Millenovecentottantatré

di FRANCESCO CORRENTI ♦

La scheda, di cartoncino millimetrato su entrambe le facciate, misura 22 centimetri per 29,5, ha il lato superiore con tredici dentelli trapezoidali numerati (che io non ho mai ritagliato, trovando comodo quell’accorgimento per scorrere più facilmente gli schedari) ed ha in alto uno spazio bipartito, con quattro righe per l’intestazione e i dati identificativi. È il modello 1290 dei Registri Buffetti. Negli appositi contenitori metallici del mio archivio (mod. 0317N della stessa ditta) ne conservo oltre 3500 destinate all’inventario iconografico dedicato principalmente alla storia di Civitavecchia, mentre molto più numerose sono le schede (del formato 14 per 9,5) dei toponimi e dei dati cronologici sul medesimo soggetto – mod. 1131 (a) – e quelle bibliografiche – mod. 1140 (c) –, queste riservate al catalogo generale della biblioteca famigliare, interrotte a metà degli anni ’90 del secolo scorso e sostituite da una schedatura informatizzata con file annuali, sempre secondo la Classificazione decimale universale (CDU). Fino a quegli anni, io avevo pazientemente e meticolosamente compilato a mano, in bella calligrafia e con disegni illustrativi – solo in seguito con fotocopie – centinaia e centinaia di schede.

Eravamo nella preistoria o, se preferite, nel Medioevo dei sistemi di elaborazione e scrittura, classificazione e registrazione dei dati. All’epoca, in grandi organizzazioni, iniziavano ad essere presenti i centri meccanografici, ma eravamo lontani dall’immaginare la rivoluzione di cui – anche nella sfera personale e privata – avremmo potuto fruire alcuni anni dopo. Eravamo prima della diffusione della riforma UNI, dei formati unificati della carta (A4, A3 ecc.): negli uffici, si scriveva a macchina (raramente elettrica), su fogli 22 x 32 di carta intestata a stampa, con lo stemma e il nome dell’ente. Ed anche la località e i puntini per la data, tipo «Civitavecchia lì ………………………….». Ed era inutile spiegare che non ci voleva l’accento e neppure lo stesso articolo, perché dire «li sette del mese di giugno» era una forma antiquata, buona per gli Stati preunitari. Spesso, si mettevano nel carrello con il rullo più fogli intercalati da altri di carta carbone, per fare una o pure due-tre copie del documento, però quasi illeggibili.

Erano di là da venire i pc, i portatili, i tablet, i cellulari, il copia-incolla, gli scanner e tutte le altre cose dell’era informatica cui ormai siamo abituati e che ci consentono in pochi istanti di trovare un termine e tutte le sue occorrenze in uno scritto di migliaia di pagine, di organizzare un archivio in modo automatico, di classificare scritti, illustrazioni, indici semplicemente poggiando il dito su un tasto.

Fatta questa premessa, riprendo in mano la scheda da cui ho iniziato, una delle oltre 3500 dei miei schedari, ma molto particolare. Sulla scheda è scritto, con la mia calligrafia, un titolo in neretto (pennino a punta piatta) e poi altre scritte normali: «Frammenti di uno stemma di Benedetto XIV. 1743 [qui attr.] Già nel laboratorio dei F.lli Romiti, ora presso la Ripartizione Urbanistica.» Sulla parte millimetrata, sopra al mio disegno in scala dei frammenti, le diciture: «Foto Mazzoldi, 23 marzo 1983. Foto > Si tratta, probabilmente, dello stemma che era posto sulla fontana vanvitelliana nel porto». Accanto al disegno, sono incollate due fotografie dei due frammenti marmorei, con accostato il righello da 45 centimetri del mio tecnigrafo, per dare la scala delle foto e quindi le dimensioni degli oggetti. Sotto, la riproduzione di un disegno preliminare della fontana della cerchia

