Quando eravamo Middletown

di NICOLA PORRO ♦

Fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, due sociologi americani, i coniugi Lynd, provarono a ricostruire i processi di mutamento sociale a largo raggio analizzando, su piccola scala, le trasformazioni intervenute nell’arco di un decennio in una cittadina tipo della sterminata provincia americana. Scelsero una comunità di medie dimensioni demografiche che presentava non solo indicatori statistici molto simili a quelli medi nazionali in relazione a reddito pro capite, scolarizzazione e livelli occupazionali, ma anche una prolungata stabilità politico-elettorale. La ricerca produsse due autentici capolavori della sociologia di comunità, pubblicati a otto anni di distanza l’uno dall’altro e dedicati a quella che ribattezzarono la “città media”:Middletown. Lo studio longitudinale riguardava Muncie, una cittadina dell’Indiana che contava all’epoca cinquantamila abitanti, ma Middletown divenne sinonimo di una sorta di idealtipo sociologico.

Perché questa premessa? Perché, almeno sino agli anni Ottanta, Civitavecchia avrebbe rappresentato una credibile Middletown italiana. Il suo identikit statistico-demografico si avvicinava molto a quello del Paese nel suo insieme, la città aveva conosciuto una lunga stagione di sostanziale stabilità politico-amministrativa e la presenza di robusti corpi intermedi (sindacati, organizzazioni di categoria, cooperazione, terzo settore, volontariato) la avvicinava alla tipologia sociologica dell’Italia centro-settentrionale. Nel tessuto connettivo della comunità, sebbene non privo di conflitti localistici e di sacche di arretratezza, non era difficile rinvenire quella risorsa collettiva diffusa che, con la formula di capitale sociale, è già stata richiamata nel blog.

Middletown era tale anche sotto il profilo dei comportamenti elettorali. Non perché riflettesse gli orientamenti nazionali – all’epoca decisamente più orientati a destra – bensì per la perfetta aderenza alla tipologia delle appartenenze politiche disegnata in quegli anni da Giorgio Galli. Si situava, cioè, nella propaggine etrusca di quell’area rossa che dalle regioni a consolidato voto Pci (Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Umbria) si estendeva a territori contigui, come la provincia di Rovigo in Veneto e l’Alto Lazio. Più che Alto Lazio eravamo, politicamente parlando, Bassa Toscana. A livello amministrativo avevamo conosciuto qualche eccentrico tentativo, presto abortito, di maggioranze a guida democristiana, ma l’alleanza fra comunisti e socialisti era sopravvissuta per oltre tre decenni alle temperie della politica nazionale. Bisognerà attendere il Psi craxiano perché nei primi anni Ottanta anche nella nostra Middletown, con l’amministrazione Iovine, si insediasse un governo locale ispirato al pentapartito nazionale e capace di cacciare all’opposizione gli antichi alleati. Si aprì una stagione caratterizzata dalla ricerca di nuovi e complicati equilibri, compresa la sperimentazione di una giunta Pci-Dc a guida comunista che per qualche tempo fece della nostra Middletown un potenziale laboratorio nazionale.

La riforma delle amministrazioni locali dei primi anni Novanta tentò una risposta dal basso alla crisi di legittimità che aveva investito la Prima repubblica. Si passò all’elezione diretta del sindaco e si produsse anche a Civitavecchia un radicale passaggio di fase. Anche da noi, nonostante il ruolo declinante ma ancora attivo dei vecchi partiti di massa, si affermarono progressivamente cartelli elettorali definibili come “coalizioni del leader”. In fase di transizione l’innovazione non produsse una radicale discontinuità. Pietro Tidei, un leader locale con solide radici nella Prima repubblica, fu nel 1994 il primo sindaco eletto a suffragio popolare diretto.  Confermato cinque anni dopo, non completò il mandato optando per un seggio parlamentare. Gli subentrò nel maggio 2001 il forzista Alessio De Sio, alla testa di una coalizione di centrodestra che si insediava per la prima volta nella storia postbellica al governo della città. Anch’egli non portò a termine il mandato per effetto dell’autoscioglimento del Consiglio comunale. Nell’arco di un decennio ben tre delle quattro amministrazioni in carica saranno sfiduciate in modo analogo.

