Frutta e verdura

di SILVIO SERANGELI ♦

Cenavamo presto. Puntuali a tavola alle sette dalla siòra Mirosa, la moglie del camionista Bepi, che teneva pensione in un vecchio casamento, di quelli caratteristici del Polesine con la cappa del camino e la canna fumaria all’esterno. Sempre qualche fetta di polenta, bianca, che accompagnava pietanze davvero buone, fatte in casa. Al caldo del camino, serviti e coccolati dalla simpatica padrona di casa, che sembrava uscita da una recita goldoniana, tiravamo a sera. Qualche volta, la stanchezza della giornata, che significava faticose ore di lezioni a scuola e doposcuola nei casolari, lenti spostamenti fra i banchi di nebbia, consigliava di sparecchiare il tavolo, mettere mano, moderatamente, alla immancabile bottiglia di grappa fatta in casa e, mentre la siòra Mimosa portava il caffè, mischiare le carte per le interminabili partite a tressette con Bepi, sempre con la sua inseparabile sigaretta Alfa fra le labbra, e gli altri pensionanti. Insegnanti delle medie e delle elementari, applicati di segreteria, impiegati del comune, postini, finanzieri: era questo il popolo di immigrati che aveva lasciato casa in cerca di un lavoro sicuro. Molfetta, Angri, Pozzuoli, Gaeta, ma anche la Forlì e la Sarzana dei miei tre compagni di pensione: erano alcuni dei luoghi di provenienza della nostra colonia. Qualche sera, facevamo festa. Dopo aver aiutato la nostra materna padrona di casa a rigovernare, ci incappotavamo, non avevamo piumini e giacche a vento, ci fasciavamo con le nostre lunghe sciarpe, calcavamo i nostri zuccotti di lana, usciti dallo sferruzzare delle madri, e ci abbandonavamo al silenzio ovattato, surreale della nebbia. Il freddo pungente e la caligo trasformavano le nostre barbe in tanti minuscoli ghiaccioli; a testa bassa, parlottando, affrontavamo il breve percorso in salita, verso l’argine del Po di Venezia. Le flebili luci gialle dei lampioni stradali, il rumore di qualche rara macchina che compariva e scompariva in un attimo sull’asfalto ghiacciato. Poi le vetrate del Bar Patina. Una costruzione a due piani con il tetto e un grande spiazzo per il distributore di benzina, in cima all’argine, tre metri e ottanta sul livello del paese. A pochi metri il vecchio ponte con l’arcata in ferro che collegava l’altro versante polesano: Taglio di Po e la sala da ballo della Casa del Popolo: altro dialetto, altri pensieri. Aprivi la porta, di quelle ancora con gli scuri e i vetri fissati con lo stucco, e trovavi le allegre brigate dei giocatori a carte, a biliardo: nebbia fuori e una cortina di fumo dentro, lavato dalle ombrette e dai grappin. Qui, al Bar Patina, la mattina prima di prendere la corriera che mi portava nella “mia” scuola, a Scardovari, isola della Donzella-Porto Tolle- quattro metri e venti sotto il livello del mare, qui dalla cabina pubblica a ridosso del bancone del bar telefonavo a casa con gli scatti. E qui mi piaceva ascoltare le storie della famiglia Patina: il fiume, le alluvioni, tante vite spese sull’argine e, allora, la battaglia più difficile, contro una piena imprevista. Dopo l’alluvione da mare del 1996, alla Sacca di Scardovari, dove insegnavo, tutta l’area polesana aveva subito una profonda trasformazione: nuove abitazioni, nuove strade, il grande ponte sulla Romea, inaugurato nel millenovecentosettanta. Una modernizzazione che non ci voleva, per i Patina, perché il “loro” ponte, a ridosso del bar, passaggio obbligato per chi percorreva la Romea, rimase poco o nulla utilizzato. Era finita, così, da un giorno all’altro, la lunga teoria di camion in sosta per fare benzina, controllare le gomme, di camionisti e automobilisti al bar per un caffè, un panino e un bicchiere di vino, deserte le camere al piano di sopra, breve soggiorno per i rappresentati di passaggio. I Patina però non lasciarono