Andando a cercare quella data sulla mia agenda di quell’anno, trovo infatti l’annotazione «ore 10 – foto Mazzoldi/stemmi» e, subito dopo, «ore 12 – riunione con Sindaco e Giovanni Massarelli per il 14 maggio». Evidentemente, trattandosi di commemorare il quarantesimo anniversario di quella tragica data, si cominciava a programmare la manifestazione per tempo. Conservo copia del manifesto che avevamo fatto dieci anni prima, con la bellissima e struggente foto di Giuseppe Scotti dei due bambini seduti in primo piano, in un piccolo slargo innaturalmente soleggiato, tra cumuli di macerie alti due-tre metri, con un grosso autocarro per l’opera di sgombero ed un fondale compatto di povere stanze sventrate, un patchwork di pareti sovrapposte, di brandelli di muro, di inutili porte.

Fig 1

E ancora, scusatemi, non riesco a non divagare, in quegli stessi giorni, trovo nota di altre riunioni ed incontri che ricordo perfettamente: un appunto mi rammentava di «scegliere materiale e fare disegno per convegno e mostra sul porto del 14 aprile», un altro è per l’appuntamento, alle 11 del 29 marzo, «da Richichi a via Tarquinia per pipa Pertini». Sono episodi che si riferiscono a persone – non più tra noi – cui mi legavano sentimenti di cordiale amicizia e che testimoniano di un clima, all’interno del Comune ma non solo, di stima reciproca, di partecipazione, di impegno, di serena e attiva collaborazione, a tutti i livelli. Il sindaco della riunione era Vincenzo Iovine. A lui e a Giovanni Massarelli, vicesindaco e sindaco del dopoguerra, ho illustrato l’idea di ripetere il manifesto del ’73 e altre iniziative

Fig 2 (1)

3. Progetto di una pipa per il presidente Pertini

Ai colleghi dell’amministrazione provinciale, invece, ho esposto il bozzetto della locandina e dell’invito per il convegno promosso dalla Provincia di Roma sul tema Il porto di Civitavecchia ha un futuro? Un incontro che è stato importante, in cui esponemmo idee brillanti, ma che hanno trovato attuazione quasi vent’anni dopo, perché allora i finanziamenti che avrebbe portato il Giubileo del 2000 non li sognavamo davvero.

Infine, l’appuntamento «da Richichi» era stato fissato dal carissimo Giovanni Maria Amicizia, Gianni, in vista di una visita annunciata del Presidente della Repubblica. Io contavo molto sul sense of humour del presidente Sandro Pertini, ed avevo immaginato una pipa “infumabile” che riproduceva la scomparsa Lanterna di Paolo V sull’Antemurale, che ho poi disegnato ma che non ha avuto attuazione. evitando di creare un precedente per futuri souvenir per crocieristi.

Il rapporto di amicizia, prima che di servizio, con l’amministrazione comunale e – lo dico schiettamente senza presunzione – con la Città, mi portavano ad occuparmi di infinite questioni, di alto profilo o di banale quotidianità, per cui potevo tranquillamente, contemporaneamente, disegnare i progetti urbanistici attuativi del PRG e di realizzazione di rilevanti interventi comunali (piani per l’edilizia residenziale pubblica, piani degli insediamenti produttivi, piano per il centro storico e il porto monumentale, progetto della Sala Consigliare e dei nuovi uffici comunale, restauro degli Antichi Ospedali e tante altre opere pubbliche) ed i bozzetti per cose molto diverse tra loro, che davano un senso di appagamento al mio lavoro di architetto comunale. È il motivo per cui quel lavoro mi ha sempre divertito e certamente mai annoiato, anche se a volte in modi non molto gradevoli e per motivazioni sistematicamente arbitrarie e totalmente ingiuste

fig 4 e 5

In questo insieme di avvenimenti, tra quelli rievocati e tanti altri che occupavano la quotidianità degli uffici, il fatto registrato sulla scheda Buffetti di cui ho trascritto i contenuti merita di essere conosciuto, perché sintomatico di comportamenti inspiegabili, oltre che per l’intrinseca curiosità storica, peraltro già da me pubblicata da tempo – Chome lo papa uole…, 2a edizione 2005, pag. 172 – ma non seguita dai provvedimenti concreti che parrebbero logici.

