 iniziano i lavori per la costruzione della Centrale di Fiumaretta, mentre il cementificio riprende la produrre dopo la pausa della guerra. Il porto fu ricostruito ma risultò marginalmente supportato dal Piano Marshall, un piano politico-economico statunitense per la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale.

Chi siamo?

Ora non siamo più la città sede delle Terme Taurine, non abbiamo il piu il grand’hotel con inclusa la spa, sono anni che un’infinita diatriba legale nega alla città la possibilità di avere un centro termale. Nessuno ha mai provato seriamente a risolvere l’annosa vicenda. Credo che in qualsiasi altra città, questa risorsa sarebbe stata sfruttata in altro modo. La Sambuca c’è ancora ma sull’etichetta della bottiglia mi sembra non compaia più il nome di Civitavecchia. Fiumaretta è ancora li, lo scheletro in cemento resiste agli anni, fa compagnia ai depositi costieri insieme rappresentano il bruttissimo biglietto da visita che la città presenta a chi arriva da nord. Nel frattempo, in sua vece, abbiamo visto nascere altre due centrali che da diversi anni ci somministrano dosi di aerosol velenoso. L’Italcementi, altro orrendo monumento di archeologia industriale, è l’altra vergognosa metastasi cittadina. Inglobato quasi al centro della città, circondato dai palazzi e dalla sue mura vive un lento degrado, pian piano si sta sgretolando e nessuno sa per quanto tempo ancora resterà a somministrarci le sue polveri. Il porto è primatista europeo come traffico passeggeri, nessuno poteva pensare che sarebbe diventato come è ora. Trasformato, ingrandito e restaurato fa bella mostra di sé ai turisti. Croceristi che appena arrivati vengono portati via perché per i tour operator Civitavecchia non offre nulla, non è più la città sede dell’antico porto di Traiano e delle Terme Taurine, molto più semplicemente è solo l’anonimo porto di Roma.

Dove andiamo?

A questa domanda non so e non posso rispondere, la risposta spetta di diritto alla politica. Chi amministra e chi amministrerà in futuro deve e dovrà cambiare lo status di degrado che stiamo vivendo. Noi cittadini, anche se sfiduciati dallo stato attuale delle cose, non possiamo far altro che adoperarci e pretendere un’inversione di rotta e cancellare quel senso di sfiducia e rassegnazione che ormai alberga nell’animo di troppe persone. Non possiamo e non dobbiamo consentire che si continui a svendere la città e la nostra dignità di cittadini, per il Porto, per l’Enel, per l’Italcementi, per il carbone, per l’ossidatore, per i depositi costieri e per tutte le altre servitù che molto probabilmente in futuro arriveranno sotto forma di vile ricatto e mascherate da possibili posti di lavoro.

CIRO FIENGO