Il giorno senza fine

di DARIO BERTOLO ♦

L’aria stamane è calda. Normale per questa stagione. C’è solo un po’ di vento, ma chi è di Civitavecchia sa che non manca quasi mai. Piuttosto c’è un atmosfera strana, ed è come se nell’animo si annidasse vigliaccamente una fastidiosa sensazione di imprescindibile inquietudine. Scendo le poche scale di casa quasi con indolenza, senza fretta. Non c’è gran movimento, non c’è confusione anzi, tutt’altro. Percorro via Vidau e in pochi passi mi trovo a Piazza d’Armi. Il portone del municipio della Rocca è aperto a metà e un impiegato comunale con un voluminoso plico di documenti sottobraccio si accinge a entrare. Penso che anche io dovrei essere in ufficio, sicuramente con la stessa quantità di fogliacci da esaminare. Ma so che non riuscirei a farlo, non oggi. Davanti a me il sole in controluce rende quasi buia Via Umberto, per tutti la “prima strada”. E’ solo una questione di pochi attimi. Poi questo vicolo, che per abitudine e forse anche per convinzione è considerato la via principale della città si mostra in tutta la sua vivacità. Appena sulla sinistra, all’osteria del sor Virgilio Ceccanti, ai tavoli ormai consunti che hanno vissuto tempi migliori due anziani cercano conforto in un bicchiere di vino per ricordare i tempi andati o, forse, per maledirli. Mi imbatto in due militari, credo siano in procinto di imbarcarsi in una delle numerose navi ferme al porto. Giovani, giovanissimi ma contenti di poter girovagare un poco prima di andare al fronte, a combattere una guerra ormai senza speranza. Una donna si ferma davanti al negozio di scarpe di Zavota con un malcelato pizzico di vanità, ma subito dopo accelera il passo per comprare il mezzo litro di latte quotidiano da Umberto Marani, la cui latteria è proprio a fianco al Bar Vittoria ed forse non è un caso visto che in quest’ultimo si fanno, a sentir dire, i migliori caffelatte della città. Superato il vicolo del Sortero e non prima di aver lanciato una rapida occhiata alle lucide finestre chiuse della casa di tolleranza, accessibile però da Via Trento (la “seconda strada”), nell’immaginario femminile luogo lussurioso, peccaminoso, scandaloso ma in quello maschile spesso desiderato o ancor più spesso solo sognato, mi trovo nel mezzo di una piccola folla radunata alla spicciolata. In realtà sono tutte donne, perlopiù massaie, in fila per comprare le “ciriole” o gli “sfilatini” che come ogni giorno il panificio Spinelli sforna. L’odore del pane fresco inonda parte della strada e si unisce, in un connubio secolare, con quello che proviene dalla cantina prospiciente dei fratelli Jacoponi, Aristide e Adele. Proprio in quel momento una signora giovane, con un neonato in un braccio e la sporta della spesa in quell’altro, si gira e mi guarda con tenerezza. Mi pare di conoscerla, ma non ne sono sicuro. <Come sei cresciuto> mi dice, con un’inflessione vagamente toscana. Vorrei rispondere ma improvvisamente compare al suo fianco un ragazzino di circa dieci anni, biondo. E’ un attimo, butta a terra la cartella scolastica che portava a tracollo e insieme a due o tre amichetti corre dall’altro lato della strada. La vetrina del Sig. Bruccolieri è piena di giocattoli, molti di legno, qualcuno anche di latta. <Eglio, Eglio…> chiama a gran voce la donna. In realtà si chiama Elio ma come spesso accade il nome è storpiato, adattato al dialetto. Omar, Eros, Raoul si arricchiscono spesso di una “e” finale tanto che ormai nessuno ci fa più caso. Anche il ragazzino mi lancia uno sguardo, questa volta un po’ più severo tanto che, non so perché, mi sento come se mi stesse rimproverando per qualcosa che ancora non ho fatto. Qualcosa mi dice che li rivedrò entrambi, non so quando ma so che sarà così. Ecco la piazzetta di Santa Maria. C’è il materassaio Malavasi, con la sua cardalana a pedali sempre piena di riccioli dorati stropicciati e i materassi accatastati in attesa di essere lavorati. Subito dopo la trattoria Fondato. E’ poco più che un’osteria, ma il sig. Elia cucina la zuppa di pesce come nessun’altro. E da queste parti tanto basta. Faccio appena due metri e davanti all’imponente portone in legno lavorato della chiesa di Santa Maria trovo il vice parroco, Don Tonino, un ometto magrissimo con due occhi scuri penetranti e osservatori. Gli chiedo a che ora c’è la messa pomeridiana. < Alle 15,30> mi risponde < ma non credo che oggi si potrà officiare>. Il tono è rassegnato e i suoi occhi perdono improvvisamente l’acutezza di pochi minuti prima diventando melanconici e velati. Non capisco e lui non mi spiega. Rientrando in chiesa lancia uno sguardo verso l’ingresso del chiostro che porta al convento della Chiesa, al cui interno è ospitato il circolo cattolico di san Tommaso. In realtà lo sguardo non si ferma lì, ma prosegue verso i negozi e le case della via quasi ad imprimere nella memoria scorci di vita quotidiana che la memoria potrebbe cancellare. Ora la via è semideserta. E’ ora di pranzo e nell’aria i profumi semplici di ragù, di minestra di pesce o di baccalà si impadroniscono anche del vociare e dei pensieri dei pochi passanti. Cammino a passo svelto, ma questo non mi impedisce di scorgere la vetrina luccicante della oreficeria Parsi, la barberia dei Feoli al cui interno non mancano mai dopobarba alla lavanda e brillantina della migliore marca in commercio. Dirimpetto la coltelleria Barbaranelli, subito dopo l’orefice Galli ( Oreste) e infine il famoso Bar Agliata, ritrovo di intellettuali la sera e di sfaccendati la mattina. L’archetto di Campo Orsino, porta d’ingresso della omonima piazzetta la cui caratteristica principale (e più apprezzata) è quella di essere, la sera, talmente buia da diventare luogo di incontri galanti lontano da sguardi curiosi. La pasticceria Appetecchi , le cui vetrine si affacciano discrete sulla piazza, contribuisce a rendere dolci i baci sotto la luna, in tutti i sensi.

