DIVAGANDO TRA PIGNE ED ASSEDI, MICHELANGELO E TSCHUMI

di FRANCESCO CORRENTI ♦

52 a.C.: l’annessione pacifica della Gallia da parte dei romani subisce un arresto. Costretto sulla difensiva dalla crescente ostilità delle popolazioni, Giulio Cesare è messo in difficoltà dalle continue azioni di guerriglia mosse dal nuovo capo scelto dai druidi come guida delle tribù celtiche, il giovane Vercingetorige. A fine estate, questi sferra un ennesimo attacco, cercando di sorprendere le legioni in marcia, ma anziché ottenere una vittoria decisiva, subisce gravi perdite ed è costretto a ripiegare nell’oppidum di Alesia. Cesare cinge d’assedio la fortezza, facendo realizzare in poche settimane dai suoi legionari – circa 10 mila uomini – un imponente sistema di circonvallazione e controvallazione anulare con doppia fortificazione, rispettivamente a 15 e a 21 chilometri da Alesia.

Palizzate, terrapieni, fossati con acqua e torri costituiscono la doppia cintura dell’anello ossidionale, al cui interno sono posti una trentina di forti e otto accampamenti delle truppe. A corto di viveri, i 25 mila guerrieri galli espellono dalla città donne, vecchi e bambini, spietatamente condannati così a morire di fame nella terra di nessuno. Vani sono i tentativi di sortita degli assediati e inutile è pure il sopraggiungere di un’armata di soccorso forte di circa centomila uomini. La prevalenza numerica e l’assalto su due fronti non riescono a imporsi all’addestramento delle legioni e alla tecnica ingegnosa degli apprestamenti difensivi messi in opera da Cesare. Questa dimostrazione di efficienza militare, di capacità organizzativa e di superiorità culturale hanno “soggiogato e affascinato” la Gallia, da quel momento pronta a far parte del mondo di Roma.

Questo fascino, che ha già avuto innumerevoli manifestazioni nel corso della storia di Francia, dura tuttora. È un fascino, ça va sans dire, che riguarda Roma e Cesare e non i loro attuali rappresentanti o discendenti (con qualche rara eccezione) e lo dimostrano i grandiosi progetti che sono stati attuati e inaugurati negli anni scorsi, ovvero 2063 anni dopo la vittoria di Cesare su Vercingetorige. Con la nascita del Museo-Parco di Alesia, ad Alise-Sainte-Reine, in Borgogna, si è celebrata quella che viene considerata l’origine d’un mito fondante della nazione francese. Un aménagement che ripropone, nei luoghi in cui furono creati, la ricostruzione parziale degli accampamenti romani, delle opere fortificate, delle macchine da guerra ed ha riportato in luce quanto resta delle testimonianze archeologiche del “teatro delle operazioni”.

E qui va sottolineata un’importante operazione preliminare: in Francia, la legge 17 gennaio 2001 prevede l’intervento sistematico dell’Institut national de recherches archéologiques préventives (INRAP) per effettuare, prima della apertura dei cantieri, le ricognizioni diagnostiche nel sottosuolo. Ad Alesia, i primi sondaggi sono iniziati nel marzo 2007. L’intenzione è stata quella di conciliare «la forza dell’avvenimento e l’imperativo della “modestia” fissato dagli archeologi, teso all’inserimento delle sistemazioni in un paesaggio protetto». Le fasi attuative hanno formato l’oggetto d’una démarche HQE, un percorso, cioè, Haute Qualité Environnementale, la cui “alta qualità ambientale” è stata attentamente ricercata nell’impatto esterno, all’interno del cantiere, nella scelta dei prodotti, dei materiali e dei processi costruttivi, nella gestione dei rifiuti e dell’energia, nella qualità dell’aria, nell’acustica, nella illuminazione. Il progetto innovativo – i cui partner sono stati la Comunità Europea, lo Stato, la Regione, le collettività locali e la Società delle Scienze di Semur-en-Auxois – è stato pilotato dal Consiglio generale della Côte-d’Or attraverso la SEM Alésia, ed è stato affidato a Bernard Tschumi – ideatore del Parc de la Villette a Parigi, del nuovo museo dell’Acropoli di Atene e della Torre «Blue» a New York – con la collaborazione del paesaggista Michel Desvigne e dello scenografo Guy-Claude François. La sfida era far comprendere ai visitatori un assedio svoltosi su un territorio vasto quanto l’attuale città di Parigi, in cui vengono messi a loro disposizione un ampio Centro d’interpretazione, un percorso-scoperta ed un Museo archeologico.