Un carissimo collega, Pino Maggi, mi fa sapere di volermi accompagnare nel laboratorio dei Fratelli Romiti in via Roma – notissimi titolari della maggiore impresa artigiana del marmo, uno dei quali è suo suocero, padre della moglie Maria Teresa – che sta per essere dismesso, intendendo loro cessare l’attività e alienare la proprietà, un’area edificabile secondo il piano regolatore, anche con un discreto indice edilizio. Malgrado la mia grande difficoltà – mai superata – di conoscere aspetti familiari e privati delle persone che frequento in città, essendo un pendolare che vive a Civitavecchia solo le ore del lavoro, conosco bene Pino e la consorte, professoressa e sorella della moglie di un’altra cara conoscenza, l’avvocato Aldo Fiorentini, uno degli assessori (lui, alle finanze) della giunta in carica al momento della mia assunzione. Gli incontri con Aldo, anche se avvengono dopo un consiglio comunale protrattosi fino a mezzanotte passata, si traducono sempre in discussioni interminabili sui temi e problemi urbanistici del momento, dove il fatto che io debba ripartire per Roma e tornare la mattina dopo è assolutamente secondario. Aldo ha una dialettica implacabile ed è, oltretutto, un cultore di storia dell’architettura e dell’urbanistica che ha letto e conosce molto bene tutte le opere di Leonardo Benevolo, che io, a mia volta, ho avuto la felice opportunità di frequentare a lungo negli incontri di Palazzo Salviati alla Lungara.

5. gesso di uno stemma di Benedetto XIVLa cosa interessante di cui mi informa Pino, invitandomi a recarmi con lui al laboratorio, sapendo dei miei interessi personali e d’ufficio per la storia cittadina, è l’esistenza di alcuni reperti marmorei di ignota provenienza ma certamente appartenuti a qualche monumento cittadino. Infatti, in uno dei locali, tra apparecchiature per la lavorazione, manufatti semilavorati, lastre e blocchi di marmo, graniti, pietre di ogni tipo, sono poggiati su supporti lignei due grandi oggetti scolpiti che – benché danneggiati – appaiono chiaramente essere state parti di un unico stemma pontificio, sormontato dal triregno e dalle chiavi e inserito entro una valva di gigantesca conchiglia. Accanto ai frammenti, appoggiata alla parete, è la riproduzione in gesso d’uno stemma analogo, ma intero e completo. Le bande verticali alternate (d’oro ai tre pali di rosso in termini araldici) sullo scudo rendono evidente già a prima vista che si tratta dell’insegna di papa Benedetto XIV Lambertini, ed il mio pensiero va immediatamente al fontanone posto dal 1743 al centro della Calata, sul Muraglione di Urbano VIII.

Con grande semplicità, in attesa di concretizzare l’idea che manifesto subito a Pino, ossia di riportare lo stemma originale (ricomposto e integrato) nei pressi del fontanone, gli stemmi vengono fatti trasportare al casale nel Parco della Resistenza dove ha sede il mio ufficio, la Ripartizione Urbanistica, e dove sono raccolti anche altri reperti ritrovati lì intorno, dato che il viale affiancato da pilastri che attraversa quella che era stata la proprietà Antonelli ed ora costituisce il collegamento pedonale tra viale Palmiro Togliatti e via Achille Montanucci è l’antico tracciato traianeo della Via Aurelia nova. Un tronco del lungo rettifilo – facilmente ricostruibile sulle carte – posto tra quello che doveva essere un ponte (comune anche all’Aurelia vetus) sul fosso di Zampa d’Agnello ed il cosiddetto Ponte del Diavolo sulla Fiumaretta, oggi inglobato nella nuova struttura sulla Braccianese Claudia, dopo la distruzione subita nel 1944 ad opera delle truppe tedesche in ritirata.

