Enrico Berlinguer (22 Maggio 1922- 11 Giugno 1984) non è una icona.

di PIERO ALESSI ♦

Non avrei mai immaginato che un giorno ne avrei visto l’effige stampata su di una t- shirt. Ma, è quando ne ho sentito parlare con toni esaltati che la cosa mi ha dato da pensare. Una icona, nell’arte bizantina, è una rappresentazione sacra. In genere si tratta di un dipinto su tavola gelosamente custodito e venerato dal nucleo familiare di cui diviene nume protettore. La sua caratteristica, al di là degli aspetti religiosi, è la rassicurante fissità. Anche per evidenti ragioni fisiche ed oggettive è uguale a sé stessa e indifferente allo scorrere del tempo. Al più si guastano le tonalità del colore e la polvere ne annebbia i contorni. Enrico Berlinguer, già segretario del più grande partito comunista in un paese occidentale, non merita di essere ingessato in stereotipi per nulla aderenti alla realtà storica. Dipingerlo come una sorta di estremista radicale è quanto di più falso. Eppure capita di sentirne parlare in termini agiografici da chi evidentemente non ha mai neppure sfogliato un qualche suo scritto o riflettuto sulle sue posizioni politiche. Berlinguer, in qualità di segretario del PCI, è stato un innovatore e, sia pure in un contesto ideologico mai rinnegato, un moderato. Insultato, con volgarità, dalla destra politica del suo tempo e, con diversi argomenti, ma con uguale veemenza, alla sua sinistra. Il suo messaggio era insidioso perché rendeva praticabile l’ipotesi di un governo del Paese a partecipazione comunista. Tale prospettiva era osteggiata dagli ambienti reazionari e conservatori ed altrettanto da chi pensava che: “lo Stato borghese si abbatte e non si cambia”. Una prospettiva, la sua, che si fondava sulla idea che in Italia (più avanti troverà importanti sponde in Europa, in particolare in Spagna ed in Francia. Si parlerà, in quel caso, di Eurocomunismo) si doveva favorire l’incontro tra le grandi correnti ideali, che costituivano importanti referenti per le masse popolari. Il pensiero socialista, il comunista ed il cattolico progressista dovevano superare antichi ed anacronistici steccati e porsi l’obiettivo di un governo unitario del paese. Non si voleva svolgere un ruolo di mera coscienza critica priva di incisività. Il “compromesso storico”, negli anni settanta, al netto di un vivace ma franco dibattito interno, nell’allora PCI, fu il messaggio forte che entrò nel profondo della società italiana. Altrettanto penetrante fu la decisa presa di distanza dalle esperienze del “socialismo reale”. Nel pensiero di Berlinguer in una società guidata anche, ma non solo, dai comunisti, il concetto di libertà doveva trovare la più ampia applicazione.  Comunismo e libertà erano aspetti inscindibili. Inoltre, si era andato convincendo che in un sistema a capitalismo avanzato ed in particolare in Italia, con la sua storia e le rilevanti influenze della Chiesa cattolica, la sinistra non avrebbe mai vinto le diffidenze.  Se per ventura ciò fosse accaduto, di misura, magari conquistando un ipotetico 51% di consensi, si sarebbe dovuto fare i conti con l’inevitabile reazione.  In quegli anni il colpo di stato militare in Cile, in conseguenza della vittoria alle presidenziali del socialista Allende era un monito che Berlinguer non cessava mai di richiamare a quanti avevano la tentazione di forzare il gioco. Un Paese come l’Italia, che aveva conquistato da relativamente poco la democrazia, spaccato in maniera verticale poteva divenire ingovernabile e costituire forse un agevole terreno per esiti rovinosi. Evidentemente si trattava di un’analisi complessa, che non ho certo la presunzione di recuperare nella sua interezza, e che corrispondeva ad una seria e profonda rilettura dei “testi sacri” del comunismo. Quando, da sinistra, gli si rivolgevano critiche benevole lo si accusava di revisionismo. In fondo non era inesatto. In realtà si stava procedendo ad una revisione di un armamentario ideologico che si scontrava con i cambiamenti in atto nei rapporti internazionali, nella economia e nella società. Non era il termine in sé che poteva considerarsi offensivo quanto il tono ed il significato che si dava all’invettiva: era come dargli del traditore. Oggi grandi bandiere rosse riportano i tratti del suo volto. Il tradimento è stato perdonato o rimosso? In quel contesto, in verità, non era in atto alcun tradimento. Si stava percorrendo con coerenza un percorso che avrebbe dovuto portare le masse popolari, attraverso i suoi rappresentanti, dentro i palazzi del potere. Tirare oggi per la giacca Berlinguer non ha senso. Strattonarlo da una parte o dall’altra è pura speculazione. Nessuno potrebbe dire con sicurezza quale sarebbe stata la sua azione ed il suo contributo, ad oggi, nella situazione data. Una cosa è certa. Non avrebbe abbracciato l’estremismo radicale ed avrebbe perseguito l’intesa ed il confronto con gli altri al fine non di testimoniare una presenza ma di provocare, con la propria azione, riforme e trasformazioni della realtà in essere. Così è altrettanto certo che, con assoluto rigore, avrebbe condannato atteggiamenti meno che etici e morali da parte della politica. Berlinguer ha rappresentato molto per la mia generazione. Non merita di divenire una icona e certo non avrebbe lui stesso apprezzato una sorta di culto della personalità, fondato per altro su di una distorsione del suo pensiero. La sua intelligenza lo avrebbe spinto a imprevedibili mutamenti. Avrebbe infine, di questo sono certo, come dimostra peraltro la sua vita ed il suo intero pensiero politico, saputo adeguare teoria e prassi ai cambiamenti e agli stimoli che la società sempre propone nel suo divenire storico.

di PIERO ALESSI