Le parole vuote come espressione della ideologia del nulla.

di PIERO ALESSI  ♦

Parole come stabilità e rinnovamento sono alcuni dei termini, usati con grande frequenza, ai quali viene immediatamente riconosciuta una valenza positiva.

Il linguaggio non è neutro ma in politica, particolarmente, occorre guardarsi dall’inganno della retorica e dell’oratoria.

Ora è del tutto evidente che se dovessi acquistare una casa io la vorrei robusta e salda. In grado di sopportare terremoti e tempeste. Insomma, un fortilizio sicuro e inattaccabile. In questo caso direi che ove venisse utilizzato il termine stabile questo sarebbe più che adeguato Non vorrei davvero abitare in una palafitta precaria, malferma e traballante e che, per questa ragione, presenta un eccessivo grado di flessibilità.

Siamo davvero sicuri che il medesimo termine adattato alla politica e ai Governi produca gli stessi salutari effetti?

Quale beneficio avrebbero i cittadini da un Governo, sia pure da loro scelto, che ad onta delle proprie azioni e comportamenti sia così stabile da essere negli anni inamovibile e privo della necessaria duttilità? Si dice che la stabilità sia la migliore garanzia per realizzare il programma con il quale ci si è presentati agli elettori. Questo è vero ma altrettanto accade e di sovente che nel corso del proprio mandato si debba decidere su questioni di notevolissima importanza del tutto impreviste. Non sarebbe giusto che nel caso di eventuali decisioni lette come contrarie agli interessi delle persone vi sia la possibilità di rimescolare le carte e produrre diverse soluzioni di Governo o semplicemente tornare dai cittadini, in libere elezioni? Se guardiamo con occhio disincantato alla storia si coglie con immediatezza che il massimo di stabilità è stato offerto da regimi autoritari mentre il sistema democratico si è nutrito di incertezza e precarietà.

Ora veniamo al concetto di nuovo e poi tiriamo le fila.

Anche in questo caso non vi è nessuno che dovendo scegliere tra un oggetto nuovo e uno vecchio non propenda per il primo. Gli stessi termini evocano reazioni contrapposte. Tanto attrae il primo quanto respinge il secondo. Al primo sono legati concetti di lunga durata, di futuro, di lucentezza; al secondo quelli di fine corsa, di passato, di polveroso. Chi verrebbe attratto da qualcosa prossimo a morire, noiosamente nostalgico e opaco? Persino i concetti di bello e di brutto si trovano accostati, nell’immaginario delle persone, nel primo caso al nuovo e nel secondo al vecchio. Si vede bene come diviene strumentale e artificioso utilizzare ed abusare di questi termini in politica. Ora è ben chiaro che non stiamo acquistando un paio di scarpe (per quanto quelle nuove molto spesso si scopre che sono troppo strette o ancora devono prendere la forma e sono dolorose a calzarsi). Non è un oggetto che dobbiamo scegliere. Si tratta di individuare e condividere un programma e selezionare coloro che quelle idee devono concretizzare. Ciò non può avere nulla a che fare con un indefinito concetto di nuovo. Le parole rinnovamento o cambiamento gettate alla rinfusa e prive di un chiaro orizzonte sono del tutto vuote di ogni significato. Parole affascinanti ma in sé non garantiscono alcuna sostanza o contenuto.

Dal mio personale punto di vista diffido di tutto ciò che viene rappresentato come stabile e sicuro e, altrettanto, da qualunque affermazione che venga condita, al solo scopo di dargli sapore, da termini come nuovo o rinnovamento. Ciò che mi ha sempre interessato della politica sono i suoi concreti contenuti e valori. Dunque, a proposito di stabilità, voglio capire di cosa si sta parlando e quali siano le concrete garanzie che mi si offrono perché questa non divenga un nodo scorsoio. Se parliamo di rinnovamento voglio capire quali siano i contenuti della novità.  A questo punto la questione si complica e chiama in causa discipline che non mi appartengono. Il tema diviene quello della consapevolezza e della conoscenza, della responsabilità individuale e collettiva, del diritto alla informazione, del ruolo dei media e dei moderni strumenti di comunicazione, della qualità e della forma della democrazia in un sistema globalizzato. Mentre chiamo in aiuto sociologi, politologi, economisti e filosofi sono preoccupato di come su un terreno di sofferenze sociali, di iniquità, sopraffazioni ed intolleranze e della mancanza di risposte adeguate ad una crisi economica e valoriale, prevalgano gli slogan di quello che è definito populismo. Non mi pare che si sia fuori dalle ideologie.  Ho invece la sgradevole impressione che ad ideologie pesanti e ricche di contenuti si siano sostituite ideologie del nulla o del vuoto a perdere. La risposta che mi sento di dare è nella riaffermazione della complessità e nella difesa convinta delle priorità. Le ricette facili, la retorica vuota, il populismo, la così detta antipolitica che, a mio modesto parere, è politica di ben chiaro segno, spingono verso la divisione e la frammentazione. Da qui il ritorno a antichi nazionalismi, settarismi e violenti antagonismi il passo è breve ed estremamente pericoloso.  A costo di apparire un sedimento di altre epoche, per quanto mi riguarda, resto convinto che vi sia una netta linea di separazione che divide una visione di destra da una di sinistra. Altro che superamento delle classificazioni politiche tradizionali come fossero reperti da esibire in un museo storico. La sinistra ha argomenti e valori comuni sui quali deve trovare ragioni di unità a patto che sappia vedere e interpretare i movimenti tellurici di un mondo in rapida trasformazione e i rischi enormi che abbiamo davanti a noi, di fronte ai quali le differenze debbono essere messe in un canto. Per farlo non si deve abbandonare la politica. Al contrario è ad essa che ci si deve rivolgere per comporre i contrasti e trovare le mediazioni. A partire dalla considerazione che si gioca su campi differenti. Ciascuno nel proprio campo deve trovare e proporre le soluzioni. Lasciamo ad altri un disinvolto uso del dizionario e le campagne pubblicitarie e torniamo ad appropriarci di solide ed argomentate proposte per trovare nella dimensione della dura realtà, le urgenti risposte ad un diffuso malessere sociale, perché non cresca fuori da ogni controllo la mala pianta della semplificazione reazionaria. Tutto ciò è detto al fine di restituire alle parole il ruolo che meritano. Non sterili contenitori del nulla ma veicoli che, a partire dalla individuazione di una precisa identità politica, si rendano utili a migliorare le concrete condizioni di vita delle persone.

PIERO ALESSI