Inizio subito lo studio dei frammenti e del gesso, facendo fare delle fotografie da Umberto Mazzoldi, con cui sono in continuo contatto anche per la comune passione della ricerca di foto d’epoca, e compilo la serie di schede da cui ha preso spunto questo scritto. La prima riporta il mio disegno in scala dei frammenti, le fotografie degli stessi ed una delle prime soluzioni progettuali del 1743 per la fontana. Delle altre schede, una riporta la situazione anteguerra, con l’immagine in cui è ben visibile l’incasso dove era alloggiata la parte murata dello stemma, l’altra è dedicata alla ricostruzione in gesso dell’elegante emblema.

6. 1932. Cv vedetta imperiale

Una rapida consultazione dei miei appunti mi porta a ritrovare l’anello mancante tra il ritrovamento dei frammenti dello stemma con la ricostruzione in gesso e la sua eliminazione dal fastigio della fontana, avvenuta probabilmente nel 1798, centottantacinque anni prima, da parte delle truppe francesi di occupazione.

A pagina 64 del volume Civitavecchia “vedetta imperiale sul mare latino”, edizioni Latina Gens del 1932, ritrovo la frase rivelatrice: «Manca in alto l’artistico stemma papale, di cui esistono vari frammenti più che sufficienti per ricostruirlo fedelmente.» A questo punto mi è tutto chiaro. I soldati francesi si dedicano alla sistematica cancellazione dei simboli dell’odiato governo pontificio – secondo quei metodi della damnatio memoriæ che dai tempi del basso impero ai giorni nostri hanno avuto innumerevoli applicazioni – e lo stemma sulla fontana è tra i più visibili.

I frammenti scalpellati e divelti, caduti probabilmente nella vasca, sono stati poi recuperati e, in una data sconosciuta, portati nel laboratorio Romiti con l’intenzione di farli ricomporre. Forse è il podestà Francesco Cinciari – promotore del trasferimento del municipio nella Rocca e del suo restauro secondo le direttive del soprintendente Federico Hermanin – o il suo successore Ilario Cordelli a patrocinare l’iniziativa. Qualche abile scultore (uno degli stessi Romiti?) è incaricato dell’opera ed è lui – il suo nome oggi non ci è noto – a realizzare il bozzetto in gesso di dimensioni ridotte.

7. 1996-97. Stralcio rilievo Francesca con stemma bis

8. Confronto 2004-1931

Ma se le truppe repubblicane avevano scalpellato e divelto lo stemma, in tempi molto più recenti – addirittura negli anni Sessanta – si era arrivati a qualcosa di peggio, “resecando” la bella rotonda con le sue coppie di scale e la serie di getti d’acqua sul tamburo, che dava senso e completezza a tutta la fontana, per ricavare qualche posto macchina in più proprio  sullo spazio della controcalata. La sua ricostruzione è finalmente avvenuta nel 2004, grazie a quel progetto di riqualificazione del porto storico che aveva visto, nel quadro degli interventi per il Giubileo del 2000, fortunatamente, una efficace collaborazione tra le Soprintendenze, il Comune e l’Autorità Portuale nella pianificazione generale e nello studio dei singoli interventi.

Torniamo agli stemmi, acquisiti al Comune e in attesa di una collocazione definitiva. Sulla base delle misurazioni, chiedo a mia figlia, autrice d’un disegno di rilievo in scala della fontana e del muraglione barberiniano, di inserirci l’immagine dello stemma sempre in scala, che infatti ci “cape” perfettamente. Mi consulto con i colleghi della Soprintendenza ai beni artistici e storici e prevediamo anche la possibilità di ricomporre i frammenti e integrarli con parti in resina e polvere di marmo in sottolivello che diano sommariamente forma all’insieme, consentendone una lettura unitaria. Preparo degli schizzi che prevedono la collocazione dello stemma, integrato o meno, su un supporto metallico da collocare nei pressi della “sua” fontana, contro il muro. La fontana, infatti, è ormai restaurata e lo spazio originario dello stemma completato in travertino.

