Charming Sunday (ma incombe Re Cocomero)
di ETTORE FALZETTI ♦
Brulica di gente via Cencelle, ma c’è un silenzio irreale. Che accade? Sono diventato sordo? Realizzo solo dopo qualche minuto: quella gente non è civitavecchiese, anzi neppure italiana. Crocieristi suppongo e piuttosto attempati. Lui, ottantenne, fotografa la coetanea consorte con lo sfondo del Quartierone (questa la foto del Bel Paese che mostreranno a figli e nipoti? Oh, my God!). Seduti a un bar, altri anziani, in abbigliamento estivo con varici bene in vista, osservano con ammirato stupore una bevanda colorata e le pizzette mignon che un cameriere ha appena depositato sul loro tavolo (is this the famous italian food?).
Mi sposto al viale, scendo alla marina, roba da Grande Jatte. Pallide badanti in libera uscita si beano del pediluvio marino; i loro uomini, audaci, si tuffano, danno qualche vigorosa bracciata e riguadagnano la riva rubizzi e appagati. Il mare è una seta con mille toni di blu, in lontananza vele multicolori. Due giovani americani, dall’aria intellettuale, danno le spalle al mare per valutare, approvandolo, il nostro skyline. Poi finalmente scorgo la fauna indigena e mi stupisco: alcuni passeggiano conversando amabilmente a bassa voce, altri fanno footing col cane che trotterella pazientemente a fianco, un giovane fluttua leggero su pattini a rotelle: cose da Central Park.
Sto lì sbalordito e incredulo, mi siedo su una panchina (non sporca, non rotta: oh, maraviglia..); guardo verso il forte e, come il sole di Lombardia che è così bello quando è bello, altrettanto mi pare bella la piazza degli eventi quando non ci sono eventi. Mi accendo una sigaretta per la piena soddisfazione dei sensi; ho con me il posacenere tascabile, non rischio di guastare l’incanto.
Ma è ancora maggio, una domenica mattina di maggio: l’estate si avvicina, le notti estive si avvicinano, le umide soffocanti notti estive quando, inesorabile, si celebrerà la liturgia della civitavecchiesità saracena: cocomeri, fragranze di chiavica, tronfie pance ambulanti, canottiere, bava di gelato colante su carrozzine, bulletti da bar che sfottono il poveraccio coi sette cani (poi si scazzotteranno già ebbri al secondo intruglio), veneri adolescenti biascicanti cazzate con voci adenoidali, due borghesucci grassi e brutti mano nella mano coi ragazzini abbarbicati alla filippina che segue a dieci metri con la faccia compunta, ghiaccioli sfranti, ingorghi di corpi sudati, lagne di piano-bar, timpani devastati, scrocchiar di ciappole, la miss, il comico, il presentatore, mixage di puzze: alghe, pesce congelato, ancora chiavica, ancora cocomeri.
E quando all’alba il sole tornerà a risplendere sulle sciagure umane e le local monnezze, allora a te, o pendolar lavoratore, il privilegio della divina epifania: custodi del lido, su piedistalli di panche spezzate, Moai di vuoti di birra.
di ETTORE FALZETTI
Confermo, la maleodorante estate mal la sopporto e mi desidero l’odor di stalla e la terra umida delle valli alpine. Non che non apprezzi la brezza marina con il suo odore salato del mare, il fatto è che è rara. L’aria nostra è più spesso pesante, maleodorante e polverosa di quelle polveri che non le vedi ma che te ne accorgi quando sei altrove. L’aria nostra di solito ha una striscia che va dal grigio al marrone che se ne sta li ferma all’orizzonte a pochi piedi alta sull’acqua del mare, di quel mare che d’estate è fermo immobile e non regala nulla, il mare che piace a me è quello smosso quello che ti regala spruzzi freschi e sapidi quello che è il contrario dell’immobilismo. D’estate siamo tutti un po’ fermi, sarà il caldo, siamo tutti fermi ad ascoltare il fastidioso rumore dei “ghiaccioli sfranti, ingorghi di corpi sudati, lagne di piano-bar, timpani devastati, scrocchiar di ciappole, la miss, il comico, il presentatore, mixage di puzze: alghe, pesce congelato, ancora chiavica, ancora cocomeri”. Adoro quei luoghi dove la domenica mattina all’ombra di un gazebo la banda suona le belle armonie dei maestri della musica, e la gente, chi apposta e chi per caso col proprio cagnolino o con il piccolo nel passeggino, ascolta rapita, in pace con il mondo e con se stessa, anche solo per qualche momento. A me piacciono le armonie, il “rumore della vita” mi infastidisce, meglio il silenzio, sarà l’età. Pazienza alla fine tornerà l’autunno e le passeggiate alla marina fra chi corre, chi chiacchiera e chi passeggia, tutti senza far rumore, se non quello piacevole dei bimbi che ancora non sanno come si usa la voce ( mi verrebbe da dire parola ), perché ancora debbono ancora impararlo.
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Non ci vado mai alla Marina o al Pirgo, d’estate. Ad eccezione della mattina presto, quasi all’alba. Il perché l’hai raccontato tu, Ettore.
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Bello! E vero!
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