Esco da Via Umberto, salutando con lo sguardo il “broccolo” alla mia sinistra, una stele in marmo discretamente brutta e così soprannominato per la sua assonanza con l’ortaggio citato. Nessuno sapeva del perché fosse situata in quel posto e nessuno probabilmente lo saprà mai.

A quest’ora Piazza Vittorio Emanuele scaldata dal sole del meridiano, a differenza della penombra cronica caratteristica della prima strada ma anche della seconda (Via Trento) e della terza (Via Trieste) è ancora piena di gente. Alcune carrozzelle a cavallo davanti alla farmacia Scarlattini aspettano qualche passeggero diretto alla stazione. La cattedrale di S. Francesco, dal 1610 testimone impassibile delle vicende storiche della città fa da sfondo e da cornice alla terrazza Guglielmi. Mi affaccio per un ultimo sguardo prima di rincasare. Il porto è un continuo formicaio. Uomini, bestie, carri, cumuli di carbone, automezzi civili e militari, navi ma soprattutto decine e decine di militari. In fila sotto il sole in attesa di essere contati e fatti salire su piroscafi destinati chissà dove. Certamente non dove loro vorrebbero. Li scorgo dall’alto, molti sono ragazzi, qualcuno anche meno. Tutti sognano il futuro, molti lo perderanno. Ritorno indietro. Ora i tavoli del caffè Baldassarri, all’angolo di Piazza Plebiscito, sono ormai quasi vuoti. Qualche irriducibile ancora è seduto davanti ad un bicchiere di vino, ma il suo pensiero è forse rivolto a cosa lo aspetta per pranzo, oppure a chi. Uno dei camerieri, vedendomi, mi saluta cordialmente. Ormai da troppe ore è in piedi, ma il sorriso seppur tirato è gentile. < Una bella giornata, non trova, Signore?> Riconosco il tipico accento partenopeo. Gli rispondo con altrettanta cortesia. Mi guarda in modo curioso, e negli occhi leggo la stessa tristezza che ho intravisto nello sguardo del parroco della chiesa di S. Maria e, ora che ci penso, in molti di quelli che ho incontrato stamane. Occhi che sembrano non avere futuro, che non aspettano altro che gli eventi si compiano quanto prima. Che la fine diventi l’inizio.

Il cameriere forse intuisce il mio disorientamento. Continua a guardarmi. Lui sa che io non so, o almeno finge . Per questo forse mi sorride.

< Signore> finalmente mi dice. < Credo sia ora di andare>.

Andare dove, gli chiedo.

< Ovunque, ma lontano da qui>

E perché mai, gli rispondo non senza un pizzico di inquietudine.

< Signore, non sa che giorno è oggi? >

No, ma so di mentire

<E’ il 14 maggio 1943>

In lontananza le campane della chiesa di S. Maria rintoccano 15 volte. L’aria è sempre calda, ma il vento è calmato improvvisamente. In lontananza si sentono dei tuoni. Bisogna trovare riparo, forse sta arrivando un temporale….

di DARIO BERTOLO