Il gesso e i frammenti restano nell’ufficio comunale del Parco, con certezza, fino al 18 aprile 1995, quando il nuovissimo Ufficio Speciale per il Territorio e i Beni Culturali e Ambientali viene mandato a insediarsi in quella che diverrà poi piazza Luigi Piccinato. È successivamente a quella data che i reperti scompaiono. Tempo dopo, volendo riprendere l’idea del ritorno dello stemma sulla Calata, li cerco inutilmente. Nessuno li ricorda. Finché me li ritrovo per caso, andando per qualche incombenza a Villa Albani. Sono buttati sul marciapiedi sul lato mare della villa, insieme alla “statua bis” di Hasekura Tsunenaga Rokuemon, quella che gli Amici di Ishinomaki avrebbero voluto distrutta essendo stata sostituita con quella definitiva. Lo stemma serve a quanti escono a fumare una sigaretta da portacicche: ci si spengono bene, specialmente se ha piovuto.

La situazione non è mutata. Solo, Hasekura è stato portato alla Fiumaretta, primo straniero ospite della nuova struttura che ci verrà. Ed è stato indecorosamente verniciato a spruzzo color rame. Così rischia di essere trafugato da qualche malvivente che opera nel settore dei furti di rame, una attività criminale talmente diffusa da aver portato alla istituzione, presso il dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno (direzione centrale della Polizia criminale), di un Osservatorio nazionale «per monitorare il fenomeno e mantenere alto il livello di attenzione delle istituzioni preposte alla tutela dei beni e della sicurezza del cittadino».

I frammenti sono sempre a disposizione di chi esce a fumare (una delle foto è della scorsa settimana). A chi volesse sapere se ho fatto qualcosa di concreto, dalla riscoperta ad oggi, per ottenere di riportare lo stemma sulla Calata del porto, vicino al Fontanone di Benedetto XIV “che ormai è restaurato così com’è e non va toccato”, “poggiato su idoneo supporto”, “naturalmente senza toccare neppure il Muraglione Barberini”, posso fornire, privatamente, ampia documentazione della mia costanza. E della sordità di altri.

Dimenticavo: mentre i frammenti dello stemma, sempre più consunti e rovinati, sono ancora a Villa Albani a prestare il loro servizio socialmente utile, la ricostruzione in gesso, invece, è scomparsa dal ’95. Chi l’ha vista?!

10. Stemma e volo di colombe

di FRANCESCO CORRENTI

  •  Quella che segue è una integrazione successiva alla pubblicazione del presente articolo avvenuta  in data  1/7/2016 (NdR).

Ennio Galice, Volo di colombe, 1996

Il “Volo di colombe” visibile nello schizzo della fig. 10 è una ipotesi progettuale immaginata nell’estate del 1996 per dare forma alla Memoria prevista sul lungoporto Gramsci nel mio progetto per Piazzetta Santa Maria, che avrebbe dovuto ricordare, contemporaneamente, la chiesa e il campanile della chiesa templare, il convento domenicano, la cappella di Santa Fermina e la distruzione della città per i bombardamenti del 1943-44 e per quanto accaduto, sciaguratamente, dopo: in sostanza, quella «anima di Civitavecchia» che il padre Raimondo Diaccini, nel 1916, sognava di veder «ondeggiar tra il campanile di S. Maria e la torre quadrata della Rocca, e di sentirla svolgere, tra quelle due cime, il canto imperituro della propria grandezza.»

Per la realizzazione del “Volo” (una scultura che avevo studiato in policarbonato opalino e ancorata a tiranti), chiesi ad Ennio Galice, artista straordinario e sensibile ed amico gentile e generoso, di contribuire con la sua arte a riqualificare quei luoghi martoriati e sfregiati proprio da chi avrebbe dovuto religiosamente custodirli. Ennio mi diede, pochissimi giorni dopo, questo suo disegno, destinato a tradursi in una grande stele di cui avremmo approfondito le modalità di esecuzione e posa in opera. Poi mancò il tempo.