Ho avuto l’occasione di visitare nel 2009 la zona del colossale intervento di Tschumi e ne avevo tratto alcune prime considerazioni, ancora superficiali. Ero rimasto perplesso di fronte ai disegni della soluzione adottata per i due elementi cardine del Museo-Parco, i due “poli”, situati a due chilometri di distanza tra loro. Entrambi erano dei grandi elementi cilindrici ribassati. Il primo, le Centre d’interprétation, del diametro di 52 metri, era coronato da alberi d’alto fusto e sembrava un po’ memore del mausoleo di Adriano. Il secondo, la cui “doppia pelle” era invece in pietra locale, voleva ricordare le mura galliche – murus gallicus – ma per me somigliava tanto ad una confezione di Brie (per carità, niente da dire, un ottimo formaggio). Era solo l’impressione che davano i primi rendering visibili negli uffici della società, perché poi – grazie al materiale fornitomi gentilmente dai progettisti – le dimensioni e le caratteristiche di questi edifici, che symbolisent l’encerclement, mi sono apparse perfettamente inserite in quel paesaggio. Il modo con cui è stato affrontato il tema e condotti i lavori, pur venato da un minimo di retorica (forse inevitabile in simili operazioni connesse a vaste campagne pubblicitarie), era comunque di grande stimolo per noi architetti italiani, poco abituati a vedere dalle nostre parti interventi del genere, tanto meno a riscontrare da parte delle pubbliche amministrazioni e dei cittadini la grande considerazione per l’architettura che si può constatare in Francia. Successivamente, ho continuato a seguire lo svolgimento dei lavori sul sito, anche questo esemplare, del «MuséoParc Alésia» (www.alesia.com) – cosa che consiglio anche ai lettori – convincendomi sempre più della straordinaria valenza culturale del progetto. Un progetto affrontato, secondo il metodo di lavoro tipico di Tschumi, senza idee preconcette, evitando di ripetere soluzioni già realizzate ed esprimendo nel modo più semplice e preciso l’idea scelta: «l’architecture est la matérialisation des concepts».

Ancora un motivo di compiacimento mi è stato dato dall’esistenza di un organismo dipartimentale, il C.A.U.E. (Conseil d’Architecture d’Urbanisme et de l’Environnement), che segue con periodici sopralluoghi i lavori, avendo l’obiettivo di promuovere e verificare la qualità architettonica, urbanistica e ambientale delle opere, ai sensi della legge del 3 gennaio 1977. Infatti, la legge dichiara che «l’architettura è una espressione della cultura» e che «la creazione architettonica, la qualità delle costruzioni, il loro inserimento nell’ambiente circostante, il rispetto del paesaggio naturale o urbano e del patrimonio storico sono di pubblico interesse». Proprio come dalle nostre parti!

Non sto qui a dilungarmi sul Parco di Alesia, rinviando al più ampio scritto che ho dedicato all’argomento, pubblicato su “AR, bimestrale dell’Ordine degli Architetti di Roma e provincia” (Museo-parco ad Alesia di Tschumi, n° 94, marzo-aprile 2011, pp. 49-51), nella rubrica “Città in controluce”, per chi volesse approfondire la tematica anche con l’ampia rassegna di immagini sul progetto e sulla realizzazione e con le mie fotografie.