Al di là delle effimere sorti della destra locale e dei suoi ancora più effimeri leader, non c’è dubbio che agli inizi del nuovo secolo anche dalle parti della nostra Middletown cominci a soffiare il vento del berlusconismo. Fenomeno che, da noi come altrove, costituirà a un tempo un sensore e un acceleratore dei mutamenti della cultura sociale e dell’etica pubblica. Quella che Bernard Manin definirà “democrazia del pubblico”, basata sul primato delle convenienze rispetto ai valori, sulla stigmatizzazione delle ideologie e sulle qualità comunicative dei leader, troverà presto a livello locale convinti seguaci e goffi imitatori. Nella transizione a una versione locale della democrazia del pubblico emergono però anche criticità culturali che la sinistra aveva occultato – senza rimuoverle – sotto il manto delle tradizionali reti organizzative e delle lealtà ideologiche. Si pensi a un certo plebeismo a tinte populistiche che avrebbe permeato a lungo stili e linguaggi sia dei partiti tradizionali sia della costellazione antagonistica gemmata negli anni Settanta dal ciclo di protesta. E non si dimentichi la prolungata sopravvivenza di un regime societario di tipo dinastico e corporativo, non troppo diverso da una “gilda” medievale, in seno a quello storico bastione dell’antifascismo rappresentato dalla Compagnia portuale. Elettoralmente egemone e organizzativamente solida, la sinistra locale non si era del resto mai potuto radicare, per ragioni inerenti alla composizione socio-economica del territorio, in un proletariato operaio simile a quello delle città industriali del nord. Né i fragili ceti borghesi avevano potuto compensare la massiccia diaspora intellettuale e professionale verso il contiguo polo metropolitano. L’effetto nel tempo fu quello di deprimere, pur con qualche brillante eccezione, la stessa qualità delle leadership politiche.

Il politologo Colin Crouch aggiunge un’altra possibile chiave di lettura che può aiutarci a descrivere morte e mancata resurrezione della nostra Middletown nella due prime decadi del Duemila. Egli si concentra sulla progressiva colonizzazione dei poteri locali da parte di quella che chiama postdemocrazia. Formula che denota un sistema capace, in nome di un non meglio identificato “cittadino collettivo” e grazie a un uso pianificato delle onnipervasive tecnologie digitali, di capitalizzare sopite pulsioni populistiche.  E insieme di mescolare e mobilitare, generando inedite sinergie, nuovi sistemi di interesse e vecchie logiche di clan. Ci occuperemo in un prossimo articolo di come questa parabola si attagli adeguatamente alla metamorfosi della politica cittadina e alla comparsa sulla scena di attori che presentano tutte le caratteristiche di un nuovo modello di leader: l’imprenditore del consenso. A questa figura bifronte – espressione della rivolta anti-casta e anti-partiti e insieme uomo della macchina – corrisponderà una duplice tipologia di offerta politica: quella in cui il trasformismo si serve del populismo per legittimarsi e quella in cui il populismo opera per così dire in franchising, utilizzando sigle, icone e stili comunicativi capaci di catalizzare ogni forma di malcontento. Queste due modalità di offerta politica non sono sovrapponibili, ma presentano tratti in comune. Fermentano nel brodo di coltura del vecchio qualunquismo nazional-popolare e, una volta chiamati a dare concreta prova di sé, cercano scampo alle contraddizioni e ai limiti delle proprie maggioranze con il ricorso all’antico stratagemma giolittiano: se non riesci a fare politica, riduci la politica ad amministrazione. O meglio: a una gestione amministrativa della cosa pubblica la cui traduzione pratica si può definire come efficientismo in assenza di efficienza.

di NICOLA PORRO