DOPO MIDDLETOWN II parte

di NICOLA PORRO ♦

Già alla caduta dell’amministrazione De Sio, nel maggio 2005, risultò evidente come l’esperimento dell’innovazione politica dal basso avesse esaurito, nella tirrenica Middletown e non solo, l’originale spinta propulsiva. A Civitavecchia ciò si sovrappose a un’autentica crisi di identità. L’antico dilemma – valorizzare la funzione di avamposto logistico dell’area metropolitana romana o rivendicare lo status negato di capoluogo di una nuova aggregazione territoriale (Provincia della Tuscia) – cessò presto di agire da pungolo per il confronto politico. Una possibile e feconda provocazione si perse nei tempi geologici dell’innovazione amministrativa e in non disinteressate negoziazioni fra potentati. L’opera fu completata, nella seconda decade del Duemila, dalla drastica restrizione delle risorse pubbliche. Perse così mordente lo stesso tentativo di produrre una visione strategica e di largo respiro dello sviluppo territoriale. La prova del budino non era stata superata. A una crescente mobilità elettorale – fenomeno di per sé niente affatto negativo – si accompagnò una crescita costante dell’astensione. Ancora più significativo sarà, di elezione in elezione, il fenomeno della transumanza da uno schieramento all’altro non solo di singoli candidati, ma di intere liste fai da te e di congreghe di ogni tipo. La politica locale andò sempre più avvicinandosi al profilo caratteristico delle aree politicamente depresse del profondo Sud.

Della vecchia Middletown rimase la “nuda vita” di una politica disincarnata da valori e idealità. E si delineò un ossimoro sociale: quello di una città portuale incapace di trasformarsi in una città di mare, valorizzando e interpretando al meglio una vocazione suggerita dalla stessa geografia. A onor del vero, ciò non fu soltanto responsabilità della politica. A troncare sul nascere qualsiasi tentativo di ripensare la vocazione economica e il profilo culturale del comprensorio erano arrivati, fra gli Ottanta e i Novanta, quelli che si cominciavano a chiamare poteri forti. Ancor prima l’Enel aveva dato inizio alla colonizzazione di un territorio destinato a ospitare la maggiore concentrazione energetica del pianeta. A cavallo dei due secoli si affacciò la grande crocieristica internazionale. L’asse dell’economia cittadina si spostò ancor più nella direzione di un’economia di servizi e di un terziario assai poco avanzato. Lo stesso potere negoziale dei governi locali – quali che fossero i leader, i colori politici e gli orientamenti programmatici delle amministrazioni – diminuì in maniera proporzionale alla progressiva perdita di autorevolezza del ceto politico. L’uso speculativo del territorio, le servitù ambientali e il deterioramento della condizione urbana conobbero invece una crescita costante.

Dopo l’affondamento della prima amministrazione di destra e un lungo commissariamento, i civitavecchiesi tornarono alle urne nel maggio-giugno 2006, a ridosso di elezioni politiche generali che avevano segnato un’affermazione striminzita del centrosinistra. Venne eletto sindaco al secondo turno, ma con largo vantaggio sullo sfidante, Gino Saladini. Espressione di un centrosinistra che pure si era diviso sulla sua candidatura, portava in dote un’immagine accattivante di leader della società civile e il sostegno di settori professionali delusi da un centrodestra in stato di marasma. Non si ricompose però la frattura che aveva diviso la sinistra né riuscì a prendere forma l’annunciato cambiamento. Anche Saladini fu mandato a casa prima del tempo e si tornò al voto nel maggio 2007. Elezioni che segnarono un autentico punto di non ritorno. Per la prima volta, dopo una lunga incubazione in penombra, venne allo scoperto il progetto di trasformare la città nell’appendice subalterna di un onnivoro sistema portuale. Scese in campo una micidiale macchina propagandistica, sostenuta da un cartello di imprenditori intenzionati, con innegabile coerenza,  a delegare direttamente la rappresentanza politica all’ex presidente dell’autorità portuale. Il candidato Gianni Moscherini, manager di lungo corso e politico a elevato tasso di mobilità, riuscì a camuffare l’operazione come una lungimirante e innovativa strategia di “larghe intese”, sollevando l’entusiasmo di settori del ceto politico eterogenei ma ben disposti a correre in soccorso del vincitore.  Per le risorse dispiegate e sull’onda di un generale disincanto verso le espressioni storiche della politica locale, le sedicenti “larghe intese” ebbero la meglio, senza troppa fatica, su quella coalizione “dei resistenti” che si era raccolta attorno alla candidatura di chi scrive.