Curiosamente, peraltro, la visita al sito archeologico è stata per me occasione di un’altra riflessione, per nulla connessa ad Alesia e invece legata proprio a Roma, anzi al cuore più antico ed aulico di Roma, il Campidoglio. In quella tarda mattinata dei primi di ottobre del 2009 – lo stesso periodo del famoso assedio – in cui ridiscendevo dalla collina, le Mont-Auxois, dove avevo reso omaggio alla statua di Vercingetorige fatta erigere da Napoleone III, per recarmi verso gli scavi di Alesia, andavo ancora appresso con la mente a certe elucubrazioni che mi avevano portato, prima della partenza dall’Italia, alla ricerca di pigne. Di pigne, o se preferite, di strobili, di coni, le «infiorescenze femminili delle conifere costituite da un asse florale con squame che portano gli ovuli e squame di protezione che dopo la fecondazione diventano legnose», come spiega ad esempio la “Garzantina”.

Da qualche tempo, dunque, cercavo quella che stava diventando una specie di fissazione: una pigna perfetta. Perfetta per quella idea che mi frullava nel cervello. Cominciavo a capire il detto “avere le pigne in testa”.

2011. Pigna FC + Campidoglio F

Eccomi così, con quell’insistente arrière-pensée, al Mont-Auxois. Mi lascio alle spalle la grande scultura “gauloise” con la vicina table d’orientation posta sul colmo del colle, e m’affretto a raggiungere la comitiva italo-franco-catalana che mi precedeva verso l’area della città, quando noto che con una breve deviazione, scantonando appena dal sentiero, posso attraversare un bel boschetto di conifere. Ed è lì, finalmente, che trovo uno strobilo, un cono, insomma, una pigna, fatta come la cercavo. Matura, e quindi aperta nella parte propriamente “conica”, ma con la base, la parte dove l’asse florale è attaccata al ramo, ossia quella del rachide, quasi piatta e circolare, con le scaglie molto regolari. E così, in quello strobilo gallo-romano, ho constatato, convincendomene definitivamente, la somiglianza tra la disposizione delle scaglie e il disegno della pavimentazione “michelangiolesca” della piazza del Campidoglio, che è anche il logo del mio Ordine professionale. Con la sola differenza che, nella piazza, la forma geometrica è lievemente allungata per adattarla ad un perimetro ellittico anziché circolare.

Tralascio, in questa sede, le considerazioni, da una parte, sul rapporto aureo esistente, come in tante altre forme naturali, nella sequenza di crescita delle scaglie (tra gli innumerevoli studi in proposito, cito ad esempio La scoperta del quadrato di Bruno Munari, 1960, e l’articolo Form as Diagram of Forces. The Equiangular Spiral in the Work of Pier Luigi Nervi, in Journal of Architectural Education, 2003) e, dall’altra, sulle interpretazioni date di recente sulla simbologia del disegno capitolino, ritenuto dal professor Graziano Baccolini allusivo di un Umbelicus Caput Mundi di origine etrusca. Che il pattern ideato da Michelangelo – autore in quegli stessi anni della “pigna di San Pietro”, come qualcuno chiamava la cupola – sia stato effettivamente ispirato dalle squame della pigna, magari perché piombatagli addosso mentre passeggiava meditando sul progetto, o derivi dalla ripetizione geometrica d’un motivo grafico astratto scaturito dalla fantasia dell’artista, non siamo in grado di saperlo.

Come non sappiamo se lui stesso, nel secondo caso, si sia mai reso poi conto di quella somiglianza, che – a quanto pare – sono stato io il primo a notare, dopo tanti secoli e innumerevoli rappresentazioni della celeberrima pavimentazione, a cominciare dalla bella incisione di Étienne Dupérac della seconda metà del Cinquecento. Michelangelo non la vide realizzata, perché fu solo nel 1940 che, proprio partendo dall’incisione, si decise di realizzare il disegno.

In ogni caso, la somiglianza, fortuita o voluta, non fa che confermare quanto detto da Le Corbusier e forse da altri prima e dopo di lui: ogni forma pensata dall’uomo è sempre già presente in natura.

FRANCESCO CORRENTI