la presa: i soldi li avevano fatti e con i risparmi attrezzarono un’area per le vacanze sul fiume. La piena era passata. Un ricordo, un sentimento profondo, per dire che il tempo scorre e con esso le fortune, la sorte di chi pratica, nel caso nostro, il commercio. Parto da un quadretto, lontano nel tempo e nello spazio dei luoghi, perché lo sento vivo, ma potrei ricordare vicende più vicine a noi, della nostra città, come quella della tabaccheria di via Benci e Gatti presa d’assalto fino alla smobilitazione della caserma Piave, sopravvissuta per un paio d’anni, fino alla chiusura. E arrivo al volgere delle fortune di chi apre una serranda o sta dietro un banco, come nel caso dei cosiddetti mercatali, per introdurre un’opinione modestamente personale. “Il mercato muore” è la denuncia, l’appello di questi giorni. Lo sappiamo, ce ne accorgiamo da tempo. Che si può fare? La risposta è molto complicata, perché a condurre all’estremo tentativo di rianimazione concorrono molti fattori. La questione mercato è come una coffa con i fili e gli ami che si sono impicciati, senza possibilità di trovare il bandolo. Intanto, se il mercato boccheggia, le altre attività commerciali non stanno meglio. Ne ho già parlato, e non è il caso di ripetere concetti, come quello della liberalizzazione delle licenze, e quindi, in un semplice calcolo aritmetico, del rapporto fra dividendo e divisore. Troppi quattro rivenditori di salame e mortadella nello stesso corridoio del nuovo mercato, per non parlare di pizza e pane. E poi, come per il ponte sulla Romea, a cambiare il corso delle cose, è la modernizzazione, la presenza dei supermercati: parcheggio gratis, tutto a portata di carrello dalla lampadina, al vino, alla carne, ai giornali, alle piante, alla frutta che costa come quella del mercato e, magari, ha la stessa provenienza, come il pane. È una battaglia persa in partenza. Allora bisognerebbe pensare in grande, cercare di voltare pagina, come i Patina del bar polesano. Ma è un mero sogno. Intanto perché qui i Patina sono tantissimi e la storia dei molti anni che seguo la questione mi dice che è caratterizzata da profonde divisioni e particolarismi, anche di chi, è onesto dirlo, nella precarietà attuale, ha il suo tornaconto. E poi perché la strada maestra da seguire era, e sarebbe, quella di copiare, di imparare da altri, come, tanto per fare un esempio significativo, quando l’allora sovrintendente del Traiano prese a braccetto l’ingegnere del comune per una passeggiata a Roma, al teatro Argentina, per copiare, appunto, la disposizione delle poltrone che nella nuova struttura erano troppo ravvicinate. Sarebbe bastato andare a Roma, e magari seguire il TG 3 del Lazio, per osservare come i nuovi mercati rionali della capitale, siano stati concepiti e costruiti in maniera più accattivante, nulla a spartire con l’insignificante parallelelepipedo costato non si sa quanto. Stretti loculi, e nient’altro. Bisognerebbe valorizzare le strutture fisse, i banchi che, in molte città, anche all’estero, danno un tocco caratteristico, offrono un tipo di prodotti particolari, che non trovi nei supermercati, rivolti ad una clientela che però non è certo quella del nostro mercato, che arriva a piedi col carrello per non pagare i cinquanta centesimi del parcheggio con inseguimento del posteggiatore, per gettarsi fra la frutta e la verdura da meno di un euro al chilo. A peggiorare la situazione ci si e messa l’incapacità e la presunzione di chi dovrebbe governare la città. Solo proclami sugli sperperi, senza mai arrivare al dunque, e continui rinvii: il mercato del pesce e delle carni non si sa quando riaprirà. Un nuovo colpo di grazia alla salute già malferma. Difficile la rianimazione. La medicina dei tavoli di confronto, gli appelli potrebbero non bastare al malato cronico.

di SILVIO SERANGELI