Il giudizio della città sulle concrete realizzazioni del governo del caravanserraglio verrà tuttavia impietosamente espresso nel 2012, quando Moscherini mancò la riconferma contro il sempreverde Pietro Tidei, tornato a proporsi alla testa di un ricomposto centrosinistra. Durerà tuttavia poco anche la giunta Tidei. Contro di essa si coalizzerà uno schieramento trasversale che comprendeva un Moscherini in cerca di rivincita e un segmento influente del vecchio partito del porto. Lo strumento adottato fu ancora una volta quello delle dimissioni in massa dei consiglieri. Il resto è la cronaca malinconica della sepoltura di Middletown. Nel 2014 si torna rapidamente alle urne. Il Pd rende al sindaco dimissionato l’onore delle armi riproponendolo. In venti anni sarà sette volte candidato sindaco in tre diversi comuni del comprensorio collezionando cinque vittorie (tre delle quali per ko tecnico) e due sconfitte. Tidei entra nel Guinness dei primati. Il centrosinistra viene asfaltato al ballottaggio. Vittima non incolpevole dell’effetto déjà vu – più tardi entrato nella casistica politologica come sindrome di Fassino – cede il governo locale al non conosciutissimo ingegnere Cinquestelle Antonio Cozzolino. Miracolato dalle circostanze elettorali, questi era pervenuto fortunosamente al ballottaggio prevalendo per una manciata di voti  sul giornalista Massimiliano Grasso, a sua volta esponente di una lista civica vicina ai nuovi dirigenti dell’Autorità portuale. Una nitida e quasi didascalica anticipazione di quei comportamenti elettorali che si manifesteranno due anni più tardi in alcuni fra i maggiori comuni italiani. Fra il maggio 2006 e il giugno 2014 si alternano così al governo della città quattro diverse coalizioni e altrettanti sindaci, espressione di variegati archetipi di homo politicus: il leader vintage consumatosi nell’illusione dell’eterna giovinezza, il professionista della trasversalità, i sollecitatori di un consenso ispirato al  pensiero unico della postpolitica e/o dell’antipolitica.

Non è questa la sede per un giudizio ponderato sull’esperienza amministrativa in corso, peraltro già desumibile dalla sconfortante cronaca quotidiana. Si può solo constatare come Civitavecchia, una delle prime città di medie dimensioni a consegnarsi all’esperimento grillino, presenti una dinamica politico-amministrativa in perfetta sintonia con umori e pulsioni che si esprimeranno vistosamente a scala nazionale  con l’importante tornata amministrativa del giugno 2016. L’antipolitica al potere, infatti, non è tanto il prodotto dell’invadenza e dell’autoreferenzialità della politica quanto piuttosto del ritrarsi della politica dalla società. La cancellazione dei partiti, la delega al presunto carisma dei leader, il declassamento dei militanti in tifosi sono altrettanti aspetti della democrazia del pubblico anticipati da Manin. Essi si rendono particolarmente visibili in contesti di fragilità socioeconomica e di vulnerabilità culturale. La vecchia Middletown, infatti, non ha semplicemente subito le sfide del trasformismo e/o del populismo: non ha saputo o voluto contrastarle. Non è stata ingaggiata nessuna battaglia per l’egemonia, per far ricorso a un’abusata citazione gramsciana.

Occorre perciò approfondire senso e direzione dei processi in corso. Bisogna risalire alle radici delle pulsioni antipolitiche o postpolitiche e saper distinguere fra dinamiche elettorali contingenti e tendenze di lungo periodo. Le stesse definizioni qui adottate – come quella di populismo – vanno indagate e forse concettualmente scomposte senza cadere in banalizzazioni insolenti o in generalizzazioni indebite. Senza riprodurre, cioè, quei linguaggi e stili comunicativi cui fanno ricorso proprio i populismi e che ne definiscono la natura meglio di cento trattati di scienza della politica. La Città di Leandro, fornendo anche un contributo diretto di candidati e di proposte, si sforzò nell’ormai lontano 2007 di proporre un’idea di città e di sviluppo locale. Essa prendeva le mosse da un esame non estemporaneo dell’economia locale, del ruolo dell’imprenditoria e dei corpi intermedi, di un’apparente deriva culturale contraddetta però dalla sopravvivenza di una robusta rete di associazionismo volontario. Analisi che trovarono ampia eco nel programma elettorale della coalizione di centrosinistra e che furono più tardi oggetto di una disamina critica che ricostruiva antefatti, contesti e dinamiche di una sfortunata ma significativa vicenda politica [P. Paolinelli, a cura di, 2008. La comunità ritrovata. Roma: Teseo Editore]. Varrà la pena di riprendere le fila di quel ragionamento interrotto per ricercare un’analisi aggiornata del nostro presente, che magari aiuti a immaginare la direzione da imprimere al nostro futuro.

NICOLA PORRO